SENOFONTE INCORAGGIA I SUOI PRIMA DI UNO SCONTRO VERSIONE DI GRECO di Senofonte TRADUZIONE dal libro Ellenion

INIZIO: Εντευθεν οι λοχαγοι ηγεισθαι εκελευον και ουδεις αντελεγε FINE: επειτα δε εις προσβολην καθεντας επεσθαι βαδηυ και μηδενα διωκειν

Allora i locaghi lo pregarono di porsi alla loro testa e nessuno ebbe di che obiettare. Senofonte si mise alla guida, trasmettendo l'ordine che ciascuno superasse il vallone nel punto in cui si trovava. Pensava che così, con l'esercito compatto, il passaggio del canalone sarebbe stato più rapido che se lo avessero attraversato in fila, sul ponte sovrastante. Una volta sull'altro versante, muovendosi lungo la linea dello schieramento, Senofonte parlò ai soldati: "Uomini, richiamate alla mente quante battaglie, grazie agli dèi, avete vinto andando avanti uniti e quante sofferenze hanno patito coloro che hanno voltato le spalle ai nemici. Tenete anche presente che siamo a un passo dalla Grecia. Su, seguite Eracle come guida e incitatevi l'un l'altro, chiamandovi per nome. È senz'altro bello narrare un nobile gesto di valore compiuto oggi e lasciare un ricordo agli uomini di cui vogliamo la stima". Così parlava, sfilando a cavallo davanti alle truppe. Nello stesso tempo continuava a condurre la falange, che marciava contro il nemico protetta sui fianchi dai peltasti. Venne diramato l'ordine di tenere le lance sulla spalla destra finché la tromba non avesse dato il segnale: poi dovevano spianarle e procedere al passo, senza che nessuno si lanciasse all'inseguimento di corsa. A questo punto si diffuse di bocca in bocca la parola d'ordine: Zeus salvatore ed Eracle guida. I nemici non si mossero, convinti che la loro posizione fosse favorevole. Quando furono più vicini, i peltasti greci lanciarono il grido di battaglia e si misero a correre contro il nemico prima di riceverne l'ordine. I nemici partirono al contrattacco con i cavalieri e la schiera dei Bitini: i peltasti vennero respinti. Ma quando era ormai vicina la falange degli opliti, che procedeva spedita, tutto si susseguì in pochi attimi: la tromba suonò, i soldati intonarono il peana, levarono l'urlo di guerra, puntarono le armi. Allora i nemici non ressero all'assalto e fuggirono. Timasione li inseguì insieme ai cavalieri: erano pochi, sì, ma massacrarono il nemico a più non posso. L'ala sinistra avversaria, che era schierata di fronte ai cavalieri greci, si sfaldò sùbito, mentre la destra, non incalzata con vigore, si attestò su un colle. Quando i Greci li videro fermarsi, valutarono che un attacco fosse cosa di tutta facilità e che non potesse più comportare rischi. Intonarono il peana e sùbito li incalzarono: il nemico non ebbe la forza di resistere. Allora i peltasti protrassero l'inseguimento finché l'ala destra avversaria non si scompaginò. Poche però furono le vittime: la cavalleria nemica, molto numerosa, incusse timore agli inseguitori. I Greci poi videro che la cavalleria di Farnabazo era ancora a ranghi compatti, che i cavalieri bitini si andavano riorganizzando attorno a questa e che dall'alto di un colle osservavano l'evolversi della situazione. Allora, per quanto stremati, decisero di lanciarsi anche contro queste truppe, per non dar loro il tempo di riprender fiato e coraggio. Formate le linee, dunque, avanzano. Allora i cavalieri avversari fuggono giù per il pendio, né più né meno come se fossero inseguiti da altri cavalieri. Alle loro spalle li attendeva un avvallamento: i Greci non lo sapevano, ma comunque desistettero dall'inseguimento perché si era fatto tardi. Ritornati al punto in cui aveva avuto inizio la battaglia, innalzarono un trofeo e, al calar del sole, ripresero la via del ritorno verso il mare: c'erano circa sessanta stadi fino all'accampamento.