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La fortuna, come dicono gli antichi, è cieca. Infatti distribuisce con grande volubilità agli uomini ricchezza e povertà, gloria e vergogna, fortune e sventure. E così le vite degli uomini sono varie, ma sempre esposte al capriccio della sorte. La vita di Creso, re dei Lidii, è un famoso esempio della volubilità della sorte. A Creso non mancava nessun bene, poiché egli era estremamente ricco ed il suo regno era grande e prospero, tuttavia dopo essere stato sconfitto dai Persiani, perse sia il regno che la ricchezza. Non soltanto i re e i tiranni, ma anche molti privati cittadini quando hanno grandi ricchezze, hanno sempre animi ansiosi, e spesso conducono una vita infelice, poiché non vogliono perdere la ricchezza e temono i colpi della sorte crudele. Ma i veri beni non si trovano nelle decisioni della sorte, ma sono nel nostro animo. E perciò gli uomini saggi non invocano né temono la sorte, ma conservano l'animo sereno e conducono una vita felice.
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Nervi, Senoni e Carnuti, feroci e indomite popolazioni dei Galli stipularono una alleanza con i Germani e cominciarono a suscitare rivolta e discordia in tutta la Gallia. E così alla fine dell'inverno Cesare tirò fuori le legioni dai quartieri invernali e all'improvviso si diresse nel territorio dei Nervi, catturò un gran numero di capi di bestiame e di uomini, appicco il fuoco ai villaggi, saccheggiò i campi. I Nervi giunsero in resa e consegnarono ostaggi ai Romani. Cesare concesse ai suoi soldati un grande bottino e riportò di nuovo nei quartieri invernali le legioni. In primavera Cesare indisse una assemblea di tutta la Gallia ma Senoni e Carnuti non parteciparono. Allora con le legioni si diresse alla volta dei Senoni e a marce forzate giunse nel loro territorio. I Senoni e i Carnuti immediatamente inviarono ambasciatori ai Romani per scusarsi e volentieri Cesare dette il perdono e accettò la scusa. Anche i Carnuti inviarono ambasciatori e ostaggi e riportarono la stessa risposta. E così Cesare velocemente portò a termine una grande operazione e riappacificò di nuovo tutta la Gallia.
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La sua (di Epaminonda) integrità fu messa alla prova da Diomedonte Ciziceno: infatti costui, su richiesta del re Artaserse, si era fatto carico di corrompere Epaminonda con il denaro. Costui giunse a Tebe con una grande quantità d'oro, e con cinque talenti ridusse alla sua volontà il giovane Micito, che all'epoca Epaminonda apprezzava moltissimo. Micito si incontrò con Epaminonda e illustrò la ragione della venuta di Diomedonte. Ma quello disse alla presenza di Diomedonte: "Non c'è nessun bisogno del denaro: infatti se il re vuole quelle cose che per i Tebani sono vantaggiose, sono pronto a farle senza guadagno, se invece (vuole quelle cose che per i Tebani) sono svantaggiose, non ha abbastanza oro ed argento. Infatti non voglio ottenere le ricchezze del mondo intero in cambio della devozione verso la patria. Tu, poiché mi hai messo alla prova senza conoscermi e mi hai ritenuto simile a te, non mi sorprendo e ti perdono; ma vattene velocemente e non corrompere altri dal momento che non hai potuto corrompere me! E tu, Micito, restituisci il denaro a costui, oppure, se non lo fai immediatamente, io ti consegnerò al giudice. Quando Diomedonte gli chiese di andarsene tranquillamente e che gli fosse consentito portare via le sue cose che aveva portato, disse: "Farò senz'altro ciò, ma non per i tuo bene, bensì per i mio, per evitare che, se ti venisse tolto il denaro, qualcuno dica che sia giunto a me come frutto di un furto il denaro che non ho voluto accettare.
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Soprattutto Tolomeo soprannominato Filadelfo, espertissimo di tutte le letterature, emulando Pisistrato nella passione per le biblioteche, raccolse nella propria biblioteca non soltanto i libri dei pagani, ma anche la parola di Dio (la Bibbia). Infatti ad Alessandria all'epoca di costui si trovarono settantamila libri. Questo (Tolomeo) inoltre, chiedendo al gran sacerdote Eleazaro, fece tradurre da settanta traduttori le Scritture del Vecchio Testamento dalla lingua Ebraica nella Greca, che conservò nella biblioteca Alessandrina. Emilio Paolo per primo portò a Roma una quantità di libri, dopo aver sconfitto Perseo, re dei Macedoni. In seguito Lucullo, dal bottino della guerra del Ponto, portò (a Roma) una gran quantità di libri. Dopo costoro, Cesare dette a Marco Varrone l'incarico di costruire la biblioteca più grande che si potesse. Invece il primo che a Roma fece aprire a tutti le biblioteche Greche e contemporaneamente quelle Latine fu Pollione, dopo aver aggiunto nell'atrio, che aveva creato splendido, le immagini degli autori.
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Gli storici antichi raccontano in questo modo dell'origine delle Amazzoni. Presso gli Sciti due giovani di stirpe reale cacciati dalla patria dai nobili affinché non restaurassero il regno, portarono con loro parecchi compagni per fondare una nuova città in Cappadocia, presso il fiume Termodonte. Lì combatterono per molti ani contro i popoli confinanti, e alla fine morirono in guerra. Le loro mogli, affinché potessero difendere sé stesse e i loro figli dalle incursioni dei confinanti, impararono ad usare le armi e, poiché spesso uscivano vincitrici dalle battaglie, anche senza i mariti, incominciarono a disprezzare i maschi: alla fine, dopo che tutti i maschi furono stati cacciati o uccisi, elessero una regina e fondarono un regno soltanto di donne. Le fanciulle non si dedicavano ai lavori domestici, ma si esercitavano con le armi, con i cavalli, nelle partite di caccia, per essere sempre forti e pronte per la battaglia. Queste donne furono chiamate, dai popoli confinanti, Amazzoni.