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Hic dicitur nomine Chiron Saturni et Phillyrae filius esse, qui non modo ceteros Centauros, sed homines quoque iniustia dicitur superasse. Aesculapium et Achillem nutrisse extimtur. Pietate igitur et diligentia effecit ut inter astra numeraretur. Apud hunc Hercules cum deverteretur, et simul cum Chirone sedens sagittas consideraret, fertur una earum decidisse supra pedem Chironis, et ita eum interfecisse. Alii autem dicunt Centaurum miratum, quod tam brevibus sagittis tam magna corpora Centaurum Hercules interfecerit ipsum contendere arcum coactum. Itaque ex eius manu sagittam prolapsam in pedem eius incidisse. Pro qua re Iuppiter eius miseratus, inter sidera eum constituit cum hostia quam supra aram tenens immolare videtur.
Si dice che sia figlio di Saturno e di Filira questo (Centauro), di nome Chirone che (Qui= il quale centauro) si narra superava in giustizia non solo tutti gli altri Centauri, ma anche gli uomini. Si crede che abbia allevato Esculapio e Achille. Pertanto con la sua devozione e diligenza ottenne che fosse annoverato tra gli astri. Poichè Ercole alloggiava presso di lui e osservava delle frecce, stando seduto con Chirone, si dice che una di esse cadde sul piede di Chirone e così lo uccise. Invece altri dicono che il Centauro, meravigliato del fatto che Ercole avesse ucciso i corpi così grandi dei Centauri con frecce così piccole, lui stesso fu spinto a tendere l'arco. Così la freccia caduta dalla sua mano piombò sul suo piede. In ricompensa di questa cosa Giove, poiché aveva provato pietà di lui, lo collocò tra le stelle insieme alla vittima che egli sembra immolare tenendola al disopra dell'altare
Il centauro Chirone versione latino Igino
dal libro Navigare
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Agamemnon cum Menelao fratre Achaiae delectis ducibus Helenam uxorem Menelai, quam Alexander Paris avexerat, repetitum ad Troiam cum irent, in Aulide tempestas eos ira Dianae retinebat, quod Agamemnon in venando cervam eius violavit superbiusque in Dianam est locutus. Is cum haruspices convocasset et Calchas se respondisset aliter expiare non posse, nisi Iphigeniam filiam Agamemnonis immolasset, re audita Agamemnon recusare coepit. Tunc Ulixes eum consiliis ad rem pulchram transtulit; idem Ulixes cum Diomede ad Iphigeniam missus est adducendam, qui cum ad Clytaemnestram matrem eius venisset, ementitur Ulixes eam Achilli in coniugium dari. Quam cum in Aulidem adduxisset et parens eam immolare vellet, Diana virginem miserata est et caliginem eis obiecit cervamque pro ea supposuit Iphigeniamque per nubes in terram Tauricam detulit ibique templi sui sacerdotem fecit
Agamennone, suo fratello Menelao e altri scelti principi della Grecia stavano andando a Troia a riprendere Elena, moglie di Menelao, che era stata rapita da Paride, ma una tempesta causata dall’ira di Diana li tratteneva in Aulide, poiché Agamennone aveva ferito, cacciando, una cerva della Dea e poi le si era rivolto con grande superbia. Agamennone aveva pertanto convocato gli indovini e Calcante aveva risposto che non gli rimaneva altra scelta, per espiare, che sacrificare la sua stessa figlia, Ifigenia. Udito questo responso, Agamennone dapprima rifiutò, ma poi Ulisse, con i suoi consigli, lo convinse a mettere in atto un piano astuto: lo stesso Ulisse, assieme a Diomede, fu mandato a prendere Ifigenia e quando i due giunsero dalla madre della fanciulla, Clitennestra, Ulisse le disse - mentendo - che Ifigenia era stata destinata in matrimonio ad Achille. Quando la fanciulla, condotta in Aulide, fu sul punto di essere immolata dal padre, Diana ne ebbe pietà, la avvolse in una nebbia e mise al suo posto una cerva; la Dea trasportò poi Ifigenia attraverso le nubi fino in Tauride, e colà ne fece una sacerdotessa del suo tempio.
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Cum Liber pater ad homines descendisset ut suorum fructuum suavitatem atque iucunditatem ostenderet, ad Icarium et Erigonam in hospitium liberale devenit. Iis utrem plenum vini donavit, ut in reliquas terras vinum propagarent. Icarius, plaustro onerato, cum Erigone filia et cane Maera in terram Atticam ad pastores devenit et vini suavitatem ostendit. Sed pastores, cum immoderatius bibissent, ebrii conciderunt; postea, existimantes Icarium sibi malum medicamentum dedisse, fustibus eum interfecerunt. Canis autem Maera ululans Erigonae monstravit ubi pater insepultus iaceret; at virgo, cum in locum venisset, super corpus parentis in arbore suspendio se necavit. Ob id factum Liber pater iratus Atheniensium filias simili poena afflixit. Athenienses de ea re ab Apolline responsum petierunt, iisque responsum est id evenisse quod Icarii et Erigones mortem neglexissent. Ideo de pastoribus supplicium sumpserunt et Erigonae diem festum instituerunt
Quando il padre Libero era sceso presso gli uomini per rivelare la dolcezza e l'amabilità dei suoi frutti, si recò presso Icario ed Erìgone e fu da loro generosamente ospitato. Ad essi donò un otre pieno di vino, perché diffondessero il vino in tutte le altre terre. Icario, caricato il carro, giunse con la figlia Erìgone ed il cane Mera presso i pastori nella regione Attica, e mostrò la dolcezza del vino. Ma i pastori, dopo aver bevuto in modo piuttosto smodato, caddero (a terra) ubriachi; poi, pensando che Icario avesse dato loro una pozione malefica, lo uccisero a bastonate. Allora il cane Mera, ululando, mostrò ad Erìgone dove il padre giacesse insepolto; ma la vergine, dopo essersi recata sul luogo, si uccise impiccandosi ad un albero sopra il corpo del genitore. Il padre Libero, adirato per questo fatto, colpì con una pena simile le figlie degli Ateniesi. Gli Ateniesi chiesero ad Apollo un responso su questo avvenimento, e fu loro risposto che questo era accaduto perché non si erano curati della morte di Icario e di Erìgone. Perciò inflissero un castigo ai pastori ed istituirono un giorno festivo in onore di Erigone
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Tyrrheni etiam "Tusci" dicti sunt; olim ei piraticam faciebant Tyrrheni qui Liber pater impubis in navem eorum conscendit et rogat eos, ut se Naxum deferrent, qui cum eum sustulissent atque vellent ob formam constuprare, Acoetes gubernator eos inhibuit, qui iniuriam ab eis passus est. Liber ut vidit in proposito eos permanere, remos in thyrsos commutavit, vela in pampinos, rudentes in hederam; deinde leones atque pantherae prosiluerunt. Qui ut viderunt, timentes in mare se praecipitaverunt; quos et in mari in aliud monstrum transfiguravit; nam quisquis se praecipitaverat, in delphini effigiem transfiguratus est; unde delphini Tyrrheni sunt appellati et mare Tyrrhenum est dictum. Numero autem fuerunt duodecim his nominibus, Aethalides Medon Lycabas Libys Opheltes Melas Alcimedon Epopeus Dictys Simon Acoetes; hic gubernator fuit, quem ob clementiam Liber servavit.
Gli etruschi forono chiamati anche "tirreni"; una volta praticavano la pirateria. Il padre Libero, giovinetto, s’imbarcò sulla loro nave e li pregò di condurlo a Nasso. Essi lo accolsero, ma attirati dalla sua bellezza avevano intenzione di violentarlo tutti insieme; il timoniere Acete cercò di fermarli e per questo dovette subire le loro offese. Quando Libero li vide fermi nel loro proposito, trasformò i remi in tirsi, le vele in pampini, le gomene in edera; poi sbucarono fuori leoni e pantere. A questo spettacolo i pirati si gettarono in mare terrorizzati e il Dio lì nel mare li trasfigurò con un altro prodigio: infatti a mano a mano che si tuffavano assumevano la forma di delfini, e perciò i delfini furono chiamati Tirreni e quel mare anch’esso fu detto Tirreno. I pirati erano dodici, e si chiamavano così: Etalide, Medonte, Licabante, Libide, Ofelte, Mela, Alcimedonte, Epopeo, Ditti, Simone, Acete; quest’ultimo era il timoniere, a cui Libero per misericordia salvò la vita.
I tirreni versione latino traduzione libro lingua magistra
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Dexameno pulchra filia erat; puellae nomen fuit Deianira. Hercules, cum in hospitum ad Dexamenum regem venit eiusque filiam Deianiram devirginavit, suam sponsam facere promisit; post Herculis discessum Eurytion centaurus, Ixionis et Nubis filius, petit Deianiram sponsam. Dexamenus centauri violentiam et ei filiam sponsam dedit. Ad nuptias centaurus cum fratribus suis venit. Hercules intervenit et centaurum interfecit, suam speratam abduxit. Item aliis in nuptiis, cum Pirithus Hippodamiam Adrasti filiam sponsam duxit, vino pleni centauri rapere feminas Lapithis desiderabant; eos centauri interfecerunt, ab ipsis necati sunt.
Dessameno aveva una bella figlia; il nome della fanciulla fu Deianira. Ercole, quando venì come ospite dal re Dessameno e deflorò sua figlia Deianira, promise di sposarla; il centauro Eurizione, figlio di Issone e Nuvola, dopo la partenza di Ercole, chiede in sposa Deianira. Dessameno temeva la violenza del centauro e a lui diede in sposa la figlia. Alle nozze venne il centauro con i suoi fratelli. Ercole intervenne e uccise il centauro, trascinò via la sua fidanzata. Così in altre nozze, quando Piritoo diede in sposa la figlia Ippodamia ad Adrasto, i centauri pieni di vino desideravano portare via la donna a Lapita; distrussero i centauri, da quegli stessi vennero uccisi.