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I primi abitanti del Lazio erano i fauni e le ninfe, gli dèi e le dèe dei boschi. I fauni hanno natura sia caprina, sia di uomo, abitano e governano boschi ombrosi e prati ubertosi. Le ninfe invece non vivono soltanto nelle acque limpide, ma anche nei boschi sacri, e nei tronchi degli antichi olmi, e presso gli alti faggi. Abitano i luoghi anche degli indigeni, uomini rozzi e nati dalla dura corteccia delle piante. Trascorrono la vita felici, senza preoccupazioni, e non si dedicano all'agricoltura, perché la Natura premurosa li nutre con frutti e bacche selvatiche, offre loro capanne di fortuna, li protegge dalla minaccia delle belve feroci.
Licuit in Hispaniam provinciam meam quo iam profectus eram cum exercitu ire meo ubi et fratrem consi
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(Mi) fu concesso di andare con il mio esercito in Spagna, la mia provincia, per dove ero già partito, dove avrei avuto mio fratello sia come consigliere di strategia, sia come compagno di pericolo, e (avrei avuto) Asdrubale come nemico, invece di Annibale, e un carico di guerra indubbiamente minore; sembra forse che sono incappato da incauto nello scontro, o piuttosto sembra che corro incontro alle tracce di lui (di Annibale), che lo provoco e lo spingo a combattere? È bene verificare se forse la terra abbia improvvisamente tirato fuori, dopo vent'anni di guerra, altri Cartaginesi, oppure se siano i medesimi che hanno combattuto presso le isole Egadi, e che lasciaste uscire da Erice. Perciò, o soldati, io vorrei che voi combatteste non solamente con quel medesimo coraggio con il quale siete soliti combattere contro gli altri nemici, ma con una certa indignazione e con una certa collera, come qualora vediate i vostri schiavi che brandiscono improvvisamente delle armi contro di voi. (Ci) è stato concesso di uccidere per fame, con il tormento più estremo degli esseri umani, coloro che erano rinchiusi a Erice; (ci) è stato concesso di trasferire in Africa la flotta vincitrice e distruggere Cartagine nel giro di pochi giorni senza nessun combattimento; abbiamo concesso il perdono a coloro che imploravano, li abbiamo fatti uscire dall'assedio, abbiamo stipulato la pace con degli sconfitti. In cambio di queste concessioni essi vengono ad attaccare la nostra patria al seguito di un giovane pazzo. E questo scontro per voi non è solamente in difesa dell'onore, ma in difesa della salvezza. Dovete combattere non per il possesso della Sicilia e della Sardegna, delle quali si trattava una volta, ma in difesa dell'Italia.
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Gli Spartani dopo la vittoria di Platea, inviarono il re Pausania con la flotta ordinaria a Cipro e in Ellesponto, affinché scacciasse le guarnigioni dei barbari da quei luoghi. Pausania, invece, dopo aver conquistato Bisanzio, trattò con il re dei Persiani l'alleanza, per la qual cosa cadde sotto il sospetto degli Spartani. Fu richiamato in patria dove, accusato di delitto capitale viene assolto, tuttavia viene multato in denaro. Però presto tornò in Troade e lì non cambiò solo le usanze patrie, ma anche il tenore di vita e il modo di vestire: indossava una veste regale, era circondato da guardie del corpo Medie ed Egiziane; venivano allestiti per lui banchetti secondo l'usanza dei Persiani più lussuosi di quanto coloro che partecipavano potessero tollerare; rispondeva a tutti superbamente, comandava duramente; non voleva tornare a Sparta. Dopo che gli Spartani seppero ciò, gli inviarono degli ambasciatori con un papiro, nel quale scrissero che se lui non fosse tornato in patria, loro lo avrebbero condannato a morte. Turbato da questa notizia, sperando che, anche allora grazie al denaro e al potere, avrebbe potuto allontanare il pericolo, tornò in patria.
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Nelle isole delle Arpie, ad Enea ed ai compagni viene rivelato il terzo oracolo: Sulle coste del Lazio, per via della penuria di cibo, sarete costretti a mangiare le mense. Dalle sudice isole, i Troiani approdano in Epiro, e arrivano a Butroto, perché la città è governata dal Troiano Eleno, insieme ad Andromaca. Eleno preannuncia ad Enea queste cose: Percorrerai il vasto mare, e a lungo vagherai in mezzo al mare. Per prima cosa fermati in Sicilia, poi procederai verso Cuma, e ti ingrazierai la Sibilla con parole dolci e con lusinghe: infatti, insieme alla Sibilla, scenderai da solo sotto la terra, e passerai in rassegna gli Inferi. Alla fine arriverai, insieme ai compagni, alle coste ridenti del Lazio e, nel luogo in cui vedrai una scrofa con trenta piccoli, fonderai una nuova città, che chiamerai Lavinio, da Lavinia, la figlia di Latino.
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La cornacchia soffre per l'invidia del corvo: infatti il corvo offre profezie agli uomini e alle donne, prevede il futuro, e spesso viene invocato come testimonianza nelle controversie. Un giorno, una cornacchia vede dei forestieri per strada: quindi vola su un faggio presso la strada, e lì si mette a sedere, e gracchia a gran voce. I forestieri si spaventano per il suono stupefacente, ma uno di loro dice immediatamente: Dobbiamo proseguire il cammino, o amici, e non prestare ascolto, il suono è infatti di una cornacchia e non vale niente. L'invidia dunque, come indica la favola, è un grande difetto; per giunta, se per invidia imiti l'esempio degli altri, ti procuri anche un grande danno.