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Annibale, mentre si trovava in Gallia, aveva mandato presso l'accampamento Romano cinquecento cavalieri Numidi per spiare dove e quante truppe dei Romani vi fossero e che cosa preparassero. Inviati dalla foce del fiume Rodano, avanzarono contro i cavalieri Numidi trecento cavalieri dei Romani. Ne scaturì una battaglia molto violenta rispetto al numero dei combattenti, infatti oltre alle molte ferite, anche la strage fu quasi uguale da entrambe le parti e (solo) la fuga e lo spavento dei Numidi dette la vittoria ai Romani ormai molto stanchi.
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Cesare alle Calende di Gennaio si spostò dalla città di Ruspina e dopo alcuni giorni giunse nella città di Letti, comunità libera ed esente da imposte. Alcuni vennero incontro a Cesare dalla città, e gli chiesero che i cittadini non ricevessero alcun danno e promisero che loro avrebbero eseguito volentieri tutti i suoi ordini. E così Cesare, dopo aver messo centurioni e sentinelle alle porte della città, affinché nessun soldato entrasse nella città o recasse violenza ad un abitante, piazzò l'accampamento non lontano dalla città presso la spiaggia. In quel medesimo luogo giunsero per un qualche caso parecchie navi da carico e lunghe. Cesare mantenne tutti i cavalieri dentro le navi affinché i campi non venissero saccheggiati. Ordinò che l'acqua fosse portata nelle navi. Ma i cavalieri Mauritani improvvisamente attaccarono i rematori che erano usciti dalle navi per rifornirsi d'acqua, ne ferirono molti con le frecce, ne uccisero alcuni. Cesare nel frattempo mandò messaggeri con lettere in Sardegna e nelle rimanenti province vicine, affinché senza perder tempo gli fossero mandate truppe ausiliarie, viveri e frumento. Ordinò al pretore C. Sallustio Crispo di andare con una parte delle navi all'isola di Cercina, tenuta dai nemici, poiché sentiva dire che lì c'era una grande abbondanza di frumento.
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Cesare, dopo che ebbe appreso dagli esploratori Ubi che gli Svevi si erano ritirati nelle foreste, temendo una carestia di grano, dal momento che tutti i Germani non praticano affatto l'agricoltura, stabilì di non avanzare oltre, ma, per non togliere completamente ai barbari il timore di un suo ritorno, e allo scopo di rallentare le loro truppe ausiliarie, una volta portato indietro l'esercito, taglia l'ultima parte del ponte che raggiungeva le sponde degli Ubi. Quindi, all'estremità del ponte, collocò una torre e piazza una guarnigione di dodici coorti allo scopo di proteggere il ponte, e rafforza quel luogo con cospicue fortificazioni. A quella postazione e a quella guarnigione mette a capo il giovane C. Volvacio Tullio. Egli invece, poiché il grano cominciava a maturare, partendo per la guerra contro Ambiorige, manda in avanscoperta L. Minucio Basilio con tutta la cavalleria, e lo avverte di vietare che vengano accesi fuochi all'interno dell'accampamento, per evitare qualsiasi indizio da lontano del suo arrivo; (inoltre) dice che lo avrebbe seguito immediatamente.
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E' noto che nell'anno seicentosessantuno dalla fondazione di Roma, a Roma si scatenò la prima guerra civile. La guerra divampò a causa della brama di potere di C. Mario, che all'epoca era stato eletto console per sei volte. Infatti, dopo che il senato ebbe affidato a Silla il comando della guerra contro Mitridate, re del Ponto, che si era impadronito dell'Asia e dell'Acaia, Mario pretese che gli venisse affidato il comando dell'intero esercito. Irato per questa ragione, Silla, che ormai era partito da Roma, tornò in città dalla Campania con il suo esercito per vendicare l'offesa che gli era stata mossa. Giunse a Roma in tutta fretta con le sue truppe al fine di entrare armato al suo interno prima che i consoli, Mario e il suo collega Sulpicio, si accorgessero del suo arrivo. Lì combatté contro Mario e Sulpicio: uccise Sulpicio e mise in fuga Mario. Quindi, dopo aver designato come consoli per l'anno successivo Cn. Ottavio e Lucio Cornelio Cinna, partì verso l'Asia contro Mitridate.
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Ai tempi del dio Saturno gli uomini conducevano una vita felice, senza fatiche né pericoli, senza malattie né dolori, senza timore della morte; non c'erano ricchi e poveri, né potenti e umili né padroni e schiavi, ma tutti erano partecipi di tutti i beni e così questa età prospera fu chiamata età dell'oro. Allora gli uomini non erano tormentati né dalla violenza delle tempeste e delle piogge, né dalla violenza dei fiumi e dei mari, né dalla paura dei fulmini e dei tuoni, ma il clima era sempre mite e salubre, poiché c'era una primavera continua. La terra non arata produceva una grande abbondanza di messi, gli alberi di loro spontanea volontà offrivano dolci frutti, i prati rigogliosi erano ornati i ogni stagione da una moltitudine di fiori odorosi. Tra gli animali non c, 'era alcuna inimicizia: i miti agnelli non temevano le insidie dei lupi famelici, feroci leoni condividevano il cibo con i pavidi cervi. Allo stesso modo gli uomini, liberi da ogni preoccupazione vivevano concordi nella pace: i terribili crimini, le armi mortali, le orribili guerre non spaventavano ancora le menti e gli animi degli umani.