- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Igino
- Visite: 4
Acrisius, Argorum rex, filiam unicam, pulcherrimam Danaem, habebat, quae in patris locum regno succedere non poterat. Itaque rex oraculum consuluit. Acrisio responsum est Danae filium parituram esse nepotemque regem interfecturum esse. Acrisius, quod praesagio exterrebatur, filiam in muro lapideo praeclusit. Iuppiter autem in imbrem aureum conversus cum Danae concubuit, itaque natus est Perseus. Pater igitur filiam cum Perseo in arca inclusit atque in mare deiecit. Voluntate Iovis arca in insulam Seriphum delata est: piscator Dictys, ubi arcam invenit mulieremque cum infante vidit, eos ad regem Polydectem perduxit, qui Danaem in coniugio habuit et Perseum educavit in templo Minervae. Postquam Acrisius cognovit filiam nepotemque apud Polydectem esse, ut eos repeteret profectus est. Ubi Acrisium vidit, Perseus avo suo fidem dedit se eum numquam interfecturum esse Polydectes deinde decessit. Dum regi funebres ludi celebrantur, Perseus discum misit, qui vento in caput Acrisii aversus est, atque avum interfecit, non voluntate sua, sed deorum. Postquam Acrisium sepeliverat, Perseus Agros profectus est regnaque avita possedit.
Acrisio, re di Argo, aveva un'unica figlia, la bellissima Danae, che non poteva succedere al posto del padre nel regno. Dunque il re consultò l'oracolo. La risposta è che il figlio di Danae avrebbe obbedito ad Acrisio e il nipote avrebbe ucciso il re. Acrisio, che dal presagio fu impaurito, chiuse la figlia in un stanza di pietra. Ma Giove trasformatosi in pioggia dorata giacette assieme a Danae, e così nacque Perseo. Allora il padre costrinse la figlia con Perseo in una cassa e li scaraventò in mare. Per volontà di Giove la cassa fu portata sull'isola di Serifo: il pescatore Ditti, quando trovò la cassa e vide la donna con il bambino, li condusse dal re Polidette, che ebbe in matrimonio Danae ed educò Perseo nel tempio di Minerva. Dopo Acrisio conobbe la figlia e il nipote quando erano presso di Polidette, per riprenderseli per ciò che fu predetto. Quando vide Acrisio, Perseo diede fiducia al suo avo ma lui lo avrebbe ucciso, in seguito morì Polidette. Mentre erano celebrati i riti funebri, Perseo lanciò un disco, che col vengo fu diretto sulla testa di Acrisio, e uccise l'avo, non per sua volontà, ma per quella degli dei. Dopo aver seppellito Acrisio, partì per Argo e si impadronì dell'antichissimo regno.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Igino
- Visite: 4
Nobilis est fabula, quae de Prometheo, lapeti filio, a poetis narratur. Cum Iuppiter ignem hominibus occultavisset ne nimiam potentiam attingerent, ille eum a caelo subduxit et in ferula repositum in terram portavit ut hominibus donaret. Neque hoc munere contentus fuit, sed homines docuit quo modo igne uterentur et quo modo eum in cinere obrutum servare possent ne exstingueretur. Tunc Iuppiter, vehementi ira motus, Vulcanum iussit Prometheum ferreis vinculisis vincire et in Caucaso monte ad saxum praeruptum alligare, ubi cotidie aquila, a Iove demissa, eius iecur exedebat, quod tamen noctu iterum crescebat. Tam crudelis poenae et acerbi cruciatus tandem Iovem paenituit, qui miserum Prometheum liberavit. De qua re etiam alia fabula narratur. Dicitur enim non Iuppiter sed hercules eum liberavisse, cum aquilam sagitis tranfixisset et prometheum ex vinculis solvisset.
Nobile è la favola, che viene narrata dai poeti circa Prometeo figlio di Giapeto. Avendo giove nascosto il fuoco agli uomini, affinché non postessero ricavarne troppa potenza, costui lo sotrossa dal cielo ed lo portò con una verga sulla terra al suo posto per donarlo agli uomini. E non si accontentò di questo regalo ma insegnò agli uomini, in quale modo usare il fuoco ed in quale modo ridurlo in cenere e come lo potevano conservare sotterato affinché non si estinguesse. Allora Giove mosso da un'ira impetuosa, ordinò a Vulcano di ridurre in catene Prometeo e di legarlo nel monte caucaso ad un sasso spezzato, qui ogni giorno un aquila inviata da Giove gli divorava il fegato, che tuttavia durante la notte gli ricresceva. Giove si pentà di tanta crudele pena e severo tormento, cos' liberò il misero prometo. Sulla qual cosa viene narrata anche un'altra leggenda. Si dice infatti che non lo avesse liberato giove ma ercole, avendo trafitto l'aquila con le frecce e che avesse liberato Prometeo dalle catene
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Igino
- Visite: 4
Postquam Iuppiter adolevit, Saturnum patrem de caelo praecipitavit et fratribus sororibusque ab eo devoratis vitam restituit. Eorum auxilio postea asperum bellum contra Saturnum et Titanes gessit quoad victor evasit. Tum Saturnus cum Titanibus in tenebrosum Tartarum deiectus est Iuppierque totius orbis imperium obtinuit, quod cum fratribus divisit: maris regnum Neptuno, inferorum sedem Plutoni, caelum autem sibi attribuit; terra communis possessio fuit. Sub Iovis imperio homines aetatem argenteam degerunt, qua non, ut antea, ver aeternum habuerunt, sed quattuor tempora, ver, aestatem, autumnum, hiemem cognoverunt. Tum primum agri ab hominibus culti sunt.
Dopo che Giove ebbe raggiunto l'età maggiore, precipitò il padre Saturno dal cielo e restituì la vita ai fratelli e alle sorelle divorati da questo. Dopo, con il loro aiuto, combattè una guerra contro Saturno e i Titani fin quando non ne uscì vincitore. Allora Saturno con i Titani fu precipitato nell'oscuro Tartaro e Gioveottenne il dominio completo della terra che divise con i (suoi) fratelli: assegnò il regno degli abissi(del mare) a Nettuno, il trono degli inferi a Plutone, mentre il cielo a se stesso; la terra fu di comune possesso. Sotto il dominio di Giove gli uomini vissero l'età d'argento, nella quale non ebbero, come prima, la primavera eterna, ma conobbero quattro stagioni: la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno. Allora, per la prima volta, i campi furono coltivati dagli uomini.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Igino
- Visite: 4
Postquam Iuppiter adolevit, Saturnum patrem de caelo praecipitavit et fratribus sororibusque ab illo devoratis vitam restituit, quibuscum acerrimum bellum contra Saturnum et Titanes gessit. Iuppiter tandem victor evasit atque Saturnum cum Titanibus in tenebrosum Tartarum deiecit. Itaque Iuppiter totius orbis imperium obtinuit, quod cum fratribus divisit: maris regnum Neptuno, inferorum sedem Plutoni, caelum autem sibi attribuit; terra communis possessio fuit. Iove imperante homines aetatem argenteam degerunt, qua non, ut antea, ver aeternum habuerunt, sed quattuor tempora: ver, aestatem, autumnum, hiemem cognoverunt. Tum primum homines agros araverunt et antra habitaverunt.
Dopo che Giove diventò grande, fece cadere Saturno dal cielo, restituì la vita ai fratelli e alle sorelle divorati dal padre e fece una violenta guerra contro Saturno e i Titani, giganti enormi per grandezza del corpo. Giove uscì vincitore contro Saturno e gettò Saturno con i titani nel tenebroso Tartaro. E così Giove ottenne tutto l'impero della terra, che divise con i fratelli: il regno del mare a Nettuno, la sede degli inferi a Plutone, il cielo lo attribuì a se stesso, la terra invece fu di possesso comune. Mentre Giove governa gli uomini passa l'età dell'argento, poi non vi fu primavera eterna, ma gli uomini conobbero quattro stagioni, la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno. Dunque ebbe fine l'età dell'oro: allora gli uomini ararono con fatica i campi e abitarono in antri.
Dal libro mondo latino diversa
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Igino
- Visite: 4
Iason cum Peliae patrui sui iussu tot pericula adisset, cogitare coepit, quomodo eum sine suspicione interficeret. Hoc Medea se facturam pollicetur. Itaque cum iam longe a Colchis essent, navem iussit in occulto collocari et ipsa ad Peliae filias pro sacerdote Dianae venit; eis pollicetur se patrem earum Pelian ex sene iuvenem facturam, idque Alcestis maior filia negavit fieri posse. Medea quo facilius eam perduceret ad suam voluntatem, caliginem eis obiecit et ex venenis multa miracula fecit, quae veri similia esse viderentur, arietemque vetulum in aeneum coniecit, unde agnus pulcherrimus prosiluisse visus est. Eodemque modo inde Peliades, id est Alcestis Pelopia Medusa Pisidice Hippothoe, Medeae impulsu patrem suum occisum in aeneo coxerunt. Cum se deceptas esse viderent, a patria profugerunt. At Iason signo a Medea accepto regia est potitus Acastoque Peliae filio fratri Peliadum, quod secum Colchos ierat, regnum paternum tradidit; ipse cum Medea Corinthum profectus est.
Giasone, che aveva affrontato tanti pericoli per ordine di suo zio Pelia, cominciò a pensare come avrebbe potuto ucciderlo senza destare sospetto. Medea promette di incaricarsene (che l'avrebbe fatto); a questo scopo fece nascondere la nave in un luogo segreto, visto che erano ormai lontani dalla Colchide, si presentò alle figlie di Pelia ella stessa travestita da sacerdotessa di Diana e promitte loro che avrebbe fatto tornare giovane Pelia, da vecchio (quale era) e la figlia Alcesti disse che ciò non poteva accadere. Medea, per ridurla più facilmente al suo volere, le avvolse in una nebbia e con i sortilegi compì molte azioni miracolose che sembravano essere simili al vero, e gettò un montone piuttosto vecchio in una caldaia e parve che ne fosse balzato fuori un agnello bellissimo. E allo stesso modo le figlie di Pelia, per istigazione di Medea, fecero cuocere il loro padre in una caldaia. Vedendo che erano state ingannate, fuggirono dalla patria. Ma Giasonoe, ricevuto il segnale da Medea, si impadronì della reggia e affidò ad Acasto, figlio di Pelia, fratello delle Peliadi, il regno paterno, perché era andato con lui in Colchide; egli stesso partì per Corinto insieme a Medea.