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Le origini della città di Eraclea, come tramanda Giustino, furono sorprendenti. Infatti, poiché una grave epidemia affliggeva gli abitanti della Beozia e non si trovava un rimedio, dopo aver convocato un'assemblea, i Beoti decisero che degli ambasciatori fossero inviati a Delfi per consultare l'oracolo circa la causa del morbo. A quelli che domandavano l'oracolo non rivelò la causa del morbo, ma ordinò che abbandonassero i loro territori contaminati dalla malattia, e portassero con sé tutte le loro cose, si trasferissero nella regione del Ponto e fondassero, presso il Mar Nero, una colonia consacrata ad Ercole. Conosciuto il responso dell'oracolo, i Beoti, dopo aver preparato tutte le loro cose, con gli anziani, con le donne e i figli lasciarono le case e i campi e, dopo un lungo e rischioso viaggio, giunsero nel Ponto, dove fondarono la città Eraclea, dal nome di Ercole. E, poiché i coloni erano stati portati in quella regione dai presagi, in breve tempo la nuova città crebbe così tanto da superare le altre città del Ponto.
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Zenone di Elea, poiché era della massima attenzione nell'osservazione della natura e molto risoluto nello spronare all'eroismo gli animi dei giovani, rese manifesta a tutti l'attendibilità dei (suoi) insegnamenti con un esempio di virtù personale. Infatti dalla patria, all'interno della quale poteva godere di una tranquilla libertà, partì per raggiungere Agrigento, che all'epoca era oppressa da una tristissima schiavitù, ritenendo di dover alleviare la crudeltà del tiranno Falaride. Ma quando comprese che in quello l'abitudine al comando aveva più potere dei buoni consigli della filosofia, infiammò di desiderio di liberare la patria i giovani più nobili di quella città. Saputa questa cosa, il tiranno Falaride convocò il popolo nel foro e – orribile a vedersi – cominciò a tormentare Zenone con vari tipi di tortura, chiedendo ripetutamente chi avesse mai come complici nel piano. Ma egli non nominò qualcuno di loro, e rese sospetto al tiranno ciascuno dei (suoi) più intimi e fidati; e rimproverando agli Agrigentini l'ignavia e la pavidità, fece sì che all'improvviso i cittadini, spinti da un moto di spirito, abbattessero Falaride con le pietre.
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Un tale, passando per il foro, avendo visto un bambino che piangeva con grande disperazione, si avvicinò per conoscere la causa di un dolore così grande e per dargli conforto. E così chiese al bambino: "Perché sei così disperato e versi tante lacrime da commuovere anche i sassi?" Rispose il bambino tra le lacrime: "Ho perso una moneta che mi ha dato mia madre poco fa". Allora l'uomo magnanimo: "Non piangere, asciuga le lacrime – disse – perché io ti darò un'altra moneta". E diede al bimbo un asse (un centesimo). Il bimbo all'inizio prese l'asse contento, rese grazie al passante, ma subito dopo incominciò a piangere di nuovo. Allora l'uomo stupefatto chiese: "Oh Bimbo, perché piangi ancora?" quello rispose: "Piango perché se non avessi smarrito il mio asse, ora ne avrei due!".
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Quel grande dio, genitore della realtà e artefice del mondo, distinse gli uomini da tutti gli altri animali soltanto per mezzo della facoltà di parlare. In essi (negli animali), infatti, vediamo corpi senz'altro più prestanti per grandezza, forze, robustezza, capacità di sopportare o velocità, e i medesimi corpi hanno meno bisogno di aiuti esterni. Infatti, grazie alla natura stessa (per istinto) essi sanno muoversi più rapidamente, nutrirsi, attraversare a nuoto le acque. Inoltre la maggior parte degli animali sono protetti dal freddo dal loro corpo, ed hanno armi in qualche modo connaturate, e un facile approvvigionamento. Anche in tutti gli altri animali, inoltre, osserviamo un'intelligenza e una certa capacità di pensare. Infatti sanno rendere soffici i giacigli, tessere i nidi, allevare i piccoli, accumulare gli alimenti per l'inverno, e fare determinati prodotti per noi inimitabili (come sono quelli della cera e del miele). A noi uomini il dio ha dato una mente particolare, ma questa stessa mente non ci gioverebbe tanto, né sarebbe in noi così manifesta, se non potessimo esprimere con il parlare le cose che abbiamo concepito con la mente.
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Durante la guerra con gli Etruschi, mentre il console Emilio Paolo, presso la città di Vetulonia, ubicata su un colle, era sul punto di far scendere l'esercito in una pianura, informato che una folla di uccelli, con volo piuttosto veloce, si era sollevata all'improvviso dal bosco, comprese che una qualche insidia si nascondeva in quel luogo, sia perché gli uccelli erano stati spaventati, sia perché si erano levati in volo in parecchi contemporaneamente. Sospettando che gli uccelli erano stati spaventati dai nemici nascosti nel bosco, mandò avanti gli esploratori, grazie ai quali scoprì che diecimila Galli minacciavano in quel luogo l'esercito dei Romani. Allora Emilio Paolo li accerchiò e li mise in fuga. In maniera simile, Tisameno, re degli Achei, messosi in marcia per raggiungere l'accampamento dei nemici, dopo aver visto che una grande quantità di uccelli si levava in volo da un bosco vicino, invece di restare sugli alberi del bosco, ritenendo che in quel luogo si nascondesse la schiera dei nemici, cambiò strada ed evitò gli insidiatori.