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Erat Athenis spatiosa et capax villa...
Ad Atene c'era una villa spaziosa e ampia, ma screditata ed insalubre. Da là, attraverso il silenzio della notte, risuonava uno stridore di ferro e di catene. Poi appariva uno spettro: un vecchio sudicio, dalla barba disordinata, e dalla chioma spaventosa; con le gambe scuoteva le catene. Gli inquilini restavano svegli tutte le notti, tristi e sinistre. Dopo la veglia, inoltre, molti incappavano in una grave malattia e venivano colpiti dalla morte. Quindi il padrone cercava di vendere o di affittare la villa screditata. Il filosofo Atenodoro giunse ad Atene, lesse l'annuncio, sentì il prezzo e comprò la villa. Quando fu sera, congedò tutti i suoi schiavi, e si dedicò alla scrittura nella sala da pranzo. Apparve l'orribile figura e con il dito fece cenno ad Atenodoro, il quale non mostrava nessun segno di timore, e lo chiamò dalla sala da pranzo. Il filosofo seguì l'ombra ma, dopo che svoltò nell'aia della villa, lo spettro scomparve. Atenodoro pose in quel punto un segno di erbe e foglie, il giorno dopo scavò il luogo e trovò ossa gravate da catene. Le ossa furono raccolte e sepolte pubblicamente. Poi l'orribile figura non fu più vista.
Versione tratta da: Plinio il Giovane
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Alexander sollemni die amicos in convivium vocat orta inter ebrios rerum a Philippo gestarum...
Alessandro, in un giorno di festa, invita gli amici ad un convito. Dopo che, tra gli uomini ubriachi, venne fuori la menzione delle imprese compiute da Filippo, egli cominciò a mettersi al di sopra del padre, mentre la maggior parte dei convitati annuiva. E così, quando uno tra gli anziani, Clito, per fiducia nell'amicizia del re, difese il ricordo di Filippo, e ed elogiò le imprese di lui, Alessandro divampò a tal punto di collera che, sottratta un'arma ad una guardia del corpo, uccise Clito nel mezzo del banchetto. Ma dopo che, placato dall'uccisione, l'animo si calmò, la presa di coscienza subentrò al posto della collera, ed egli cominciò a pentirsi dell'accaduto. Rivoltosi al pentimento con quella medesima follia con la quale prima si era rivolto alla collera, desiderò morire. Dapprima si dette ai pianti, cominciò ad abbracciare il morto, ad accarezzare le ferite, e a confessare la follia; alla fine, rivolse verso di sé l'arma che aveva afferrato e avrebbe portato a termine l'atto, se gli amici non fossero intervenuti. Questa volontà di morire persisté anche nei giorni successivi. Al pentimento, infatti, si era aggiunto il ricordo della propria nutrice, sorella di Clito, per la cui assenza (scomparsa), egli si vergognava in maniera particolare: tanto orribile ricompensa le aveva restituito dei suoi nutrimenti (gli allattamenti). Per queste ragioni, egli mantenne il digiuno per un periodo di quattro giorni, fino a che, con le preghiere dell'intero esercito, venne supplicato di non dolersi per la morte di un solo uomo al punto da mandare in rovina tutti.
Versione tratta da: Giustino
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Orfeo giunge all'alta porta dell'Averno e si avvicina al terribile signore del regno dei morti, che non è mai commosso dalle suppliche umane. Sono commossi invece gli spettri e le anime dell'Averno, fantasmi degli uomini passati, poiché il canto di Orfeo sovrasta anche l'estrema punizione della morte. Proserpina, regina degli Inferi, consegna la fanciulla all'uomo e avverte: "Avanza dritto davanti alla (tua) sposa e non volgerai mai il passo (non ti volgerai indietro). In questo modo condurrai Euridice alle brezze del mondo terreno, così la fanciulla riceverà la vita per la seconda volta. Ma, se con i tuoi occhi ti volterai a guardare il grazioso volto verso l'oscura terra, immediatamente perderai la tua amata in eterno". Orfeo si innalza di nuovo al cielo e dietro procede la amata sposa. Ormai giungevano alle brezze del mondo terreno, quando una follia improvvisa si impossessa dello sventurato Orfeo: si ferma, si volta a guardare la sua Euridice e la perde all'istante. Le crudeli fatalità degli dei richiamano indietro la sposa: lei invano tende le mani all'uomo, versa molte lacrime e di nuovo viene precipitata nel tetro Tartaro.
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Hoc ipso tempore casu...
In questo stesso frangente, per caso, sopraggiungono i cavalieri Germani, e, senza sosta, con quella medesima carica con la quale erano arrivati, cercano di irrompere nell'accampamento dalla porta decumana, e non furono visti prima di essere vicini all'accampamento. Presi alla sprovvista, i nostri vengono sconvolti dalla cosa inattesa, e la coorte nella stazione di guardia sostiene a stento il primo assalto. I nemici, dalle restanti parti, si riversano tutt'attorno, nel tentativo di trovare qualche via d'accesso. I nostri difendono con difficoltà le porte; gli altri accessi li difende il luogo di per sé e la fortificazione. Si corre di qua e di là in tutto l'accampamento, e l'uno chiede all'altro la ragione del tumulto; e non badano a dove dirigano le insegne, né alla direzione in cui ciascuno accorra. Uno dichiara l'accampamento già conquistato, un altro asserisce che i barbari sono arrivati da vincitori, dopo aver sterminato l'esercito e il comandante. La maggior parte si raffigurano straordinarie maledizioni divine (provenienti) dal luogo. Mentre tutti sono terrorizzati da una simile paura, si rafforza nei barbari la convinzione che, come avevano sentito dal prigioniero, non ci sia una guarnigione all'interno (dell'accampamento). Si sforzano di fare irruzione, e si fanno coraggio a non lasciarsi sfuggire dalle mani una simile occasione.
Versione tratta da: Cesare
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La Sicilia, grande e ricca isola dell'antica e bella Italia, è sacra agli dei e alle dee. Gli abitanti erigono statue sia a Proserpina, dea dell'agricoltura, sia a Vesta, protettrice della famiglia, e gli altari delle dee vengono spesso ornati con corone dalle fanciulle. La terra della Sicilia è fertile: infatti fiorisce una grande abbondanza di vigne e ulivi. Ma gli abitanti non sono soltanto contadini, ma anche marinai: infatti l'isola è circondata da ogni parte dalle acque. I marinai navigano con piccole imbarcazioni e con grande coraggio, e, grazie al commercio, accumulano cospicue ricchezze. Infatti l'abilità dei marinai della Sicilia è straordinaria: non temono né la minaccia delle tempeste, né gli agguati dei pirati. In Sicilia non ci sono solo colonie Greche, ma anche Fenicie, e spesso gli abitanti ingaggiano battaglie tra di loro.