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Dopo la guerra degli Elvezi, da quasi tutta la Gallia giunsero a Cesare i capi delle popolazioni come ambasciatori, e chiesero che a loro fosse concesso di indire un'assemblea di tutte le regioni. Dopo l'assemblea, i capi delle popolazioni tornarono da Cesare e chiesero che a loro fosse concesso di discutere in segreto con lui della loro salvezza. Quindi si gettarono ai piedi di Cesare. A nome dei Galli parlò l'Eduo Diviziaco e descrisse la condizione della regione. A quel tempo le fazioni di tutta la Gallia erano due: gli Edui detenevano l'egemonia della prima di queste, gli Arverni dell'altra. Dopo che questi, per molti anni, avevano lottato tra loro per il primato, gli Arverni e i Sequani avevano chiamato a pagamento i Germani, uomini feroci e barbari. Così, in Gallia c'era una moltitudine di Germani.
Versioni che iniziano con questo testo latino
I Galli chiedono l'aiuto di Cesare - Grammatica Picta 1 pagina 241 numero 13
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Ma chi sono quelli che si sono impadroniti dello Stato? Uomini scelleratissimi, dalle mani insanguinate, di immensa avidità, malvagissimi e allo stesso modo estremamente arroganti, per i quali la lealtà, l'onore, la pietà, insomma tutte le cose oneste e disoneste, sono fonte di profitto. Così, quanto peggio si comportò ciascuno, tanto più è al sicuro: hanno fatto passare il timore, dalla propria scelleratezza, alla vostra viltà: e il desiderare le medesime cose, il disprezzare le medesime cose, il temere le medesime cose ha riunito tutti costoro in uno solo. Ma se ciò tra gli onesti è amicizia, tra malvagi è complicità. Che se voi aveste tanta cura della libertà, quanto quelli sono smaniosi di dominio, di certo lo Stato non sarebbe, come ora, devastato, e i privilegi nelle vostre mani sarebbero per i migliori, non per i più sfrontati. I vostri antenati, per i diritti, per due volte occuparono armati l'Aventino per mezzo di una secessione, e voi, in difesa della libertà che avete ricevuto da quelli, non vi adopererete con il massimo sforzo?
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La pace non piacque e da parte del senato fu notificato a Pirro che non avrebbe potuto trattare la pace con i Romani, se non si fosse ritirato dall'Italia. Allora i Romani ordinarono che fossero considerati disonorati tutti i prigionieri che Pirro aveva rilasciato, poiché erano stati catturati armati, e che non ritornassero nel ruolo precedente se, prima, non avessero riportato le spoglie di due nemici uccisi. Così l'ambasciatore di Pirro ritornò. Quando Pirro chiese a costui in che condizione avesse trovato Roma, Cinea disse che aveva visto la patria dei re; vale a dire che, là, quasi tutti erano tali quale il solo Pirro era considerato nell'Epiro e nella restante Grecia. Furono inviati contro Pirro, in qualità di comandanti, i consoli P. Sulpicio e Decio Mure. Durante il combattimento Pirro fu ferito, furono uccisi gli elefanti, furono trucidati ventimila nemici e, tra i Romani, soltanto cinquemila. Pirro fu ricacciato a Taranto.
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In tutti i processi più importanti, o C. Cesare, l'esordio del discorso mi emoziona più intensamente di quanto l'abitudine o la mia età richiedano. In questa causa, tuttavia, molte cose mi turbano. Innanzitutto, parlo in difesa della testa e dei beni di un re, circostanza che è inusuale. In secondo luogo quel re, che prima ero solito lodare davanti a tutto il Senato riunito per i continuati meriti nei confronti della nostra patria, ora lo difendo contro un'accusagravissima. Infine, mi turbano la crudeltà di uno dei due accusatori e la meschinità dell'altro. Castore è crudele, un nipote che trascinò il nonno al giudizio capitale e che portò come raccomandazione l'empietà e il delitto. Corruppe il servo del nonno con una ricompensa e lo spinse ad accusare il padrone. Quando vedevo l'espressione del volto dell'accusatore fuggiasco, quando ne ascoltavo le parole, non mi addoloravo tanto per la dignità regia prostrata, quanto mi allarmavo per la sorte di tutti.
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È lodevole l'osservanza religiosa dei dodici fasci, più lodevole ancora l'obbedienza dei ventiquattro in una simile circostanza: avendo infatti Tiberio Gracco inviato una lettera al collegio degli auguri, con la quale dichiarava che, mentre leggeva dei libri che riguardavano i riti sacri del popolo, si era accorto che la tenda augurale per i comizi consolari, che egli stesso aveva tenuto, era stata scelta con un'irregolarità negli auspici, e, dopo che quella circostanza era stata riferita dagli auguri in senato, per ordine di esso C. Figulo dalla Gallia e Scipione Nasica dalla Corsica tornarono a Roma e deposero il consolato. Per un'analoga ragione P. Cloelio Siculo, M. Cornelio Cetego e C. Claudio, in vari momenti e durante guerre diverse, a causa di viscere di vittime sacre poste con scarsa accuratezza sugli altari degli dei immortali furonoesortati, anzi costretti, a rinunciare alla carica di flamine. Una sacerdotessa Vestale, poiché durante una certa notte era stata custode poco diligente del fuoco perenne, fu punita con la frusta dal pontefice massimo P. Licinio. Invece il volere di Vesta fece in modo che una discepola di Emilia, la sacerdotessa più anziana, fosse salva da ogni punizione, sebbene si fosse spento il fuoco sacro. Pregando costei, dopo che aveva gettato sul fuoco la veste di lino più bella che aveva, subito il fuoco si ravvivò.