I TEBANI ATTACCANO PLATEA
Versione greco Tucidide traduzione libro Askesis

Qui puoi trovare la versione stesso titolo diversa dal libro dialogoi

INIZIO: Αρχεται δε ο πολεμος ενθενδε ηδη Αθηναιων FINE: ουσαν Αθηναιων ξυμμαχιδα

 

Inizia ora da qui la guerra la guerra degli Ateniesi, dei Peloponnesiaci e degli alleati di ciascuno dei due, nella quale neppure non si univano più senza l'intervento degli araldi ma intraprendendola combattevano senza interruzione dall'una e dall'altra parte. Correva il quindicesimo anno, quarantottesimo del sacerdozio di Criside in Argo, mentre era eforo a Sparta Enesio e stava per concludersi (di lì a due mesi) il periodo di arcontato in Atene di Pitidoro, ed erano trascorsi cinque mesi dalla battaglia di Potidea, quando, all'avvento della primavera, un drappello di circa trecento soldati tebani (guidati dai beotarchi Pitangelo, figlio di Filide e Diemporo, figlio di Onetoride) irruppero armati in Platea, città della Beozia alleata d'Atene, nell'ora del sonno più profondo. Avevano trovate le porte della città aperte da quegli stessi uomini di Platea che li avevano chiamati, vale a dire Nauclide e i suoi seguaci. Il movente di costoro era di accrescere il loro personale potere, distruggere la parte politica che li osteggiava, e consegnare Platea alla soggezione tebana. Fungeva da intermediario in questo complotto Eurimaco, figlio di Leontiade, uno dei personaggi tebani più influenti. A Tebe si presagiva lo scoppio del conflitto; desideravano quindi anticipare il colpo di mano su Platea, con cui avevano sempre avuto violenti dissidi, mentre vigeva lo stato di pace e la guerra, ufficialmente, non era ancora divampata. Di qui la facilità con cui sorpresero il nemico, al primo tentativo d'aggressione: non era stata predisposta a Platea la vigilanza notturna. Deposero le armi nella piazza, ma non soddisfecero la pretesa di coloro che li avevano chiamati: di entrare in azione immediatamente e assaltare le case dei loro avversari politici. Progettavano piuttosto, con proclami di tono amichevole e moderato, di indurre a un accordo la città occupata. (L'araldo ingiunse che, se qualcuno era disposto ad allearsi con loro, secondo l'antico costume in vigore presso tutti i Beoti, venisse a deporre le armi nella piazza). Il loro calcolo era d'addurre più agevolmente, con l'impiego di questi metodi, la città dalla loro parte.