- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CALLIDAE VOCES - versioni latino tradotte
- Visite: 1
Huc ut perventum est cum propter aetatem pedibus iam non valeret vehiculoque portaretur magni concursus sunt facti cum alii reminiscentes veteris famae aetatis misererentur plurimi vero ira exacuerentur propter proditionis suspicionem Piraei maximeque quod adversus populi commoda in senectute steterat. Quare ne perorandi quidem ei data est facultas et dicendi causam. Inde iudicio legitimis quibusdam confectis damnatus traditus est undecimviris quibus ad supplicium more Atheniensium publice damnati tradi solent. Hic cum ad mortem duceretur obvius ei fuit Euphiletus quo familiariter fuerat usus. Is cum lacrimans dixisset `O quam indigna perpeteris Phocion!' huic ille `At non inopinata' inquit: `hunc enim exitum plerique clari viri habuerunt Athenienses'. In hoc tantum feit odium multitudinis ut nemo ausus sit eum liber sepelire. Itaque a servis sepultus est.
Quando si giunse in città, e Focione era portato su un carro perché a causa dell'età non poteva più reggersi sulle gambe, vi fu un grande accorrere di popolo: alcuni, memori dell'antica fama, avevano pietà dell'età, ma la stragrande maggioranza erano accesi d'ira per il sospetto del tradimento del Pireo e soprattutto perché nella vecchiaia si era schierato contro gli interessi del popolo. Perciò non gli fu neppure concessa la facoltà di portare a termine il suo discorso di difesa. Quindi condannato, fatte salve certe formalità giuridiche, dal tribunale, fu consegnato agli Undici, a cui secondo il costume degli Ateniesi si consegnano di solito, per essere giustiziati, i condannati pubblici. E mentre costui veniva condotto a morte, gli si fece incontro il suo vecchio amico Eufileto. Avendogli quello detto piangendo: "Quale sorte indegna subisci, o Focione!", questi: "Ma non inaspettata", gli rispose. "Una fine come questa infatti l'hanno avuta la maggior parte degli uomini illustri di Atene". Tale fu l'odio della moltitudine nei suoi confronti, che nessun uomo libero osò portarlo alla sepoltura. Perciò fu seppellito da schiavi.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CALLIDAE VOCES - versioni latino tradotte
- Visite: 1
Aristides, Lysimachi filius, Atheniensis, aequalis fere fuit Themistocli itaque cum eo de principatu contendit: namque obtrectarunt inter se. In his autem cognitum est, quanto antestaret eloquentia innocentiae. Quamquam enim adeo excellebat Aristides abstinentia, ut unus post hominum memoriam, quem quidem nos audierimus, cognomine Iustus sit appellatus, tamen a Themistocle collabefactus testula illa exilio decem annorum multatus est. Qui quidem cum intellegeret reprimi concitatam multitudinem non posse, cedensque animadvertisset quendam scribentem, ut patria pelleretur, quaesisse ab eo dicitur, quare id faceret aut quid Aristides commisisset, cur tanta poena dignus duceretur. Cui ille respondit se ignorare Aristiden, sed sibi non placere, quod tam cupide elaborasset, ut praeter ceteros Iustus appellaretur. Hic decem annorum legitimam poenam non pertulit. Nam postquam Xerxes in Graeciam descendit, sexto fere anno quam erat expulsus, populi scito in patriam restitutus est.
Traduzione n. 1
Aristide, figlio di Lisimaco, ateniese, era (lett. : fu) quasi coetaneo di Temistocle. Fu pertanto in lotta con lui per il predominio; e infatti si criticarono l’un l’altro (lett. : tra loro). In questi poi ci si potè render conto di quanto l’eloquenza abbia il sopravvento sull’onestà. Sebbene infatti Aristide si distinguesse per la (sua) rettitudine a tal punto che egli solo a memoria d’uomo, che abbia sentito dire io (lett. : che abbiamo sentito dire) per lo meno, sia stato chiamato con il soprannome di Giusto (lett. : Giusto nel soprannome), tuttavia, colpito da Temistocle con quel famoso (sistema dell’)ostracismo, fu condannato ad un esilio di dieci anni. E si dice che egli, comprendendo che una folla aizzata non poteva essere calmata e avendo visto, mentre se ne andava, un tale che scriveva (il suo nome sul coccio), perché fosse scacciato dalla patria, gli chiese perché lo facesse o che cosa avesse fatto Aristide per essere considerato degno di una così grave condanna. Ed egli gli rispose che non conosceva Aristide ma che non gli piaceva che si fosse tanto bramosamente adoperato per essere chiamato Giusto (solo lui) ad esclusione di tutti gli altri. Costui (però) non portò a termine la condanna a dieci anni (di esilio) stabilita dalla legge: infatti dopo che Serse marciò contro la Grecia circa cinque anni dopo che (lett. : nel sesto anno circa da che) era stato scacciato, venne richiamato in patria con un plebiscito.
Traduzione n. 2
L'ateniese Aristide, figlio di Lisimaco, fu quasi coetaneo si Temistocle. Pertanto lottò contro di lui per il primato: infatti si avversarono. Ora tra questi fu conosciuta, quanto più valesse l'eloquenza che l'innocenza. Sebbene infatti Aristide talmente si distingueva per la misura, come solo a memoria d'uomo, che noi senza dubbio abbiamo ascoltato, sia chiamato con il soprannome il giusto, tuttavia scocco (nella reputazione) da Temistocle, quegli fu condannato dall'ostracismo all'esilio per dieci anni. E questi senza dubbio, poiché comprese che non poteva respingere la folla agitata, e poiché andava via avendo visto certamente coloro che scrivevano, affinché venisse colpita la patria, si dice che avesse chiesto ad egli, per quale ragione fosse fatto questo o cosa avesse commesso Aristide, perché fosse ritenuto meritevole di tanta punizione. E a questi egli rispose che Aristide se ignorare, ma che non era soddisfatto di se, poiché si era affaticato tanto bramosamente, che era chiamato giusto più di tutti gli altri.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CALLIDAE VOCES - versioni latino tradotte
- Visite: 1
Un sogno veritiero Callidae Voces versione Cicerone
Duo Arcades familiares iter Megaram versus una faciebant. Postquam in urbem pervenerant, unus ad cauponem devertit, alter ad hospitem. Sed concubia nocte unus, dum hospitis sui domi placide dormit, alterum in somnio vidit, qui (nom= che, il quale) flebat et sic amicum orabat: «Amice, me (acc. = me, mi) adiuva, quod caupo interitum meum parat ob pecuniam meam!». Viro enim copiosa res familiaris erat, et ille (nom. = egli) magna cum imprudentia multos nummos ad longum iter secum (= con sē) tulerat. Amicus igitur primum (avv. ) horruit et surrexit, dein, postquam somnium effluxerat, quievit et recubuit. Dum dormit, amicus in somnio rursus apparuit et dixit: «Quia mihi (dat. = a me) vivo non subvenisti, nunc mortem meam vindica! Caupo enim me (acc. = me, mi) interfecit, in plaustrum coniecit et super corpus stercus terramque iniecit. Cras, ubi (=appena) lluxerit, interfector ex oppido cum plaustro exibit; tu, prima luce, ad portam adi et rem denuntia!». Mane amicus ad portam adiit et cauponi praesto fuit. Mortuum e plaustro eruit et caupo fugit, sed res patefacta est et homo sceleratus sceleris sui poenas solvit.
Due amici Arcadi facevano insieme un viaggio alla volta di Megara. Dopo essere arrivati in città, uno alloggiò presso un oste, l’altro da un albergatore. Ma a notte fonda uno, mentre dormiva tranquillamente a casa del suo albergatore, vide in sogno l’altro, che piangeva e così pregava l’amico: “ Amico, aiutami, perché l’oste prepara la mia morte per il mio denaro!”. Infatti l’uomo possedeva un notevole patrimonio ed egli con grande imprudenza aveva portato con sé molte monete per il lungo viaggio. L’amico, dunque, dapprima rabbrividì e si alzò, poi, dopo che il sogno era svanito, si calmò e si tornò a letto. Mentre dormiva, l’amico riapparve in sogno e disse: “Poiché non sei venuto in mio aiuto quando ero ancora vivo, ora vendica la mia morte! L’oste infatti mi ha ucciso, mi ha scagliato su un carro e sopra al mio corpo ha gettato sterco e terra. Domani, quando spuntò il giorno, l’assassino uscirà dalla città con il carro; tu, all’alba, recati alla porta e denuncia il fatto!”. Di mattina l’amico si recò alla porta e si trovò al cospetto dell’oste. Tirò fuori il cadavere dal carro e l’oste fuggì, ma il fatto fu scoperto e l’uomo infame (lett. scellerato) scontò la pena per il suo delitto.
Traduzione dal libro calidae voces pagina 155 numero 66
E Aristotele, uomo d'ingegno eccezionale e direi quasi divino, s'inganna o vuole ingannare gli altri, quando scrive che Eudemo di Ciprio suo amico, facendo un viaggio in Macedonia, arrivò a Fere, che era una città in Tessaglia allora molto nota, ma era tenuta in dominio dalle crudele tiranno Alessandro; dunque nella città Eudemo fu così gravemente malato, che tutti i medici diffidavano; gli sembrò che un giovane di bell'aspetto gli dicesse nel sonno che prestissimo sarebbe guarito, e pochi giorni dopo il tiranno Alessandro sarebbe morto, invece lo stesso Eudemo sarebbe ritornato a casa dopo cinque anni. Sia Eudemo guarì sia il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie; invece alla fine del quinto anno, essendoci la speranza da quel sogno che sarebbe ritornato a Cipro dalla Sicilia, questo combattendo a Siracusa fu ucciso; da ciò quel sogno fu così interpretato, che, l'animo di Eudemo uscendo dal corpo allora sarebbe sembrato che fosse ritornato in patria.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CALLIDAE VOCES - versioni latino tradotte
- Visite: 1
Inizio: Omnes homines qui sese student praestare ceteris animalibus Fine: indigens alterum alterius auxilio eget.
Clicca qui per il testo latino completo e per la traduzione
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: CALLIDAE VOCES - versioni latino tradotte
- Visite: 1
Inizio: Item, cum bello acri et diutino Veientes a Romanis intra moenia conpulsi Fine: paruit et hostium urbe potitus est.