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I nostri antenati, grandi uomini, non preferivano senza ragione i Romani di campagna a quelli di città. Come, infatti, in campagna ritenevano più pigri quelli che vivevano nella fattoria rispetto a quelli che vivevano nel campo e coltivavano le campagne, così ritenevano più inoperosi quelli che risiedevano in città rispetto a quelli che coltivavano le campagne. Perciò divisero l'anno in tal modo: solo ogni nove giorni si occupavano delle attività civili e nei rimanenti sette coltivavano le campagne. E finché conservarono questo uso, sia avevano campi fecondissimi, sia loro stessi godevano di salute più robusta, e non desideravano le palestre cittadine dei Greci. Ora dunque, dopo che quasi tutti i padri di famiglia si sono infilati dentro la città (lett. : "dentro le mura") e hanno abbandonato la falce e l'aratro, e hanno preferito sbattere le mani a teatro e al circo piuttosto che nei campi seminati e nei vigneti, importiamo il grano in città dall'Africa e dalla Sardegna, e stipiamo l'uva sulle navi dall'isola di Cos e di Chia.
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In origine i re dominarono la città di Roma; L. Bruto istituì la democrazia e il consolato. Le dittature erano assunte a tempo debito; l'autorità dei decemviri non durò oltre un biennio, né durò (più) a lungo il potere consolare dei tribuni militari. Non fu lunga la dominazione di Silla, né quella di Cinna; e la potenza di Pompeo e di Crasso si arrese presto a Cesare, le armi di Lepido e di Antonio cedettero ad Augusto, il quale, col titolo di "principe" prese in suo potere tutto quanto lo Stato, indebolito dalle lotte civili. Ma gli avvenimenti felici e quelli avversi dell'antico popolo romano furono narrati da celebri scrittori. Molti scrittori riferirono le imprese di Gaio Tiberio e di Claudio e anche di Nerone, falsate a causa della paura o dell'odio. Quindi, ho il proposito di trattare poche cose a proposito di Augusto, e subito dopo trattare il principato di Tiberio e tutte le restanti vicende, senza rancore e senza faziosità.
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E a causa di questo genere di ingiustizia, gli Spartani cacciarono l'eforo Lisandro e, fatto che presso di loro non era mai accaduto prima, uccisero il re Age, e da quel momento ci furono molte discordie, sorsero i tiranni e venivano cacciati gli aristocratici. E, in realtà, non soltanto cadde la stessa (città), ma sconvolse anche la rimanente Grecia con il contagio dei mali che, partiti dagli Spartani, si propagarono in uno spazio più ampio. E che? Forse che le contese agrarie non mandarono in rovina i nostri Gracchi, figli del grand'uomo Ti. Gracco, nipoti dell'Africano? Ebbene, davvero a buon diritto è lodato Arato di Sicione, il quale, poiché la sua città era governata dai tiranni, partito da Argo, dopo l'ingresso clandestino a Sicione, prese la città, e dopo aver ucciso all'improvviso il tiranno Nicocle, richiamò seicento esuli, che erano stati gli uomini più ricchi della sua città, e con il suo intervento liberò lo Stato.
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Conone. L'ateniese Conone cominciò a ricoprire cariche pubbliche durante la guerra del Peloponneso, e la sua opera fu notevole. Infatti, sia, da pretore, fu a capo dei fanti, sia, da prefetto, diresse in mare una grande flotta. Conquistò Fere, colonia di Spartani. Fu pretore anche nell'ultima fase della guerra del Peloponneso, quando, presso il fiume Egospotami, Lisandro sbaragliò le truppe degli Ateniesi. Era un abile comandante. Quando i nemici assediavano la patria, Conone fu d'aiuto ai propri concittadini. Pertanto andò poi da Farnabazo, satrapo della Ionia e della Lidia, genero e parente del re, presso il quale godette di molto credito. Quindi tenne alquanto a freno il grandissimo comandante Agesilao e ostacolò spesso i suoi piani.
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Eco era un'affascinante ninfa dei boschi; la sua bellezza perciò destò l'invidia di Giunone, moglie di Giove, la quale le paralizzò la lingua. Eco dunque non era né sorda, né muta, ma, ogni volta che aveva udito una parola, pronunciava soltanto l'ultima sillaba di essa. Per questi motivi, Narciso, che la ragazza amava, la disdegnò. Allora la ninfa cercò rifugio in una grotta, dove la consumò il dolore: le sue ossa si tramutarono in pietre, e la sola voce sopravvisse. Ma gli dèi punirono anche Narciso: il bel giovane amò la propria immagine sola, e ogni giorno di più ammirava il suo viso nell'acqua di una sorgente. Un giorno, allorché desiderò afferrare il suo riflesso, cadde nella sorgente e si trasformò in fiore.