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Inter haec iam praemissi Albam erant equites qui multitudinem traducerent Romam. Legiones deinde ductae sunt ad diruendam urbem ... Equitum decem turmas ex Albanis legit, et legiones veteres supplevit et novas conscripsit.
Frattanto era già stata inviata la cavalleria per trasferire a Roma la popolazione. Ad essa seguirono le legioni per annientare la città. Non appena queste sorpassarono le porte, non fu avvertito, a dire il vero, quello scompiglio né il terrore che è abituale delle città conquistate quando scardinate le porte o abbattute le mura o presa con la forza la rocca le ostili grida ostili e i nemici in armi irrompono attraverso la città e mettono tutto a ferro e fuoco, ma un silenzio carico di tristezza e uno scoraggiamento senza parole paralizzò l'animo di tutti in modo tale che ora si soffermavano sulle porte, ora erravano per le loro case che videro per l'ultima volta. Ma quando già si ascoltare il fragore degli edifici che crollavano nelle zone periferiche della città e la polvere che come una nube aveva colmato ogni cosa, gli Albani uscirono abbandonando le case in cui ciascuno di loro era nato ed era cresciuto. Una fila ininterrotta di sfollati aveva giù colmato le vie, e la vista degli altri rinnovava il pianto, e si ascoltavano anche lamenti di commiserazione, in special modo da parte delle donne, quando passavano davanti ai templi sacri occupati dagli armati e anzi lasciavano i loro déi quasi in balia del nemico. I Romani, Usciti gli Albani dalla città, distrussero senza una regola tutti gli edifici sia pubblici che privati e in un'ora sola un lavoro di 400 anni, nei quali Alba era rimasta in vita, fu demolita dalle fondamenta. Tuttavia si astennero dal distruggere i templi degli dei (così infatti era stato ordinato dal re). Nel frattempo Roma, con la distruzione di Alba si espanse. Raddoppiò il numero dei cittadini. Fu aggiunto alla città il colle Celio, e Tulio occupò quella sede e lì prese (la sua) dimora. Elesse tra i senatori i primi cittadini di Alba, al fine di far aumentare anche quella parte dello stato, e così per il senato da lui stesso accresciuto fece costruire la curia, che fu denominata "curia Ostilia" fino ai tempi dei nostri padri. E arruolò provenienti dagli Albani 10 plotoni di cavalleria, e completò i ranghi delle legioni vecchie e ne creò di nuove.
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Cn. Pompeius ad gerendum bellum adversus Mithridaten profectus, cum rege Parthorum Phraate amicitiam renovavit. ... Tigranis filio, triumphavit, Magnusque a tota contione consalutatus est.
Partito per combattere la guerra contro Mitridate, G. Pompeo rinnovò l'amicizia con il re dei Parti, Fraate. Vinse Mitridate in un combattimento equestre. Gneo Pompeo costrinse Mitridate, sbaragliato in un combattimento notturno, a fuggire nel Bosforo. Accettò la sottomissione di Tigrane e, dopo avergli sottratto la Siria, la Fenicia e la Cilicia, gli restituì il regno d'Armenia. Gneo Pompeo, seguendo Mitridate, giunse presso popoli remotissimi e sconosciuti. Sconfisse in combattimento gli Iberi e gli Albani, che non permettevano il passaggio. Gneo Pompeo ridusse il Ponto in forma di provincia. Farnace, figlio di Mitridate, portò guerra al padre. Mitridate, assediato da lui nella reggia, preso del veleno, essendo andato troppo poco vicino alla morte, fu ucciso dal un soldato Gallo di nome Bitoco, a cui aveva chiesto di aiutarlo. Gneo Pompeo sottomise i Giudei, prese il loro tempio a Gerusalemme, inviolato prima di quel momento. Lucio Catilina, avendo sopportato due volte il rifiuto nella richiesta del consolato, congiurò con il pretore Lentulo, con Cetego e con molti altri riguardo la strage dei consoli e del senato e l'abbattimento dello Stato con incendi della città, avendo preparato anche un esercito in Etruria. Questa congiura fu scoperta grazie all'attività di Marco Tullio Cicerone. Catilina fu cacciato dalla città, gli altri congiurati giustiziati. Catilina fu fatto a pezzi dal proconsole C. Antonio assieme all'esercito. Fu fatta una cospirazione tra tre maggiorenti della città: Gneo Pompeo, M. Crasso, C. Cesare. Pompeo trionfò su Mitridate e Tigrane, condotti davanti al carro i figli di Mitridate e Tigrane, e sul figlio di Tigrane, e da tutta l'adunanza fu acclamato 'Grande
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"Sed quo sis, Africane, alacrior ad tundam rem publicam, sic habeto: omnibus qui patriam conservaverint, adiuverint, auxerint, certum esse in caelo definitum locum, ubi beati aevo sempiterno fruantur...
"Ma affinché tu sia, o Africano, più alacre a proteggere lo Stato, sappi questo: per tutti coloro che hanno salvato, sostenuto, accresciuto la patria c'è in cielo un luogo ben definito, dove godono beati della vita eterna. Infatti per quel dio supremo, che regge tutto il mondo, non c'è niente (perlomeno di ciò che avviene in terra) di più gradito di quelle società umane, fondate sul diritto, che si chiamano Stati; i governatori e i conservatori di questi, di qui partiti, qui ritornano". A questo punto io, sebbene fossi sconvolto non tanto dalla paura della morte quanto delle insidie da parte dei miei, chiesi tuttavia 'se fossero vivi lui e il padre Paolo e gli altri che noi riteniamo morti?'. Disse: "In realtà vivono davvero questi, che sono volati via dalle catene dei corpi come da una prigione. Invece la vostra, che è chiamata 'vita', è la morte. Perché non guardi tuo padre Paolo che viene da te?". Appena lo vidi versai davvero una gran quantità di lacrime, mentre lui, abbracciandomi e baciandomi, mi proibiva di piangere. E io, non appena, calmato il pianto, iniziai a poter parlare, dissi: "Di grazia, padre santissimo e ottimo, dal momento che questa è la vita, come sento dire l'Africano, perché indugio sulla terra? Perché non mi affretto a venire qui da voi?" "Non è così" disse quello, "infatti se quel dio, del quale è questo tempio e tutto ciò che vedi, non ti avrà liberato da questa prigione del corpo, l'entrata qui non ti può essere accessibile. Gli uomini, infatti, sono stati generati con questa legge, che custodiscano quel globo, che è chiamato 'terra', che vedi al centro in questo tempio e a essi l'anima è stata data da quei fuochi sempiterni che voi chiamate 'costellazioni' e 'stelle' che, sferiche e rotonde, animate da menti divine, compiono le loro orbite con mirabile celerità. Perciò tu, Publio, e tutti gli uomini pii dovete mantenere l'anima nel carcere del corpo, né senza il consenso di colui dal quale l'anima vi è stata data dovete emigrare dalla vita tra gli uomini perché non sembri che siate venuti meno al dovere umano assegnato dal dio. Ma così, o Scipione, come questo tuo avo, come io che ti ho generato, coltiva la giustizia e il rispetto, che, come è grande nei confronti dei genitori e dei parenti, così è grandissima nei confronti della patria. Questa vita è la strada verso il cielo e verso questa moltitudine di coloro che hanno già vissuto e, liberati dal corpo, abitano quel luogo che vedi (quellaera un'orbita folgorante di vivissimo candore tra le fiamme), che voi, come avete appreso dai Greci, chiamate 'via Lattea'. Da lì tutte le altre cose sembravano a me, che contemplavo, splendenti e meravigliose. Vi erano inoltre quelle stelle che non abbiamo mai visto da questo luogo, e di tali dimensioni che noi non avremmo mai sospettato che ci fossero - tra queste la più piccola era quella che, ultima dal cielo, più vicina alla terra, risplendeva di luce non sua. Inoltre le sfere delle stelle facilmente superavano la grandezza della terra. Già la terra stessa mi sembrò così piccola, che mi vergognavo del nostro dominio, con il quale tocchiamo quasi un punto.
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Cum in Africam venissem - M. Manilio consuli ad quartam legionem tribunus ut scitis militum - nihil mihi fuit potius quam ut Masinissam convenirem, regem familiae nostrae iustis de causis amicissimum. ... sed etiam dieta meminisset.
Dopo essere arrivato in Africa come tribuno presso la quarta legioni agli ordini del console M. Manlio (come ben sapete) nulla mi fu più gradito che incontrare Massinissa, re molto amico della nostra famiglia per giusti motivi. Quando giunsi da lui, il vecchio, abbracciandomi, scoppiò in lacrime e dopo un pò alzò lo sguardo al cielo e disse: "Rendo grazie a te, o sommo Sole, e a voi, altri dei celesti, poiché prima di allontanarmi da questa vita vedo nel mio regno e questo tetto P. Cornelio Scipione, dal cui stesso nome sono rianimato; pertanto giammai dal mio animo svanisce il ricordo di quell'ottimo e invincibilissimo uomo". Quindi io gli chiesi del suo regno, lui della nostra repubblica, e, dopo aver parlato molto scambievolmente, ci trascorse quella giornata. Poi, accolti con un'ospitalità regale, prolungammo la conversazione fino a notte fonda, dal momento che il vecchio non parlava d'altro se non dell'Africano e ricordava non solo tutte le sue imprese, ma anche i detti.
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Iulius cum uxore sua in peristylo ambulat. Uxor eius est Aemilia...
Giulio passeggia con sua moglie in cortile. Sua moglie è Emilia. Giulio è il marito di Emilia. Marito e moglie passeggiano tra le colonne e le statue. Il tetto del cortile è sorretto da alte colonne, tra le quali vi sono tre belle statue: una di Giunone, un'altra di Cupido e la terza di Venere. Giunone e Venere sono dee. Cupido è il figlio di Venere e Marte, sebbene Venere non sia moglie di Marte, ma di un altro dio, di nome Vulcano. Venere infatti è una cattiva mogli, che ama altri dei fuorché suo marito Vulcano. Marte e Vulcano sono figli di Giunone e Giove; Giunone infatti è la moglie di Giove. Ma Giove è un cattivo marito, che ama molte altre dee fuorché Giunone, sua moglie. Nessuno tra gli dei è un marito peggiore di Giove, né alcuna dea è una moglie peggiore di Venere. Tra tutti gli dei e le dee Giove è un pessimo marito e Venere una pessima moglie. Le madri di famiglia invocano Giunone, essa infatti è la dea delle matrone. Gli amanti invocano Venere e Cupido, infatti Venere e Cupido possono suscitare l'amore nei cuori degli uomini. Cupido infatti è il dio dell'amore, e Venere, la più bella tra tutte le dee, è la dea dell'amore e della bellezza. La bellezza di Venere è lodata da tutti. Giulio è un buon marito che ama sua moglie e nessun'altra donna. Certamente Giulio è un marito migliore di Giove! Similmente Emilia è una buona moglie che ama suo marito e nessun altro uomo. Certamente Emilia è una donna migliore di Venere! Emilia chiama Giulio "ottimo uomo". Parimenti Giulio chiama sua moglie "la migliore di tutte le donne". Giulio ed Emilia sono genitori di tre figli: di due figli e di una figlia. I figli sono ancora piccoli. Marco ha otto anni. Quinto è un bambino di sette anni. Giulia ha cinque anni. Quinto non è grande quanto Marco né tanto piccolo quanto Giulia. Quinto è più grande di Giulia e più piccolo di Marco. Marco è il più grande dei figli, Giulia la più piccola. Dieci anni fa Giulio non era un padre di famiglia, allora infatti non aveva né moglie né i figli. Giulio era un giovane di venti anni. Emilia non era una matrona, ma una fanciulla Idi diciassette anni, che abitava a Roma con i suoi genitori. La loro casa non era lontana dall'altra casa in cui Giulio abitava con i suoi genitori.
….abitiamo... magnifica, che è degna della nostra famiglia, questo peristilio (cortile), queste colonne, queste statue, questi fiori – ogni giorno mi rallegrano. O Giulio quanto siamo fortunati ora! Quanto è l'amore degli dei verso di noi! Giulio: è come dici tu Emilia, dieci anni prima abitavamo con i nostri genitori, noi stessi non eravamo ancora genitori e non avevamo una famiglia. Tu ed i tuoi genitori eravate poveri, abitavate in una casa angusta e non avevate alcuna tenuta e tuttavia io ti amavo.... Emilia: Perché io ragazza molto povera ero amata da te, un ragazzo molto ricco? Giulio dando di nuovo un bacio ad Emilia: “Tu eri amata da me” dice “perchè eri la più bella di tutte le ragazze romane, quasi tanto avvenente quanto Venere stessa!”. Emilia: Forse sono meno bella oggi di quanto ero allora? Giulio guardando (participio di intŭĕor) attentamente il volto della moglie ”Certamente” dice sei una matrona tanto bella quanto lo eri da ragazza, Emilia mia, tutti elogiano la tua bellezza. Poi osservando davvero il suo aspetto: “Ma sei meno gracile di allora; a quel tempo infatti eri più gracile di questa statua di Venere. Emilia esamina la statua di Venere il corpo della quale è più piccolo e più gracile di quello suo stesso/del suo stesso corpo. Certamente oggi non sono così gracile – dice – ma perché pensi che io sia diventata più grassa? Giulio risponde ridendo “perché ora mangi un cibo migliore di quello che mangiavi a quel tempo!