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Come affermano i Greci e i Romani, la Speranza è l'ultima dea e la più preziosa di tutte le cose, poiché gli uomini non possono vivere senza Speranza. I Romani giudicavano la Speranza una dea e la veneravano con un culto divino. Infatti consacravano alla sua immagine molti templi di marmo e altari ed eseguivano ritualmente molti sacrifici. La dea Speranza ha un fiore nella mano destra, nella sinistra un orlo della veste. Il suo sorriso rappresenta l'attesa della fortuna, il pianto delle cose avverse. Nella prima epoca del mondo, quando gli uomini vivevano con il culto delle bestie, Pandora, prima donna e moglie di Epimeteo, aprì un vaso che aveva ricevuto da Giove; allora tutti i mali e i flagelli di tutti i tipi invasero la terra: la sola Speranza rimase nel fondo del vaso, per questo la Speranza è chiamata l'ultima dea. Allora Giove, avendo compassione del genere umano, restituì la Speranza agli uomini.
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I Marsigliesi, avuto il vento favorevole, partono dal porto e giungono a Tauroento, che è una roccaforte dei Marsigliesi, presso Nasidio, che era stato mandato da Cn. Pompeo con una flotta di sedici navi in aiuto ai Marsigliesi, e lì allestiscono le navi e di nuovo si incoraggiano a combattere e si mettono d'accordo sui piani. L'ala destra viene assegnata ai Marsigliesi e la sinistra a Nasidio. Bruto si dirige nel medesimo luogo, dopo aver accresciuto il numero delle navi. Ingaggiata la battaglia, ai Marsigliesi non mancò nulla in fatto di valore, ma, memori di quegli insegnamenti che poco prima avevano ricevuto dai loro, lottavano con animo accanito e vigile. La grande quantità di frecce scagliate da lontano contemporaneamente dalle navi più piccole arrecava ai nostri, (colpiti) all'improvviso, sprovveduti e impacciati, molte ferite. Poiché le nostre navi si erano un poco diradate, si dava spazio alla bravura dei timonieri e all'agilità delle navi, e se di tanto in tanto i nostri, avutane la possibilità, dopo aver lanciato gli uncini, avevano agganciato una nave, i Marsigliesi da tutte le direzioni giungevano in soccorso dei loro in difficoltà. E neppure nel combattere corpo a corpo perdevano valore né erano molto inferiori per valore ai nostri. Invece le navi di Nasidio non furono di nessuna utilità e abbandonarono presto la battaglia: né lo sguardo della patria, né gli insegnamenti dei parenti spingevano queste ad esporsi al pericolo estremo della vita. E così da quel numero di navi nessuna andò perduta; della flotta dei Marsigliesi cinque furono affondate, quattro catturate, una fuggì insieme a quelle di Nasidio, che si diressero tutte verso la Spagna Citeriore.
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Raccontano che il filosofo Aristippo andò incontro a Dionigi, tiranno di Siracusa, che procedeva sulla strada con le guardie del corpo ed esclamò a gran voce: "Oh Dionigi, ti prego di liberare dalle catene mio fratello". Il fratello di Aristippo, infatti, aveva cospirato con pochi capi della città contro il tiranno e, scoperta la congiura, era stato gettato in carcere. Ma Dionigi non ascoltò le sue preghiere né interruppe il cammino. Allora il filosofo si gettò ai piedi del tiranno e sfiorò la veste con un bacio sperando che avrebbe profondamente commosso il suo animo. E infatti Dionigi, commosso da una sottomissione tanto grande, ordinò che il fratello di Aristippo fosse fatto uscire dal carcere. Ma alcuni cittadini, avendo visto la cosa, rimproverandogli una sottomissione così servile, dissero che ciò non era (cosa) degna di un uomo libero e saggio. Allora Aristippo sorridendo leggermente rispose loro: "Perché mi rimproverate? Non è colpa mia, ma di Dionigi: infatti egli ha le orecchie in prossimità dei piedi".
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Romolo e Remo in quegli stessi luoghi dove erano stati abbandonati e allevati decisero di fondare una città, nella quale potessero trovare asilo gli Albani e i Latini che erano in soprannumero nelle loro città. A tutti questi, che erano agricoltori, si aggiunse anche un grande numero di pastori; questo grande numero di futuri cittadini faceva ragionevolmente sperare che la città, che Romolo e Remo avevano intenzione di fondare, sarebbe stata più grande di Alba e di Lavinio. Sopraggiunse, a seguito di questi pensieri, un male antico, la sete di potere e da questa nacque una orribile disputa sorta per una causa piuttosto futile. I fratelli poiché erano gemelli e l'età non poteva fare da discrimine decisero che gli dei, sotto la tutela dei quali erano quei luoghi, per mezzo degli auspici indicassero il re della nuova città. Romolo ricevette gli auspici sul Palatino, Remo sull'Aventino.
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Poiché Tolomeo, amico di Alessandro, era stato colpito in battaglia con una freccia avvelenata e stava morendo con estrema sofferenza per quella ferita, il re, mentre gli stava accanto, si addormentò. Si dice che allora gli apparve in sogno quel serpente allevato dalla madre Olimpia (lett. che la madre Olimpia allevava), e che portava in bocca una piccola radice e che contemporaneamente diceva dove essa fosse nata – e quel luogo non era lontano dall'accampamento – e che inoltre la potenza di quella (radice) era così grande da poter facilmente guarire Tolomeo. Dopo che Alessandro ridestatosi ebbe narrato il sogno agli amici, furono inviati (degli uomini) a cercare quella radice, trovata la quale, si racconta che fu guarito sia Tolomeo, sia molti soldati che erano feriti dallo stesso tipo di freccia.