Annaeum Serenum, carissimum mihi, tam immodice flevi ut, quod minime velim, sim inter exempla eorum quos dolor vicit. Hodie, tamen, factum meum1 damno et intellego maximam mihi causam sic lugendi fuisse quod numquam cogitavĕram eum mori ante me posse. Hoc unum mihi occurrebat in mentem, eum minorem me esse et multo minorem. Itaque assidue cogitemus tam de nostra quam de omnium, quos diligĭmus, mortalitate. Tunc ego debui dicere: «Minor est Serenus meus: quid ad rem pertinet? Post me mori debet, sed ante me potest». Quia non feci, imparatum eius mors me percussit. Nunc cogito omnia et mortalia esse et incerta lege mortalia: hodie fieri potest, quicquid umquam potest. Cogitemus ergo, Lucili carissime, cito nos perventuros (esse) eo quo illum pervenisse maeremus.

Io piango tanto smodatamente Anneo Sereno, a me molto caro che, cosa che non vorrei affatto, io sia tra gli esempi di coloro che il dolore vince. Oggi, tuttavia, condanno ciò che mi è successo e capisco che la massima motivazione per me di piangere così fu cosa che non avevo mai pensato che costui potesse esser morto prima di me. solo questa cosa mi sovveniva in mente, che costui era più piccolo di me e molto più piccolo. e così rifletto assiduamente della mia mortalità tanto quanto quella di tutti, che amo. Allora io dovetti dire: "il mio Sereno è il più giovane che senso ha avuto ciò? sarebbe dovuto morire dopo di me, ma può essere morto prima di me". Perchè non lo feci, la morte di costui mi scuote impreparato. ora penso che tutte le cose sono mortali e incerte secondo la legge mortale: oggi potrebbe avvenire, qualsiasi cosa che sia mai possibile. Dovrei dunque pensare, Lucilio carissimo, che io giungerò presto in quel luogo dove mi rattristo che sia giunto costui.
(by Maria D.)

Versione tratta da Seneca