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Versione latino Eutropio la battaglia di Milazzo
versione dal libro versioni di latino
il latino di base numero 5 pagina 604 e
Nuovo comprendere e tradurre pagina 582 num. 7
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è morto l'amico Marcello Versione di latino di np traduzione dal LIBRO Maiorum lingua pag. 50 n°101
Inizio: Eo die a Marcello disgressus eram. Ego in Beotiam ibam ...
In quel giorno mi ero separato da Marcello: io andavo in Boezia, quello in Italia. Il giorno dopo, verso la decima ora, Publio Postumio stava per navigare da me e mi comunicò che M. Marcello, nostr ocollega ed amico, dopo la cena era stato colpito con un pugnale da Magio Chilone e aveva ricevuto due ferite, una allo stomaco, l'altra al capo. Tuttavia il medico sperava che quello sarebbe guarito. Con il giorno, andai da Marcello. Non lontano da Pireo uno chiavo mi venne incontro con un biglietto in cui era stato scritto che poco prima dell'alba Marcello era morto. Ma io mi diressi vers ola sua casaù; trovai due liberti e pochi schiavi. Fui costretto a riportarlo in città in quella stessa lettiga, sulla quale io stesso ero stato trasportato, e lì ebi cura che gli venisse celebrato un funerale abbastanza sontuoso.
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Romani, quia fidenates ruperant et legatos infada caede necaverant, perfidos socios punire statuerunt. statim dictatorem creaverunt qui exercitum comparavit, in fidenatium fines contendit et cum hostibus proelium commisit. legiones romanae, acriter pugnantes, iam hostium copias fugaverant, cum repente ex oppido fidenis erupit multitudo civium qui faces ardentes in manibus gerentes, impetum in romanorum milites fecerunt. inusitati proelli genus romanos parumper exterruit atque magna voce exclamavit: . milites, dictatoris verbis confirmati, proellium renovaverunt et, magno animo hostes petentes, in urbem penetraverunt ac eam incenderunt.
I Romani poiché avevamo incontrato i Fidenati e avevano ucciso in una tremenda battaglia i luogotenenti, decisero di punire i perfidi alleati. Nominarono all'istante il dittatore che preparò l'esercito, (e che) si recò verso i confini dei fidenati e iniziò il combattimento con i nemici. Le legioni romane, combattendo eroicamente, misero subito in fuga le truppe dei nemici, quando all'improvviso arrivò dalla città di fidene la moltitudine dei cittadini che tenevano fiaccole ardenti nelle mani le falci, i soldati dei romani fecero impeto. Il genere dell'inusuale combattimento terrorizzò i romani e con grande voce esclamò: " o romani, perché temete il fuoco inerme dei cittadini? prendete le fiaccole dai fidenati e, memori della virtù romana, convertite le fiamme contro la città dei nemici e incendiate fidene". I soldati, rinvigoriti dalla parole del dittatore, rinnovarono il combattimento e, chiamando i soldati con grande animo, penetrarono nella città e la incendiarono
Versione stesso titolo da libro diverso
(varia il testo latino e quindi anche la traduzione)
Inizio: ROMANI, QUIA FIDENATES FOEDERA. . Fine: A CIVIUM MANIBUS ERIPUERUNT AC URBEM INCENDERUNT.
I Romani poiché i Fidetati ruppero i patti e uccisero gli ambasciatori nella nefasta battaglia, decisero di punire i perfidi alleati. Subito nominarono dittatore M. Emilio, che preparò l'esercito, si diresse ai confini dei fidenati e iniziò il combattimento contro i nemici. Già le legioni dei romani, combattendo acremente, misero in fuga le truppe dei nemici, quando all'improvviso dalla città di Fidene irruppe la moltitudine dei cittafini che portavano nelle mani fiaccole ardenti, che fecero impeto contro i soldati romani. Il genere inusuale del combattimento terrorizzò i (parumper) i romani ma il dittatore, vedendo la trepidazione dei suoi, accorse in aiuto ai soldati affaticati e esclamò a gran voce: "O Romani perché temete il fuoco degli inermi nemici? strappate le fiaccole ai fidenati e, memori della virtù romana, convertite le fiamme verso la città dei fidenati e incendiate fidene!". I soldati, rafforzati dalla parole del dittatore, rinnovarono la battaglia e combattendo più forte strapparono dalle mani dei cittadini le fiaccole e incendiarono la città.
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Disinteresse di Epaminonda per il denaro
Maiorum lingua Autore: Cornelio Nepote
Temptata est Epaminondae abstinentia a diomedonte cyziceno. Namque is rogatu Artaxerxis regis Epaminondam pecunia corrumpendum susceperat. Hic magno cum pondere auri Thebas venit et Micythum adulescentulum quinque talentis ad suam perduxit voluntatem, quem tum Epaminondas plurimum diligebat. Micythus Epaminondam convenit et causam adventus Diomedontis ostendit. At ille Diomedonti coram 'Nihil' inquit 'opus pecunia est. Nam si rex ea vult, quae Thebanis sunt utilia, gratis facere sum paratus; sin autem contraria, non habet auri atque argenti satis. Namque orbis terrarum divitias accipere nolo pro patriae caritate. Tu quod me incognitum temptasti tuique similem, existimasti, non miror tibique ignosco; sed egredere propere, ne alios corrumpas, cum me non potueris. Et tu, Micythe, argentum huic redde, aut, nisi id confestim facis, ego te tradam magistratui'. Hunc Diomedon cum rogaret, ut tuto exiret suaque, quae attulerat, liceret efferre, 'Istud quidem' inquit 'faciam, neque tua causa, sed mea, ne, si tibi sit pecunia adempta, aliquis dicat id ad me ereptum pervenisse, quod delatum accipere noluissem'. A quo cum quaesisset, quo se deduci vellet, et ille Athenas dixisset, praesidium dedit, ut tuto perveniret
L' incorruttibilità di Epaminonda fu messa alla prova da Diomedonte di Cizio: egli infatti su richiesta del re Artaserse si era assunto il compito di corrompere Epaminonda col denaro. Venne a Tebe con grande quantità di oro e con cinque talenti conquistò alla sua volontà il giovinetto Micito che allora era grandemente amato da Epaminonda. Micito andò a trovare Epaminonda e gli manifestò il motivo della venuta di Diomedonte. Ma egli a Diomedonte quando gli fu davanti: "Non c'è affatto bisogno di denaro", disse; "infatti se il re vuole cose utili per i Tebani, sono pronto a farle senza ricompensa; se invece cose dannose, non gli basta tutto l'oro e l'argento che ha. Non voglio ricevere le ricchezze di tutto il mondo in cambio dell'amore di patria. Che tu, non conoscendomi, mi abbia tentato e mi abbia ritenuto simile a te, non mi meraviglio e te ne scuso; ma esci immediatamente, perché non corrompa altri, non avendo potuto corrompere me. E tu, o Micito, rendi a costui l'argento, altrimenti, se non lo fai immediatamente, io ti consegnerò al magistrato". E pregandolo Diomedonte di potersene andare con sicurezza e che gli fosse permesso di portare via quello che aveva recato con sé: "Codesto certo che lo farò", disse, "e non per te ma per me, perché, nel caso ti venga rubato il denaro, non si dica che sia pervenuto a me strappato con violenza quello che non avevo voluto accettare offertomi". Gli chiese dove volesse essere accompagnato e avendo quello detto Atene, gli dette una scorta, perché vi giungesse senza rischi.
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Primo bello Punico accidit ut Romani, Carthaginensibus apud Mylas victis, exercitum a Sicilia in Africam traducerent, ut hostes commeatu intercluderent atque eorum fines vastarenr. Romanorum consules Marcus Manlius et Atilius Regulus cum exercitu usque ad Carthaginem processerunt multa opida omnesque agros hostium ferro ignique vastantes. Postea M. Manlius consul, in Italian a senatu revocatus, Romam rediit magnum captivorum numerum secum ducens. Atilius Regulus autem in Africa mansit ut bellum pergeret; nam tres Carthaginensium duces vicit eorumque copias fudit. Tum Carthaginiens legatos ad Regulum miserunt ut de pace agerent. Sed Regulus condiciones pacis tam graves tulit - imperaverat enim ut hostes arma deponerent, classem submergerent ac grave trimbutum Romanis penderent - ut Carthaginienses irati legatos Lacedaemon miserint auxilium contra Romanos petituros. A Lacedaemonis Carthaginem missus est Xanthippus dux cum copiis delectis, ut Carthaginensibus auxilium ferret. Nam Xanthippus statim proelium cum Romanis commisit eosque vicit fugavitque. Atilius Regulus consul captus est et in vinculis coniectus
Nella prima guerra Punica successo che i Romani, vinti i Cartaginesi a Milazzo, trasportarono l'esercito dalla Sicilia in Africa, per chiudere in assedio i nemici e distruggere i loro confini. I consoli dei Romani Marco Manlio e Attilio Regolo avanzarono con l'esercito fino a Cartagine devastando molte città e tutti i campi dei nemici con ferro e fuoco. Dopo il console Manlio, richiamato dal senato in Italia, tornò a Roma portando con sè un gran numero di prigionieri. Attilio Regolo invece restò in Africa per portare guerra, infatti vinse tre comandanti dei Cartaginesi e sconfisse le loro truppe. Allora i Cartaginesi mandarono ambasciatori a Regolo per discutere della pace. Ma Regolo portò così pesanti condizioni di pace, aveva infatti ordinato che i nemici deponessero le armi, che affondassero la flotta e che pagassero ai Romani un pesante tributo, che i Cartaginesi irati mandarono a Sparta gli ambasciatori per chiedere aiuto contro i Romani. Dai Lacedemoni fu mandato a Cartagine il comandante Santippo con truppe scelte, per portare aiuto ai Cartaginesi. Infatti Santippo subito iniziò il combattimento contro i Romani e li vinse e mise in fuga. Il console Attilio Regolo venne catturato e trascinato in catene.