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Androgeo, figlio di Minosse, re di Creta, poiché aveva vinto molte gare nei giochi di Atene era stato ucciso con l'inganno dagli Ateniesi incolleriti. Allora Minosse, poiché voleva vendicare la morte del figlio, mosse guerra agli Ateniesi, e dopo la vittoria impose a loro un terribile tributo: infatti ogni anno gli abitanti di Atene dovevano inviare sull'isola di Creta sette giovani e sette vergini. Quando giungevano a Creta i giovani sventurati venivano rinchiusi dal re Minosse nel Labirinto, dove venivano divorati dal Minotauro, creatura prodigiosa dal corpo di uomo e dalla testa di toro. Allora Teseo, figlio di Egeo, re di Atene salpa da Atene con pochi ma coraggiosi compagni e si dirige a Creta, dove con l'aiuto di Arianna, figlia del re, entra nel labirinto, uccide il Minotauro e libera Atene dall'orribile tributo. Dopo l'impresa Teseo, insieme ai compagni e ad Arianna, innamorata di lui, fugge da Creta e torna vincitore in patria.
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Pompeo, andando via da Roma, aveva esortato gli ambasciatori Marsigliesi a non far sì che i nuovi favori di Cesare cancellassero il ricordo dei suoi antichi favori nei loro confronti. Ricevuti questi ordini i Marsigliesi avevano chiuso le porte a Cesare. Cesare a Marsiglia convoca di fronte a sé i quindici principali esponenti della città. Tratta con loro affinché non scaturisca dai Marsigliesi l'iniziativa di dichiarare guerra, dice: "Voi dovete seguire l'autorità dell'Italia intera piuttosto che obbedire al volere di un unico uomo". Gli ambasciatori riferiscono in patria le parole di questo, e secondo l'autorità del senato riportano a Cesare queste risposte: "Comprendiamo che il popolo Romano è diviso in due fazioni. Non è compito del nostro giudizio né è proprio delle nostre forze discernere quale delle due fazioni sostenga la causa più giusta. Inoltre i capi di quelle fazioni sono Cn. Pompeo e C. Cesare, protettori della nostra città, dei quali l'uno ci ha concesso pubblicamente le terre dei Volci e degli Elvezii, l'altro ha assegnato a noi i Salluvi sconfitti in guerra e ha aumentato le nostre entrate. Ragion per cui, noi dobbiamo riconoscere un pari favore ai loro favori (che sono stati) pari, e quindi non aiutare nessuno dei due contro l'altro, né accogliere nessuno dei due in città o nei porti".
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All'età di diciannove anni mi procurai un esercito per iniziativa personale e a spese mie al fine di riportare in libertà lo stato tormentato dal potere di un partito. Per questa ragione il senato mi assunse tra le proprie fila e mi dette il comando militare supremo. Il popolo invece mi elesse console, poiché erano morti in guerra entrambi i consoli. Cacciai in esilio gli assassini di mio padre e poi, quando portarono guerra allo stato li vinsi per due volte sul campo di battaglia. Feci spesso guerre civili ed esterne, per terra e per mare, in tutto il mondo e, da vincitore, concessi il perdono a tutti i cittadini che lo chiedevano. Circa cinquecentomila furono i cittadini Romani che fecero giuramento militare sotto di me. Concluso il servizio militare trasferii nelle colonie o rimisi nei loro municipi assai più che trecentomila di loro. Catturai seicento navi e tralascio le navi più piccole di una triremi. Trionfai per due volte ricevendo l'ovazione e celebrai due trionfi curuli (su carro), e per ventuno volte fui acclamato imperatore. Durante il settimo consolato, per volere del sento, fui riconosciuto Augusto. In occasione dei miei trionfi furono condotti davanti al mio carro nove re e figli di re. Quando scrivevo queste cose ero stato console tredici volte e avevo settantacinque anni.
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Nell'opera di Fedro leggiamo questa favola. Un giorno un leone, re di tutti gli animali, era sul punto di divorare davanti alla sua tana un grasso vitello catturato nel bosco. Sopraggiunse un brigante, che passava di là, e, per placare la fame, chiese al leone un pezzo dell'animale, ma il leone disse: "Ti darei una parte del vitello se tu non fossi avido e malvagio: infatti tu derubi gli altri uomini e tieni per te solo tutto il bottino!" Così allontanò il ladro. Casualmente nel medesimo luogo giunse un onesto viandante che, vedendo la bestia, spaventato arretrò. Allora il leone pacifico disse: "Non temere, oh amico, ma avvicinati. Ti darò parte della mia preda in virtù della tua discrezione ed onestà e tu, accettala con animo sereno!". Immediatamente divise il vitello e ne diede una parte al viandante.
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Secondo un'antica usanza della Macedonia i fanciulli più nobili stavano vicini al re Alessandro mentre compiva i sacrifici. Uno tra questi, dopo aver afferrato il turibolo, si mise davanti a lui, e sul suo braccio cadde un carbone ardente. E sebbene veniva ustionato al punto che l'odore del suo corpo scottato giungeva alle narici di coloro che stavano intorno, tuttavia represse il dolore in silenzio e mantenne il braccio immobile, al fine di non ostacolare il sacrificio di Alessandro sbattendo il turibolo e di non profanare la celebrazione con un alto grido. Il re, quanto più fu rallegrato dalla capacità di sopportare del fanciullo, tanto più a lungo volle mettere alla prova la costanza del fanciullo; di proposito fece sacrifici più a lungo e non lo distolse dal proposito. Se Dario avesse assistito a questo prodigio, avrebbe saputo che i soldati della sua stirpe non potevano essere sconfitti, essendo l'infanzia di quella stirpe fornita di una forza tanto grande.