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Etrusci terras finitimas Romae incolebant, sed, ut Graecus Herodotus narrat, ab Asia veniebant. Propter frumenti inopiam... ludos, instituta tradunt.
Gli Etruschi abitavano le terre vicine a Roma, ma, come narra il Greco Erodoto, provenivano dall'Asia. Per la penuria di grano, il re di Licia manda via dalla patria uno dei due figli, Tirreno, con un gran numero di abitanti. I Lidi navigano per il mare ed arrivano alle coste dell'Italia: qui vengono chiamati Tirreni, poi Etruschi. Nella nuova patria vivono felici: infatti trovano terreni fertili e praticano il commercio con i popoli vicini. Fondano celebri città ed innalzano splendidi templi e straordinari sepolcri: anche oggi nei sepolcri vediamo banchetti, sacrifici, spettacoli. In seguito occupano i territori nelle vicinanze del Po e fondano colonie: così ottengono un grande impero fino alla Campania. Regnano anche a Roma e tramandano ai Romani riti religiosi, spettacoli, consuetudini.
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Graeciae nautae mercatura magnas divitias parant et in Italia colonias edificant. Primum... Poenas nautas saeva pugna profligant atque insulam liberant.
I marinai della Grecia si procurano grande ricchezza e in Italia fondano colonie. Dapprima abitano Pithecusa, feconda e ridende isola presso le costo della Campania. Poi vengono fondate dagli abitanti di Corinto nella terra d'Italia. A Cuma abita la Sibilla e annuncia la fortuna agli abitanti. Come narra il poeta, anche Enea (non si legge bene il nome nella foto del testo inviataci) naviga dalla Sibilla e chiede fortuna. Nell'isola di Sicilia sono famose gli olivi e le uve (questo pezzo non si legge bene nella foto inviataci). Gli abitanti di Siracusa sconfiggono i Fenci con una terribile battaglia e liberano l'isola.
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Dionysii, Syracusanorum tyranni, maxime intererat quid de se et de suis carminibus...
A Dionisio, tiranno dei Siracusani, interessava moltissimo che cosa pensassero di lui e delle sue poesie isuoi amici ei sapienti. Infatti era molto amante della gloria poetica. Pertanto spesso recitava le sue poesie durante i banchetti, a convitati molto esperti nell'adularlo. Tra questi c'era Filosseno, un uomo di grande ingegno, che da solo, non in grado di fingere, disse apertamente che cosa pensava. Dopo aver sentito un giorno delle poesie di nessun pregio recitate da Dionisio disse che le poesie di Dionisio non erano di alcun valore. Il tiranno offeso dal questa franchezza di parole, ordinò che il critico delle sue poesie fosse afferrato dalle sue guardie e che fosse sbattuto nelle latomie, che erano un carcere pubblico. Tuttavia il giorno dopo si pentì della sua ira e esortato dagli amici invitò di nuovo Filosseno al banchetto. Lì mentre recitava le sue poesie, chiese il parere di Filosseno a proposito di alcuni versi, che stimava moltissimo. Quello, insolito ad adulare e incurante del pericolo, si alzò dalla mensa e, senza aver detto nessuna parola, andò via. Quando gli chiesero dove si dirigesse, rispose: "Alle cave di pietra (latomie)".
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Hic tantus vir ut naturam fautricem habuerat in tribuendis animi virtutibus, sic maleficam nactus est in corpore fingendo..... Unguenta, coronas secundamque mensam servis dispertiit, cetera nuntiis tradidit regi referenda.
Quest'uomo tanto grande, come aveva avuto generosa la natura nella elargizione delle virtù morali, così la sperimentò maligna nel creargli il corpo. Infatti fu di bassa statura, corporatura esile e zoppo a un piede; questo difetto gli arrecava anche una certa deformità. Coloro che osservavano il suo aspetto, lo disprezzavano; coloro invece che conoscevano le sue virtù nell'agire, non potevano ammirarlo abbastanza. Essendo stato mandato in Egitto all'età di ottant'anni, si sdraiò con i suoi soldati sulla spiaggia senza alcun riparo. Agesilao e i suoi soldati avevano per dormire un giaciglio che era stato fatto con la paglia ed era stato coperto con una pelle. Egli si vestiva allo stesso modo di tutti i compagni, con un abito povero e consunto, tanto che il loro abbigliamento non solo non indicava tra loro nessuno come re, ma suggeriva l'idea che fossero uomini non molto benestanti. Essendo stata portata al re la notizia dell'arrivo di costui, furono rapidamente portati là doni di ogni genere. Il re infatti riteneva che Agesilao dovesse essere onorato con grandissima deferenza. Dopo che i messi del re ebbero dato ad Agesilao tutto ciò che avevano portato, egli ritenne di non dover accettare nulla fuorché della carne di vitello e altre cose di quel genere, che in quel momento desiderava. Distribuì agli schiavi gli unguenti, le corone e la seconda portata, consegnò le altre cose ai messi affinché le riportassero al re.
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Ego non de praestanti quadam et eximia, sed prope de vulgari et communi vi nunc disputo, de memoria. ...Sed neque propter hoc Themistoclis responsum memoriae nobis opera danda non est.
Io non discuto ora di una memoria comune e non di una capacità del tutto eccezionale e straordinaria. Presso i Greci s dice che i ci fosse stato un uomo dotato di una saggezza e di un intelletto veramente straordinario: alludo al famoso Temistocle di Atene; al quale si presentò un uomo assai dotto e dei più eruditi e gli promise che gli avrebbe insegnato l'arte della memoria. Avendogli Temistocle chiesto a che cosa gli potesse servire questa'arte, si tramanda che quel maesto gli rispose "L'arte della memoria può fare in modo di metterti in grado di ricordare ogni cosa". Consta che allora Temistocle abbia risposto che gli avrebbe fatto un piacere maggiore, se gli avesse insegnato il modo di dimenticare anziché di ricordare ciò che volesse. Capisci quale forza di ingegno vivissimo era in quell'uomo, e che mente profonda e quanto capace? Dalla sua risposta risulta evidente che era impossibile che dalla sua memoria sfuggisse un concetto, una volta che vi fosse entrato. Per Temistocle infatti infatti era più desiderabile potere dimenticare ciò che di tanto in tanto non voleva ricordare. Questa risposta di Temistocle non deve però indurci a trascurare la memoria.