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Narrano che ci fu un tale Corinzio, Demerato, primo della sua città sia per posizione, sia per autorevolezza, sia per ricchezze; costui, poiché non aveva potuto tollerare Cipselo, il tiranno dei Corinzi, si dice che fuggì con molto denaro, e che si trasferì a Tarquinia, una floridissima città dell'Etruria. Quindi, venne accolto come cittadino dai Tarquiniensi, ed egli pose la propria dimora in quella città. Lì, dopo che ebbe procreato due figli da una matrona Tarquiniense, insegnò loro tutte le arti, secondo il sistema dei Greci. Per via dell'educazione e della cultura, egli divenne intimo col re Anco, al punto di essere considerato partecipe dei tutte le decisioni e quasi un collega di regno. E così, dopo che Marcio fu morto, venne eletto re, con tutti i voti del popolo, L. Tarquinio: così, infatti, egli aveva modificato il proprio nome dal nome Greco, in maniera tale da sembrare che avesse imitato l'abitudine del popolo Romano in ogni aspetto. Egli, prima di tutto, raddoppiò quell'antico numero dei senatori, e, con una guerra, assoggettò la grande popolazione degli Equi, feroce e incombente sulle proprietà del popolo Romano. Egli medesimo, dopo che ebbe respinto i Sabini dalle mura della città, per primo, si narra, organizzò i giochi Romani, e morì dopo aver regnato per trentotto anni.
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Il console L. Silla, nella guerra sociale (lett. contro gli alleati), mentre faceva sacrifici sul campo Nolano davanti alla tenda del comandante, improvvisamente vide un serpente che strisciava dall'altare. Sebbene secondo il parere di molti uomini era ritenuto un presagio più funesto che lieto, tuttavia fece uscire l'esercito in una spedizione e, dopo aver sconfitto le truppe dei Sanniti, pose il fondamento e la base dell'egemonia del suo popolo. Nella medesima battaglia suscitarono un terrore anche più spaventoso due presagi che avvennero a Roma sotto il consolato di C. Volumnio e Servio Sulpicio: infatti un bue, dopo aver mutato il muggito nel linguaggio umano, spaventò gli animi di coloro che ascoltavano nel foro, piovvero dal cielo (lett. caddero alla stregua della pioggia) brandelli (dissipatae partes: parti spezzettate) di carne che gli uccelli sottrassero. All'inizio della prima guerra Punica fu narrato che un bambino ancora senza l'uso della parola, gridò "Vittoria" nel foro Boario, che nel territorio Piceno piovvero pietre, che in Gallia un lupo avesse sottratto la spada di una sentinella. Anche nella seconda guerra Punica risultò che il bue di C. Domizio aveva esclamato: "Oh Roma bada a te stessa".
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Narciso, figlio del fiume Cefiso, eccelleva di gran lunga tra gli altri fanciulli per l'eccezionale bellezza, ma rifiutava tutte le fanciulle e le ninfe non si dedicava a nessuna, si dava tutto alla caccia e compiva sacrifici a una sola delle dee, Diana. Un giorno il bel Narciso vagava per i fitti boschi e per le aspre cime e, alla fine, giungeva alle chiare acque di un tranquillo fiume. Nessuna bestia o uccello agitava i chiari flutti dell'argenteo fiume e nessun ramo dalla pianta cadeva dall'alto. Il fanciullo si trattiene presso il fiume e appoggia le labbra all'acqua, ma immediatamente si ferma sconcertato: vede il volto stupendo e la sua straordinaria bellezza nell'acqua immobile e si meraviglia.
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Poiché, d'altra parte sono gemelli e non vale il rispetto dell'età, decidono di raccogliere i segnali dagli dei: Romolo sul Platino, Remo sull'Aventino, tracciano dei templi a cielo aperto, ed osservano il cielo. Remo per primo vede sei avvoltoi, ma a Romolo si manifesta un numero doppio (di avvoltoi). Poiché il presagio è giudicato propizio per Romolo, al contrario infausto per Remo, da Romolo vengono tracciati sul Palatino con un solco dell'aratro, i nuovi confini della città. Ma Remo è mosso da una grande invidia, per scherno del fratello scavalca il solco e immediatamente viene ucciso da Romolo. Così Romolo assume il potere come unico signore, e chiama la nuova città con il suo nome.
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Una nuova guerra viene condotta dai Sabini contro i Romani, e non viene dichiarata prima di essere ingaggiata. Alla decisione, quindi, si aggiunge l'inganno. Sp. Tarpeio, comandante della guarnigione dei Romani, aveva come figlia Tarpea. Tazio, signore dei Sabini, corrompe con l'oro Tarpea, e, con uomini armati, attacca la rocca dei Romani. Tarpea chiede ai Sabini, come ricompensa, i bracciali d'oro e gli anelli ricoperti di gemme che (essi) avevano al braccio sinistro: ma i Sabini schiacciano e uccidono la fanciulla con gli scudi che (essi) portano col braccio sinistro. I Sabini occupano la rocca, i Romani sono costretti a combattere in una posizione sfavorevole. A quel punto il re Romolo, con un manipolo di uomini coraggiosi, assale ed uccide Mezio Curzio, comandante dei Sabini.