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I Treveri, dopo aver radunato grandi forze di fanteria e cavalleria, si preparavano ad assalire Labieno che svernava nel loro territorio con una sola legione. Ma, quando vengono a sapere che erano arrivate due legioni inviate da Cesare, collocano l'accampamento e decidono di attendere i rinforzi dei Germani. Labieno, dopo aver appreso la decisione dei nemici, sperando che con la loro temerarietà ci sarebbe stata la possibilità di combattere, lasciò cinque coorti a difesa delle salmerie e, con i restanti fanti ed un gran numero di cavalieri, si dirige contro i nemici e non lontano da quelli colloca e fortifica l'accampamento. C'era, tra Labieno e i nemici, un fiume di difficile transito e con rive scoscese. Egli stesso non aveva intenzione di attraversarlo né credeva che i nemici lo avrebbero oltrepassato. Quelli infatti aspettavano ogni giorno l'arrivo delle truppe ausiliarie dei Germani. Labieno, dopo aver convocato i soldati, dichiara che egli non avrebbe messo a rischio la sorte sua e dell'esercito e che il giorno seguente all'alba avrebbe levato l'accampamento. Le sue parole vengono riportate velocemente ai nemici. Labieno, di notte, dopo aver convocato i tribuni dei soldati e i centurioni, affinché i nemici credano che egli e i suoi soldati siano intimoriti, con grandissimo schiamazzo e scompiglio ordina che venga smontato l'accampamento. In quel modo rese la partenza simile ad una fuga. Anche questo viene riferito ai nemici all'alba dagli esploratori. Venuti a conoscenza di queste cose, i Treveri reputano che sia inutile attendere i rinforzi dei Germani e che sia facile sconfiggere truppe esigue di nemici che fuggono.
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Annibale, dopo che aveva sconfitto i Romani presso il Ticino e presso il Trebbia, oltrepassati i monti Appennini, scese al lago Trasimeno e lì collocò l'accampamento. Intanto, dopo che aveva saputo che suo fratello Asdrubale era stato battuto in Spagna da Scipione e, poiché pensava, invece, di aver bisogno di nuove e numerose truppe per resistere più a lungo a Fabio Massimo, richiamò Asdrubale con tutte le truppe dall'Ispania in Italia. Egli, dopo essere sceso in Italia, prima di poter arrivare da Annibale, cade nell'agguato predisposto dai consoli Appio Claudio Nerone e M. Livio Salinatore presso Sena, città Picena. Lo scontro ebbe luogo presso il fiume Metauro; sebbene Asdrubale avesse combattuto valorosissimamente, infine venne comunque ucciso, la maggior parte dei suoi soldati furono catturati o uccisi, una grande massa di oro e di argento fu portata a Roma. Battuto Asdrubale, i Romani riconquistarono il coraggio e, affinché venisse sconfitto anche Annibale, fecero arrivare dall'Ispania P. Cornelio Scipione, che tornò in Italia più velocemente possibile.
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Dopo il sorgere delle Pleiadi, dal giorno 29 maggio, fino al sorgere di Arturo, vale a dire al 14 settembre, la navigazione è sicura: infatti grazie al beneficio dell'estate la forza dei venti è minore. Dopo questo periodo fino all'11 novembre la navigazione è incerta, e più esposta al pericolo a causa di Arturo, astro potentissimo. A partire dal mese di Novembre la navigazione è pericolosa a causa delle frequenti tempeste. Dall'undici di novembre dunque, fino al 10 marzo la luce pochissimo durevole, la densità delle nubi, l'oscurità del cielo, la forza dei venti, le piogge e la neve fanno sì che non solo i marinai, ma anche i viaggiatori non possano intraprendere viaggi né per terra né per mare. In seguito, fino al 15 maggio le navi tentano il mare rischiosamente e pertanto devono impiegare maggiore cautela.
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La Biblioteca ha preso il nome dalla lingua Greca, poiché lì vengono riposti i libri. Infatti "biblion" in Latino si traduce "dei libri" e "theke" in Latino si traduce "luogo di conservazione". Presso i Greci per primo fondò una biblioteca – così dicono – Pisistrato, tiranno degli Ateniesi; Serse, dopo aver dato alle fiamme Atene, portò in Persia questa, accresciuta nel frattempo dagli Ateniesi, e dopo un lungo periodo Seleuco la riportò di nuovo in Grecia. Da qui, la passione di conservare i volumi di popoli diversi e di tradurli in lingua Greca per mezzo di traduttori si diffuse anche presso tutte le altre città. Dopo di allora Alessandro Magno e i suoi successori si dedicarono ad arricchire le biblioteche di tutti i libri.
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Dopo che, distrutta Numanzia, P. Scipione stabilì di congedare le truppe ausiliarie e tornarsene in patria, dopo aver ricompensato ed elogiato mirabilmente Giugurta davanti all'esercito riunito in assemblea, lo condusse nel pretorio e lì, in segreto, lo ammonì in questo modo: "Rispetta sempre l'amicizia del popolo Romano, se vorrai tener fede alle tue buone qualità, la gloria e il regno ti arriveranno da soli, se invece avanzerai troppo affrettatamente, cadrai senz'altro a precipizio". Dopo aver parlato così lo congedò con una missiva da consegnare a Micipsa. Il contenuto di quella (missiva) era questo: "Nella guerra Numantina il tuo Giugurta ha avuto un valore di decisamente grandissimo, la qual cosa so per certo che per te è motivo di gioia. A noi è caro per i suoi meriti; ci sforzeremo al massimo affinché lo sia allo stesso modo al senato e al popolo Romano. Con te mi congratulo senz'altro in nome della nostra amicizia. Ora hai un uomo degno di te e del suo antenato Massinissa". Allora il re, spinto sia dalla popolarità che dal valore dell'uomo, piegò la sua volontà e tentò di accattivarsi Giugurta con le concessioni, lo adottò immediatamente e con il testamento lo decretò erede alla pari con i suoi figli (naturali).