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Hoc per singulos prorogatum in summam proficit, et quantum in infantia praesumptum est temporis adulescentiae adquiritur. Idem etiam de sequentibus annis praeceptum sit, ne quod cuique discendum est sero discere incipiat. Non ergo perdamus primum statim tempus, atque eo minus quod initia litterarum sola memoria constant, quae non modo iam est in parvis, sed tum etiam tenacissima est. Nec sum adeo aetatium inprudens ut instandum protinus teneris acerbe putem exigendamque plane operam. Nam id in primis cavere oportebit, ne studia qui amare nondum potest oderit et amaritudinem semel perceptam etiam ultra rudes annos reformidet. Lusus hic sit, et rogetur et laudetur et numquam non fecisse se gaudeat, aliquando ipso nolente doceatur alius cui invideat, contendat interim et saepius vincere se putet: praemiis etiam, quae capit illa aetas, evocetur.
L’aver prorogato questo per ciascuno giova all’esito generale e quanto si è anticipato nell’infanzia arricchisce dell’età dell’adolescenza. La medesima cosa anche sia anticipata negli anni che seguono, affinché ciò a chi bisogna imparare cominci ad imparare tardi. Non dunque perdiamo subito la prima occasione e tanto meno perché i primi elementi sugli studi letterari persistono nella sola memoria, la quale non solo esiste già nei piccoli, ma anche in quel periodo è saldissima. Non sono tanto inesperto dei periodi della vita da pensare che occorra insistere subito dalla tenera età ed esigere un’applicazione in assoluto. Infatti questo innanzitutto bisogna evitare che egli non è ancora in grado di amare gli studi, li prenderebbe in odio e patirebbe una volta percepita l’impressione sgradevole, anche dopo i primi anni di età. A questo punto sia un gioco, si inviti, si lodi, e sempre egli sia lieto di aver fatto qualcosa, talvolta, se egli stesso non vuole, si insegni qualcosa ad un altro, per farlo ingelosire, intanto entri in competizione e creda assai spesso che lui abbia la meglio: e sia sollecitato anche con premi, i quali fanno presa su quell’età.
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Dareo totis regni sui viribus in eorum regionibus subinde impetum facienti paulatim cedentes ad ultimas iam solitudines pervenerant. interrogati deinde ab eo per legatos quem finem fugiendi aut quod initium pugnandi facturi essent, responderunt se nec urbes ullas nec agros cultos, pro quibus dimicarent, habere: ceterum, cum ad parentium suorum monumenta venisset, sciturum quemadmodum Scythae proeliari solerent. quo quidem uno tam pio dicto inmanis et barbara gens ab omni se feritatis crimine redemit. prima igitur et optima rerum natura pietatis est magistra, quae nullo vocis ministerio, nullo usu litterarum indigens propriis ac tacitis viribus caritatem parentium liberorum pectoribus infundit. quid ergo doctrina proficit? ut politiora scilicet, non ut meliora fiant ingenia, quoniam quidem solida virtus nascitur magis quam fingitur. Quis enim plaustris vagos et siluarum latebris corpora sua tegentes in modumque ferarum laniatu pecudum viventes sic Dario respondere docuit
A Dario che frequentemente faceva assalto con tutte le truppe del suo regno contro i loro paesi a poco a poco quelli che avanzavano erano giunti nei deserti più lontani, interrogati poi da lui attraverso i legati quando avrebbero messo fine di fuggire o che avrebbero fatto l’inizio di combattere risposero che non avevano alcuna città né campi coltivati per i quali combattessero: del resto, essendo giunti al sepolcro dei loro genitori, avrebbe saputo in che modo sollevano gli Sciti combattere; ma con questa sola tanto religiosa sentenza la selvaggia e barbara popolazione si riscattò da ogni crimine di crudeltà. La natura quindi è la prima e migliore maestra di pietà, e quella senza alcun impiego di parola, alcun uso di cose scritte imponendosi con le proprie e silenziose forze infonde nei cuori dei figli l’affetto dei genitori. A cosa dunque giova la conoscenza? Naturalmente perché gli ingegni diventino più raffinati, non moralmente migliori, perché una virtù veramente salda suole essere innata più che essere foggiata. Chi infatti istruì nomadi che vivevano sui carri e che nascondevano i loro corpi nei nascondigli delle selve alla maniera delle fiere e sbranando le belve a rispondere a Dario in questo modo?
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Saepe numero, patres conscripti, multa verba in hoc ordi ne feci, saepe de luxuria atque avaritia nostrorum civium questus sum multosque mortalis es causa advorsos habeo. Qui mihi atque animo meo nullius umquam delicti gratiam fecissem, haud facile alterius lubidini male facta condonabam. Sed ea tametsi vos parvi pendebatis, tamen res publica firma erat: opulentia neglegentiam tolerabat. Nunc vero non id agitur, bonisne an malis moribus vivamus, neque quantum aut quam magnificum imperium populi Romani sit, sed haec, cuiuscumque modi videntur, nostra an nobiscum una hostiam futura sint. Hic mihi quisquam mansuetudinem et misericordiam nominat! Iam pridem equidem nos vera vocabula rerum amisimus: quia bona aliena largiri liberalitas, malarum rerum audacia fortitudo vocatur, eo res publica in extremo sita est. Sint sane, quoniam ita se mores habent, liberales ex sociorum fortunis, sint misericordes in furibus aerari; ne illi sanguinem nostrum largiantur et, dum paucis sceleratis parcunt, bonos omnis perditum eant!
TRADUZIONE
Spesso, o padri coscritti, dissi molte parole a lungo davanti al vostro consesso, spesso ho biasimato il lusso e l'avidità dei nostri concittadini, e per questa ragione molti mi si sono fatti nemici mortali. Per me, che non avrei mai perdonato a me stesso e al mio animo nessun delitto, non era facile perdonare ad altri le malefatte della loro passione. Ma sebbene voi non vi curaste di ciò, tuttavia la repubblica era salda: la prosperità tollerava la negligenza. Ma ora non si tratta di questo, se viviamo virtuosamente o viziosamente, né di quanto sia grande e magnifico l'impero del popolo romano, ma di sapere se questi beni, in qualunque modo li si consideri, resteranno nostri o cadranno insieme con noi in potere del nemico. E ora qualcuno mi viene a parlare di mansuetudine e di pietà? Già da tempo, invero, abbiamo disimparato il vero senso delle parole: poiché l'essere prodighi coi denari altrui si dice liberalità e l'audacia nelle ribalderie si chiama bravura, perciò la repubblica è ridotta allo stremo. Poiché tali sono i costumi, siano pure liberali con i beni degli alleati; siano pietosi con i ladri dell'erario: ma non largheggino con il nostro sangue, e mentre risparmiamo pochi scellerati, non mandino tutti i galantuomini in rovina
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Ut vero medicamentum se diffudit in venas et sensim toto corpore Fine: Vigor: quis ille vel ingenii dotibus, vel animi artibus, ut pariter carus ac verendus esset, effecerat
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Sed confecto proelio tum vero cerneres, quanta audacia quantaque animi vis fuisset in exercitu Catilinae. Nam fere quem quisque vivus pugnando locum ceperat, eum amissa anima corpore tegebat. Pauci autem, quos medios cohors praetoria disiecerat, paulo divorsius, sed omnes tamen advorsis volneribus conciderant. Catilina vero longe a suis inter hostium cadavera repertus est paululum etiam spirans ferociamque animi, quam habuerat vivus, in voltu retinens. Postremo ex omni copia neque in proelio neque in fuga quisquam civis ingenuus captus est: ita cuncti suae hostiumque vitae iuxta pepercerant. Neque tamen exercitus populi Romani laetam aut incruentam victoriam adeptus erat; nam strenuissumus quisque aut occiderat in proelio aut graviter volneratus discesserat. Multi autem, qui e castris visundi aut spoliandi gratia processerant, volventes hostilia cadavera amicum alii, pars hospitem aut cognatum reperiebant; fuere item, qui inimicos suos cognoscerent. Ita varie per omnem exercitum laetitia, maeror, luctus atque gaudia agitabantur.
traduzione
Terminata la battaglia, allora avresti veduto davvero quanta audacia e forza d'animo fossero state nell'esercito di Catilina. Infatti quel luogo che ognuno da vivo aveva occupato lottando, ora, perduta la vita, lo ricopriva con il suo cadavere. Pochi del centro, poi, che la coorte pretoria aveva disperso, giacevano un pò pi? lontano, ma tutti nondimeno colpiti di fronte. Catilina fu trovato lontano dai suoi, tra i cadaveri dei nemici, respirava ancora appena, recando impressa in volto la fierezza d'animo che aveva avuto da vivo. Infine, di tutta questa armata, nessun libero cittadino fu catturato in battaglia o in fuga: a tal punto ciascuno aveva risparmiato la sua vita al pari di quella del nemico. N? l'esercito del popolo romano aveva ottenuto una vittoria lieta o incruenta, infatti tutti i pi? valorosi o erano caduti in battaglia o ne erano usciti gravemente feriti. Molti poi che erano usciti dal campo per visitare il terreno di combattimento o far bottino, rivolgendo i cadaveri dei nemici, trovavano chi un amico, chi un ospite o un parente; vi furono anche alcuni che trovarono un nemico personale. Cos? per tutto l'esercito variamente si mescolavano la letizia, l'angoscia il cordoglio la gioia.
Da altro libro
Sed ubi omnibus rebus exploratis Petreius tuba signum dat, cohortis paulatim incedere iubet; idem facit hostium exercitus. postquam eo ventum est, unde a ferentariis proelium conmitti posset, maxumo clamore cum infestis signis concurrunt; pila omittunt, gladiis res geritur. Veterani pristinae virtutis memores comminus acriter instare, illi haud timidi resistunt: maxuma vi certatur. Interea Catilina cum expeditis in prima acie vorsari, laborantibus succurrere, integros pro sauciis arcessere, omnia providere, multum ipse pugnare, saepe hostem ferire: strenui militis et boni imperatoris officia simul exequebatur. Petreius ubi videt Catilinam, contra ac ratus erat, magna vi tendere, cohortem praetoriam in medios hostis inducit eosque perturbatos atque alios alibi resistentis interficit. Deinde utrimque ex lateribus ceteros adgreditur. Manlius et Faesulanus in primis pugnantes cadunt. Catilina postquam fusas copias seque cum paucis relicuom videt, memor generis atque pristinae suae dignitatis in confertissumos hostis incurrit ibique pugnans confoditur.
Ma quando Petreio, dopo aver vagliato tutto, dà il segnale con la tromba, ordina alle coorti di avanzare pian piano; la stessa cosa fa l’esercito dei nemici. Dopo che si giunse là donde poteva essere attaccata battaglia dai ferentari, con altissime grida, si slanciano con le insegne in posizione di attacco: lasciano da parte i giavellotti, la battaglia (lett. : la cosa) si conduce con le spade. I veterani, memori dell’antico valore, incalzano furiosamente da vicino; quelli resistono tutt’altro che timidi: si combatte con grandissima violenza. Nel frattempo Catilina, si aggirava nella prima fila con gli armati alla leggera, soccorreva quelli in difficoltà, sostituiva (uomini) sani ai feriti, provvedeva a tutto, combatteva molto egli stesso, spesso feriva un nemico: adempiva contemporaneamente ai doveri di un valoroso soldato e di un buon comandante. Petreio, quando vede Catilina combattere con grande vigore al contrario di quel che aveva pensato, spinge la coorte pretoria in mezzo ai nemici e li massacra dopo averli scompigliati e mentre resistevano chi qua chi là; poi assale gli altri da entrambe le parti sui lati. Manlio e Fesolano cadono combattendo fra i primi. Catilina, dopo che vede le truppe sbaragliate e se stesso rimasto con pochi, memore della (sua) stirpe e della sua antica dignità si slancia dove i nemici sono più fitti e lì combattendo viene trafitto.