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dal libro Lectio Brevior, pagina 308 n° 257.
Inizio: Capitolium et Pompei theatrum, utrumque opus grandis impensae Fine: patriae idque inscribendum in vestibulo aedium mearum censuit.
Ho restaurato senza alcuna iscrizione del mio nome il Campidoglio e il teatro Pompeo, entrambi opere di elevate spese. Ho restaurato i canali delle acque che cedono per la vecchiezza in parecchi luoghi e ho duplicato l'acquedotto, che è chiamato Marcia, essendo stata introdotta una nuova fonte nel suo canale. Ho restaurato il foro di giulio cesare e la basilica, che fu tra il tempio di castore e il tempio di saturno, opera intrapresa da mio padre, e iniziai, sotto l'appellativo del nome dei miei figli, una volta ampliato il suo suolo, la stessa basilica distrutta dall'incendio e, se vivo non la conducessi a termine, ho invitato i miei eredi a restaurarla. Ho ricostruito 82 templi degli dei nella città per volontà del senato, non tralasciata nessuna cosa che in quel tempo si doveva ricostruire. Console per la settima volta ho ricostruito la via flaminia a partire dalla città di rimini e tutti i ponti eccetto milvio e minucio. Per queste cose a vantaggio dei miei servigi per deliberazione del senato sono stato chiamato augusto e gli stessi stipiti della mia casa sono stati ornati con corone d'alloro e una corona civica è stata appesa sopra la mia porta. Per la terza volta quando esercitavo il decimo consolato, il senato e la classe equestre e tutto il popolo romano mi chiamava padre della patria e decretò ciò scrivendolo all'ingresso dei miei templi.
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Onori divini attribuiti a uomini celebri
Versione di latino di Agostino
LIBRO Lectio brevio
Testo latino
Inizio: Eo tempore, post captam Troiam atque deletam
Fine: divini honores praebiti sunt.
Traduzione
In quel tempo, dopo la presa di troia e la distruzione, enea con venti navi, con le quali erano portate le reliquie dei troiani, venne in italia, regnando lì Latino, e presso gli ateniesi Menesteo, presso i siciliani Polifide. Morto poi Latino, Enea regnò per tre anni. Poichè quando morì non apparve i latini lo resero proprio dio. I sabini annoverarono tra gli dei anche il loro primo re Sanco, o, come alcuni dicono, Santo. Durante lo stesso periodo Codro, re degli ateniesi, offrì se stesso che doveva essere ucciso senza essere conosciuto dai nemici peloponnesiaci della sua città. Dicono che in questo modo lui abbia liberato la patria. Infatti i peloponnesiaci avevano ricevuto il responso che loro avrebbero vinto finalmente gli ateniesi, se non avessero ucciso il re di quelli. Dunque Codro ingannò quelli mostrandosi con abbiagliamento povero e provocandoli con una lite fino alla sua morte. E gli ateniesi onorarono questo tanto quanto il dio con l'onore dei sacrifici. Sono stati forniti gli onori divini al quarto re dei latini Silvio, figlio di Enea, che si dice che Enea avesse avuto per ultimo, non da Creusa, dalla quale fu Ascanio che regnò allora terzo, ma da Lavinia, figlia di Latino.
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Princeps Carthaginiensium Anno opes suas ad occupandam dominationem intendit, regnumque invadere, interfecto senatu, conatus est. Cui sceleri solemnem nuptiarum diem filiae suae legit, ut religione sacrorum nefanda commenta sua tegerentur. Itaque plebi epublas in publicis porticibus, senatui in domo sua parat ut, poculis veneno infectis, secreto senatum et sine arbitris interficeret, obramque rem publicam facilius invaderet. Qua re magistratibus per servos prodita, scelus evitatum non vindicatum est. At ille, statua rursus caediumdie, cum denuo se proditum esse videret, timens iudicium, cum viginti milibus servorum armatis castellum quoddam occupat. Ibi, dum Afros regemque Maurorum concitat, capitur a militibus senatus, virgisque caesus, effosis oculis et manibus cruribusque fractis, in conspectu populi occiditur: corpus verberibus lacerum in cruce figitur. Filii quoque cognatique omnes, etiam innoxii, supplicio afficiuntur ne quis ad imitandum scelus vel ad mortem ulciscendam ex tam nefaria domo superesset.
Il principe dei Cartaginesi Annone indirizzò le sue risorse ad occupare il potere e tentò di attaccare il regno, una volta ucciso il senato. E per questa malvagia azione scelse il solenne giorno delle nozze di sua figlia, affinché i suoi nefasti progetti fossero coperti dal culto della cerimonia sacra. Così predispose per il popolo un banchetto nei portici pubblici, e per il senato in casa sua, affinchè, dopo aver impregnato i bicchieri di veleno, uccidesse i senatori in segreto e senza testimoni, e potesse più facilmente occupare lo stato. E trasmesso ai magistrati questo fatto grazie a dei servi, il delitto evitato non fu punito. Ma quello, stabilito di nuovo il giorno della strage, vedendo di essere stato tradito una seconda volta, temendo una denuncia, occupò una fortezza con ventimila servi armati. Lì, mentre incitava gli Afri e il re dei Mauri, venne catturato dai soldati del senato, colpito con bastoni, e, toltigli gli occhi e spezzategli le mani e le gambe, venne ucciso al cospetto del popolo : il corpo, lacero per le ferite, venne affisso ad una croce. Anche i figli e tutti i parenti, anche se innocenti, vennero colpiti dal supplizio, affinché nessuno di una famiglia tanto malvagia sopravvivesse per imitare i suoi delitti o per vendicarne la morte.
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Ut me conferrem ad explicandam philosophiam, peropportune accîdit quod in casu gravi civitatis nec in armis civilibus tueri meo more rempublicam possem, nec reperirem quid potius agerem. Dabunt igitur mihi veniam mei cives vel gratiam potius habebunt, quod, cum esset in unius (= Caesaris) potestate res publica, neque ego me abdîdi neque deserui neque adflixi, neque ita gessi, quasi homini aut temporibus essem iratus, neque porro adulatus sum aut admiratus, quod alter fortunam maiorem meä haberet. Id enim ipsum a Platone philosophiaque didiceram: naturales esse quasdam conversiones rerum publicarum, et eas tum a principibus teneri, tum a populis, aliquando a singulis. Quod haec acciderant nostrae rei publicae, id nos, pristinis muneribus orbatos, impulit ut studia philosophiae renovare coeperimus, ut et animus molestiis hac potissîmum re levaretur et prodessemus civibus nostris, quacumque re possemus Quare Cicero philosophiae operam dederit aut philosophiae studiis incubuerit.
Traduzione dal libro lectio brevio
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Cometarum cursus propter raritatem deprehendi adhuc non potest nec explorari an vices servent et illos ad suum diem certus ordo producat. Nova haec caelestium observatio est et nuper in graeciam invecta. Democritus quoque, subtilissimus antiquorum omnium, suspicari ait se plures stellas esse quae currant; sed illarum nec numerum posuit nec nomina. eudoxus primus ab aegypto stellarum motus in graeciam transtulit. hic tamen de cometis nihil dicit. Ex quo apparet ne apud aegyptios quidem, quibus maior caeli cura fuit, hanc partem elaboratam. postea Conon, diligens et ipse inquisitor, defectiones solis servatos ab aegyptiis collegit, nullam autem mentionem fecit cometarum; nec tamen praetermisisset si quid explorati apud illos comperisset. duo certe, qui apud chaldaeos studuisse se dicunt, epigenes et apollonius myndius, inter se dissidunt. hic enim ait cometas in numero stellarum errantium a chaldaeis poni tenerique cursum eorum; epigenes contra ait chaldaeos nihil de cometis comprehensi habere
Ancora non si può osservare l'orbita delle comete per la rarità con cui appaiono né determinare se esse mantengano dei turni vicendevoli ed una successione regolare le faccia comparire al loro giorno. Quest'osservazione dei corpi celesti è recente e introdotta in Grecia da poco. Anche Democrito, il più acuto di tutti gli antichi, dice di sospettare che le comete siano molte stelle che si spostano velocemrnte; ma di esse non ha fissato né il numero né i nomi. Eudosso per primo introdusse dall'Egitto in Grecia lo studio dei movimenti stellari. Tuttavia non parla affatto delle comete. Da ciò è evidente che questa dottrina non fu elaborata neanche tra gli Egizi, che ebbero un'attenzione più spiccata per il cielo. Poi Conone, zelante e lui stesso ricercatore, fece un elenco delle eclissi solari conservate dagli Egiziani, ma non menzionò affatto le comete; tuttavia non avrebbe omesso di farlo, se fosse venuto a conoscenza di qualche studio realizzato da loro. Certamente due, che asseriscono d'aver studiato presso i Caldei, Epigene e Apollonio dim Minde, discordano tra loro. Infatti questi dice che i Caldei pongono la comete nel numero delle stelle erranti e conoscono bene le loro orbite; invece Epigene asserisce che i Caldei non sanno nulla di comete