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Dopo che Cesare fu trafitto nella Curia dai pugnali dei congiurati, tutti i cittadini furono pervasi da una grande ansia e da un notevole terrore. Bruto e Cassio, capi della congiura, andarono via da Roma e si rifugiarono in Asia. La plebe infatti era loro ostile e appoggiava M. Antonio, amico di Cesare e suo luogotenente in Gallia, e Ottaviano, giovane ambizioso, figlio adottivo di Cesare. M. Antonio e Ottaviano fecero un patto con Lepido, mossero guerra contro Bruto e Cassio e trasferirono le loro truppe in Grecia. A difesa della città di Roma fu lasciato Lepido, loro alleato. Presso Filippi, città della Grecia, si combatté a lungo e accanitamente. Nella prima battaglia l'accampamento di Cassio fu espugnato dalle truppe di M. Antonio. Cassio, non avendo ormai più fiducia in una vittoria, si dette la morte e i suoi soldati furono in parte uccisi, in parte catturati. Antonio, avido di vendetta, non risparmiò neppure i prigionieri. Nella seconda battaglia le truppe di Bruto furono sconfitte da Ottaviano e fu ucciso un gran numero di senatori. Bruto, sconvolto dalla disfatta, si trafisse con la propria spada. Dopo la sanguinosa vittoria i triumviri si divisero tra di loro le province.
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Si narra che Cesare fu di altissima statura, di occhi scuri e vivaci, e dalla testa calva, un difetto che sopportava malvolentieri, poiché era spesso esposto agli scherzi degli avversari. E così tra tutti gli onori conferitigli dal senato e dal popolo non accettò null'altro o adoperò più volentieri del diritto a portare sempre la corona d'alloro. Neppure gli avversari negarono che egli fu morigeratissimo con il vino; per cui Catone l'Uticense era solito dire che tra tutti quelli che avevano tentato di rovesciare lo stato il solo Cesare era sobrio. Fu abilissimo con le armi e nell'equitazione, capace di sopportare la fatica oltre il credibile. Nello schieramento precedeva talvolta a cavallo, più spesso a piedi, a capo scoperto, sia che ci fosse il sole, sia che ci fosse la pioggia. Portò a termine tragitti lunghissimi con incredibile velocità, al punto da anticipare molto spesso i messaggi che lo riguardavano. E non lo ritardavano i fiumi, che attraversava a nuoto o appoggiandosi ad otri riempiti.
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Cesare, dopo aver incoraggiato i Remi ed essersi rivolto loro in maniera benevola, ordinò che si radunasse da lui tutto il senato e che gli fossero portati come ostaggi i figli dei capi. Tutte queste cose furono eseguite diligentemente da questi. Egli (Cesare), incoraggiato fortemente l'Eduo Diviziaco, spiega fino a che punto importi per la salvezza dello stato e di tutti che le truppe dei nemici siano tenute separate, affinché non ci si debba scontrare contemporaneamente con una moltitudine di uomini così grande. Ciò si poteva fare, se gli Edui avessero fatto entrare le loro truppe nel territorio dei Bellovaci, e avessero cominciato a saccheggiare i loro campi. Dopo aver dato questi ordini, lo congeda da sé. Dopo che ebbe saputo che tutte le truppe dei Belgi, radunate in un unico luogo, avanzavano verso di lui e che ormai non erano lontane da quegli esploratori che aveva inviato e dai Rami, si affrettò a far passare l'esercito al di là del fiume Assona, che si trova nella parte più lontana del territorio dei Remi, e lì piazzò l'accampamento. Su quel fiume c'era un ponte. Piazza lì una guarnigione e lascia dall'altra parte del fiume il luogotenente Quinto Titurio Sabino insieme a sei coorti. Ordina che l'accampamento sia fortificato con una palizzata alta dodici piedi e un fossato profondo diciotto.
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Presso i Romani i Pontefici erano i magistrati ai quali venivano affidate la cura del culto e delle crimonie sacre. Il re Numa per primo nominò quattro Pontefici di stirpe patrizia, affinché sovrintendessero ai culti statali e custodissero gli antichi costumi; a questi, in seguito, furono aggiunti quattro pontefici plebei cosicchè erano otto per cui i primi furono chiamati Pontefici mggiori, i secondi minori. In seguito Silla alzò il numero a quindici ai quali Giulio Cesare aggiunse un sedicesimo. Al collegio dei Pontefici e ai collegi di tutti i sacerdoti stava a capo con la massima autorità il Pontefice Massimo. L'autorità e l'importanza del Pontefice Massimo erno tanto grandi che lo stesso Ottaviano Augusto e dopo di lui tutti gli imperatori Romani riservrono sempre per sè questo onore.
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L'ateniese Stratonico, poiché un certo giorno aveva sentito un tale che cantava e suonava la cetra, esclmò: "A questo Giove ha dato una cosa e ne ha negata un'altra!". Quando alcuni che avevano sentito queste parole gli chiesero che cosa mai Giove avesse concesso a quel musico e cosa gli avesse negato, Stratonico rispose: "Il dio gli ha concesso di suonare male; e al medesimo ha negato di cantare bene". Dionisio, tiranno di Siracusa, una volta in un banchetto aveva sentito un certo musico che suonava la cetra e poiché quello era veramente bravo Dionisio gli aveva promesso un premio per il giorno seguente. Il giorno dopo dunque, il citaredo si recò da Dionisio per chiedere il compenso promesso. A quello Dionisio rispose: "Ieri tu mi hai allietato col suono della tu cetra, io ti ho reso lieto con la speranza di un dono. Nulla dunque ti devo oggi". 1. Tabella dei pronomi e aggettivi: