- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: versioni di Curzio Rufo
- Visite: 4
Fit proelium. Macedones in ferrum cum contemptu totiens a se victi hostis ruebant: contra Persae mori quam vinci praeoptabant. Raro in ullo proelio tantum sanguinis fusum est. Darius cum vinci suos videret, mori et ipse voluit, sed a proximis fugere conpulsus est. Suadentibus deinde quibusdam, ut pons Cydni fluminis ad iter hostium inpediendum intercideretur, non ita se saluti suae velle consultum ait, ut tot milia sociorum hosti obiciat. Alexander autem periculosissima quaeque adgrediebatur, et ubi confertissimos hostes acerrime pugnare conspexisset, eo se semper inmergebat periculaque sua esse, non militis volebat. Hoc proelio Asiae imperium rapuit; cuius tanta felicitas fuit, ut post hoc nemo rebellare ausus sit patienterque Persae post imperium tot annorum iugum servitutis acceperint
Avvenne la battaglia. I Macedoni si gettavano nell ferro (=nello scontro), con disprezzo del nemico tante volte sconfitto: i Persiani, dal canto loro, preferivano morire piuttosto che soccombere. Rare volte, in un combattimento, si è versato tanto sangue (genitivo partitivo). Dario, vedendo i propri soccombere, volle andare anche lui incontro alla morte, ma venne convinto dagli amici più a fuggire. Quando taluni gli consigliarono di sbarrare il ponte del fiume Cidno, allo scopo d'impedire il transito dei nemici, egli rispose di non voler badare alla propria salvezza in modo tale da lasciare migliaia di commilitoni in balia al nemico. Alessandro, invece, si gettava nella mischia e laddove aveva visto i nemici serratissimi combattere in modo acerrimo, lì sempre si fiondava, volendosi personalmente esporre ai pericoli, sottraendo ad essi i soldati ( e volendo che i pericoli fossero per sè, non). Grazie a tale scontro, Alessandro conquistò l'impero dell'Asia: tale fu il suo trionfo che, in seguito, nessuno osò ribellarsi e i Persiani, con rassegnata pazienza, accettarono il giogo della servitù dopo un periodo di tanti anni.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: versioni di Curzio Rufo
- Visite: 4
Omnes incaluerant mero: itaque surgunt temulenti ad incendendam urbem, cui armati pepercerant. Primus rex ignem regiae iniecit, tum convivae et ministri pelicesque. Multa cedro aedificata erat regia, quae celeriter igne concepto late fudit incendium. Quod ubi exercitus, qui haud procul urbe tendebat, conspexit, fortuitum ratus ad opem ferendam concurrit. Sed ut ad vestibulum regiae ventum est, vident regem ipsum adhuc aggerentem faces. Omissa igitur, quam portaverant, aqua igni aptam materiem in incendium iacere coeperunt. Hunc exitum habuit regia totius Orientis, unde tot gentes antea iura petebant, patria tot regum, unicus quondam Graeciae terror, molita mille navium classem et exercitus, quibus Europa inundata est contabulato mari molibus perfossisque montibus, in quorum specus fretum inmissum est. Ac ne tam longa quidem aetate, quae excidium eius secuta est, resurrexit. Alias urbes habuere Macedonum reges, quas nuncº habent Parthi: huius vestigium non inveniretur, nisi Araxes amnis ostenderet. Haud procul moenibus fluxerat: inde urbem fuisse XX stadiis distantem credunt magis quam sciunt accolae. Pudebat Macedones tam praeclaram urbem a comissabundo rege deletam esse. Itaque res in serium versa est et imperaverunt sibi, ut crederent illo potissimum modo fuisse delendam. Ipsum, ut primum mentem quies reddidit, paenituisse constat.
Tutti si erano infervorati per il vino e così si alzarono ubriachi per incendiare la città che da armati (complemento predicativo del soggetto) avevano risparmiato. Per primo il re appiccò il fuoco alla reggia e poi dopo di lui i commensali, i servitori e le cortigiane. La reggia era stata costruita con una grande quantità di legno di cedro, la quale espanse largamente l'incendio una volta che era stato appiccato il fuoco e quando l'esercito che si accampava non lontano dalla città si accorse di quello (dell'incendio) ritenendolo causale corse per portare aiuto. Ma quando si giunse(impersonale) alla tenda del re videro che il re stesso portava ancora delle fiaccole. Tralasciata l'acqua che avevano portato cominciarono a gettare nell'incendio, legname (materiale) adatto al fuoco Questa fine ebbe la reggia di tutto quanto l’Oriente, da cui tante genti dapprima chiedevano leggi, patria di tanti re, un tempo unico terrore della Grecia, dopo aver allestito una flotta di mille navi ed eserciti con cui fu invasa l'Europa, ricoperto il mare con un ponte di navi e traforati i monti, nelle cui caverne fu fatto passare il mare [Il riferimento è al ponte di navi costruito sull’Ellesponto e al taglio di un canale attraverso la penisola del monte Athos. E non risorse più, nemmeno nel lungo periodo che seguì la sua distruzione. Altre città possedettero i re macedoni, che ora posseggono i Parti: di questa non si troverebbero le tracce, se non le evidenziasse il fiume Arasse. Scorreva non lontano dalle mura: gli abitanti dei dintorni ritengono, più che saperlo per certo, che la città fosse stata distante da lì venti stadi. I Macedoni si vergognavano che una così splendida città fosse stata distrutta da un re gozzovigliante. Pertanto la cosa fu presa sul serio, e si costrinsero a credere che doveva esser distrutta particolarmente in quel modo. Risulta che egli stesso, appena la calma gli restituì la ragione, dopo esser stato annebbiato dall’ebbrezza, si sia pentito
Alessandro e la bella Rossana- Versione di latino di Curzio Rufo dal libro Storie di Alessandro Magn
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: versioni di Curzio Rufo
- Visite: 4
Alexander, Macedonum rex, pervenit in regionem illam Persidis, cui Oxyartes, nobilis satrapes, praeerat. Hic statim se imperio Alexandri subiecisse traditur. Quodam die Oxyartes ad magnificum convivium Alexandrum invitavit et cum id multa comitate celebraretur, triginta nobiles virgines iussae sunt introduci: inter eas erat filia Oxyartis, Roxane, quae regi pulcherrima visa est. Statim Alexander amore illius virginis arsit atque ei optimum visum est, ut suum regnum confirmaret, Persas et Macedones conubio iungi. Rex igitur iussit panem patrio more afferri - hoc erat apud Macedones sanctissimum coniugii pignus - quem, gla*** divisum, cum Roxane confestim libavisse narratur.
Traduzione
Alessandro, re dei Macedoni, arrivò in quella regione dei Eprsiani, cui era a capo Ossiart, nobile satrapo. Questo si dice subitodi sottomettersi al comando di Alessandro. un giorno Ossiarte invitò Alessandro ad un magnifico convivio e, celebrando ciò con molta campagnia, si comandò che trenta nobili vergini fossero introdotte: tra quelle c'era la figlia di Ossiarte, Rassana, che al re sembrò la più bella. Subito Alessandro arse d'amore di quella vergina e gli sembrò cosa ottima, per confermare il suo regno, che i Persiani e i Macedoni fossero uniti in matriminio. Dunque il re comando che il pane secondo il costume ptrio venisse portato - questo era presso i Macedoni un santissimo pegno di matrimonio - che, diviso dalla spada, si narra mangiò insieme con Rossana.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: versioni di Curzio Rufo
- Visite: 4
Fama Alexandri mortis ad Darei quoque matrem celeriter perlata est; nec eam puduit lugubrem vestem sumere atque, laceratis crnibus, humi corpus abicere. Assidebat ei altera ex neptibus, nuper amissum Hephaestionem, cui nupserat, lugens et proprias causas in communi maestitia retractabat. Sed omnium suorum mala Sisi gambis, Darei mater, dolebat: sortem suam, nptium vicem flebat. Recens dolor etiam praeterita revocaverat, amissum Dareum et duorum filiorum exsequias. Nunc cogitabat: "Quem miserebit mei mearumque neptium? Qui alius futurus est Alexander?". Ad ultimum dolori succubuit et vivere eam pertaesum est: obvolto capite, cibo pariter abstinuit et luce. Quinto die, postquam mori statuerat, exstincta est. magnum profecto documentum Alexander indulgentiae et iustitiae in omnes captivos est mors huius, quam, cum sustinuisset post Dareum vivere, Alexandro esse superstes pigitum est.
Traduzione
La notizia della morte di Alessandro fu prontamente riferita anche alla madre di Dario; ed essa non si vergognò (costruzione impersonale di "pudeo" con l'accusativo della persona) di indossare la veste da lutto e, strappatisi i capelli, di prostrarsi ("abicere corpus") a terra. Le sedeva accanto una delle nipoti che piangeva (o anche "che portava il lutto per") il recentemente scomparso Efestione, al quale era sposata, e nella comune tristezza ripassava nella mente i propri stati (puoi rendere con "riviveva i propri stati di sofferenza"). Ma Sisigambi, la madre di Dario, soffriva le pene di tutti i suoi cari: compiangeva il suo destino, per conto delle nipoti. Il dolore recente aveva richiamato alla mente anche le cose passate, la perdita di Dario (alla lettera, "lo scomparso Dario") e i funerali dei due figli. Ora pensava: "Chi avrà compassione di me e delle mie nipoti? Chi potrà mai essere un altro Alessandro?". Alla fine soggiacque al dolore e ne ebbe abbastanza di vivere: dopo essersi velata il capo, si astenne contemporaneamente dal cibo e dalla luce del giorno. Si spense il quinto giorno dal momento in cui aveva deciso di morire. Senza dubbio rappresenta un'importante testimonianza dell'indulgenza e della clemenza di Alessandro (è "Alexandri"!) nei confronti di tutti i prigionieri la morte di costei che, pur avendo sopportato di vivere dopo (la morte di) Dario, si vergognò di sopravvivere ad Alessandro.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: versioni di Curzio Rufo
- Visite: 4
Alexander, Gordio urbe in dicionem suam redacta, Iovis templum intrat. Vehiculum, quo Gordium, Midae patrem, vectum esse constabat, adspexit, cultu haud snae a vilioribus vulgatisque usu abhorrens. Notabile erat iugum adstrictum compluribus nodis in semetipsos implicatis et celantibus nexus. Incolis deinde adfirmantibus, editam esse oraculo sortem, Asiae potiturum, qui inexplicabile vinculum solvisset, cupido incessit animo sortis eius explendae. Circa regem erat et Phrygum turba et Macedonum, illa exspectatione suspensa, haec sollicita ex temeraria regis fiducia. Alexander, nequamquam diu luctatus cum latentibus nodi: " Nihil, inquit, interest, quomodo solvantur", gladioque ruptis omnibus loris oracoli sortem vel elusit vel implevit.
Alessandro, sottomessa la città di Gordio sotto il suo dominio, entra nel tempio di Giove. Vide una carrozza, con la quale Gordio, padre di Mida, risultava evidente che fosse stato trasportato, che non differiva affatto nell’aspetto da quelli di minor prezzo ed uso comune. Era noto il giogo stretto con molti nodi imbrogliati tra loro stessi e che nascondevano intrecci. In seguito, affermando gli abitanti che il responso era stato svelato dall’oracolo e che si sarebbe impadronito dell’Asia colui che avesse sciolto il nodo intricatissimo si accese d’animo desideroso di adempire quella profezia. Intorno al re c’era la folla dei Frigi e dei Macedoni, quella trattenuta dalla curiosità, questa agitata dalla temeraria fiducia del re. Alessandro non essendosi sforzato per nulla a lungo con i nodi nascosti: "". E con la spada spezzati tutti i legami sia si prese gioco del responso dell’oracolo, sia lo compì.
- Un segno divino ammonisce Alessandro durante l'assedio di Gaza- Versione latino di Curzio Rufo da Co
- Il nodo di Gordio- Versione latino di Curzio Rufo da Latino laboratorio 1
- Ritorno agli amici di un tempo - Cicerone versione latino
- Alessandro Magno - Versione latino di Curzio Rufo da La versione latina nel biennio