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Dareus paucis fugae comitibus ad Lycum amnem contenderat; quo traiecto dubitavit an solveret pontem, quippe hostem iam adfore nuntiabatur. Sed tot milia suorum, quae nondum ad amnem pervenerant ponte reciso videbat hostis praedam fore. Abeuntem, cum intactum sineret pontem, dixisse constat malle se sequentibus iter dare quam auferre fugientibus. Ipse ingens spatium fuga emensus media fere nocte Arbela pervenit. Quis tot ludibria fortunae, ducum agminum caedem multiplicem, devictorum fugam, clades nunc singulorum, nunc universorum, aut animo adsequi queat aut oratione conplecti? Propemodum saeculi res in unum illum diem proh! fortuna cumulavit. Alii, qua brevissimum patebat iter, alii devios saltus et ignotas sequentibus calles petebant. Eques pedesque confusi sine cue, armatis inermes, integris debiles inplicabantur. Deinde misericordia in metum versa, qui sequi non poterant, inter mutuos gemitus deserebantur. Sitis praecipue fatigatos et saucios perurebat, passimque omnibus rivis prostraverant corpora, praeterfluentem aquam hianti ore captantes; quam cum avide turbidam hausissent, tendebantur extemplo praecordia premente limo, resolutisque et torpentibus membris, cum supervenisset hostis, novis vulneribus excitabantur. Quidam occupatis proximis rivis deverterant longius, ut, quidquid occulti humoris usquam manaret, exciperent; nec ulla adeo avia et sicca lacuna erat, ut vestigantium sitim falleret. E proximis vero itineri vicis ululatus senum feminarumque exaudiebantur, barbaro ritu Dareum adhuc regem clamantium.
Dario, con pochi compagni di fuga, si era diretto verso il fiume Lico; dopo averlo varcato, era in dubbio se distruggere il ponte, giacché si diceva he il nemico stesse ormai per giungere. Ma pensava che, una volta abbattuto il ponte, tante migliaia dei suoi, che non erano ancora giunti al iume, sarebbero stati preda del nemico. Si narra che nell’allontanarsi, lasciando il ponte intatto, abbia detto che preferiva agevolare il percorso agli inseguitori piuttosto che impedirlo ai fuggitivi. Egli, poi, dopo aver coperto con la fuga una grande distanza, giunse ad Arbela nel cuore della notte. Chi potrebbe immaginare nel suo animo od esprimere a parole tanti scherzi della fortuna, la strage così grande dei comandanti e delle truppe, la fuga degli sconfitti, le uccisioni ora dei singoli fra di tutti? Ahimé, la sorte accumulò quasi in quel solo giorno gli eventi di un secolo! Alcuni si dirigevano dove il cammino appariva loro il più breve, altri verso strade fuori mano e sentieri ignoti agli inseguitori. Fanti e cavalieri alla rinfusa, senza una guida, uomini in armi si mischiavano agli inermi, i feriti ai sani. Quindi, mutatasi la pietà in paura, coloro che non potevano proseguire il cammino venivano abbandonati tra reciproci lamenti. La sete soprattutto tormentava gli uomini stremati e i feriti, e disordinatamente abbandonavano le membra su ogni riva, cervando di raccogliere a bocca aperta l’acqua che scorreva via; e poiché l’avevano bevuta, benché torbida, subito le loro visceri si tendevano per la pressione del fango, e con le membra intorpidite e rilassate venivano risvegliati da nuove ferite, essendo sopraggiunto il nemico. Alcuni, poiché le rive più vicine erano occupate, si erano allontanati di più per raccogliere qualsiasi goccia di umidità nascosta e nessuna pozza era tanto inaccessibile e secca da ingannare la sete di quelli che cercavano. Dai villaggi più vicini alla strada si udivano le urla dei vecchi e delle donne, che con un barbaro rituale acclamavano Dario ancora re.
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Olim in Phrygia cum Gordius quidam terram suam araret, avium magna copia eum circumvolare coepit. Quo viso miraculo, ad vicinam urbem sibi proficiscendum esse statuit, ad consulendos augures. Cum in porta urbis in mulierem quandam incidisset, eam percontatus est quem augurem consuleret. Illa, quamvis artis divinandi ignara esset, respondit se pro certo habere ei regnum consequendum fore. Haud multo postea, gravi seditione inter Phryges facta, principes civitatis oracula consuluerunt, quae dixerunt civitati regem dandum esse. Cum quaesivissent quis sibi rex eligendus esset, eis imperatum est ut quem primum ad templum Iovis plaustro venientem vidissent, eum regem eligerent. Obvius illis Gordius in plaustro fuit, quem statim regem acclamaverunt. Plaustrum illud Gordius in templo reposuit, cuius iugum compluribus nodis astrictum erat. Tunc oracula portenderunt si quis nexum illud solvisset, eum per totam Asiam regnaturum esse: quod Alexander Magnus fecit
Una volta in Frigia, mentre un certo Gordio coltivava la sua terra, una grande moltitudine di uccelli cominciò a volargli attorno. E visto quel miracolo, decise che doveva andare alla vicina città per consultare gli auguri. Essendosi imbattuto in una certa donna sulla porta della città le chiese che augure consultare. Questa, benchè fosse ignorante nell'arte di divinare gli rispose che era certa che lui avrebbe dovuto ottenere il regno. Non molto dopo, fatta una grave rivolta tra i Frigi, i nobili della città consultarono gli oracoli, che dissero che doveva essere dato un re alla città. Quando ebbero chiesto chi dovevano eleggere re, fu comandato loro che chi avessero visto che veniva per primo al tempio di Giove con un carro, lo eleggessero re. Si fece loro incontro, con un carro, Gordio, che subito acclamarono re. Gordio ripose nel tempio il carro, il cui giogo era legato con moltisimi nodi. Allora gli oracoli preannunciarono che se qualcuno fosse riuscito a sciogliere quel legame, egli era destinato a regnare su tutta l'Asia: Alessandro Magno fece ciò
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Babyloniae Alexandri regis morte nuntiata, evenit ut et Macedones et Persae dolore obmutescerent. Silentio noctis milites cum armis ante regiam taciti vigilabant; Babylonii vel e muris vel e tectis prospectabant neque lumina accendebant; et quia propter noctem oculorum usus cessabat, fremitus vocesque auribus captabant. Omnes, metu territi, per obscuras vias solliciti incedebant. Persae comas detonderant et in lugubri veste cum coniugibus ac liberis non ut victorem et hostem, sed ut gentis suae iustum atque indulgentem regem, Alexandrum deflebant. Fama de Alexandri morte tam celeriter totam urbem proximasque regiones pervasit, ut brevi tempore etiam ad matrem Darei, Persarum regis, pervenerit. Mulier ob dolorem vestem abscidit et humi procubuit. Per multos dies cibum recusavit, denique dolore atque inedia decessit.
Annunciata la morte del re Alessandro a Babilonia, accadde che sia i Macedoni che sia i Persiani si annichilirono per il dolore. Nel silenzio della notte i soldati con le armi vigilavano silenziosi davanti alla reggia. I Babilonesi vigilavano tanto dalle mura tanto dai tetti e non accendevano fiaccole; e poiché per la notte l'uso degli ochhi finiva, carpivano con le orecchie i fremiti e le voci. Tutti, spaventati dalla paura, camminavano agitati per le buie strade. I Persiani avevano reciso i capelli e in vesti funebri con le mogli e con i figli piangevano Alessandro non come un vincitore e un nemico, ma come un re indulgente e giusto della sua gente. La notizia della morte di Alessandro si diffuse per tutta la città e le regioni vicine così velocemente che pervenne in breve tempo anche alla madre di Dario, re dei Persiani. La donna per il dolore si strappò la veste e si gettà a terra. Per molti giorni rifiutò il cibo, morì alla fine per il dolore e per il digiuno.
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Quarto die Alexander, indubitam mortem sentiens, tumultuantes milites insidiisque perire regem suspicantes ipse sedavit eosque omnes ad conspectum suum admisit osculandamque dexteram flentibus porrexit. Dimissis militibus, circumstantes amicos percontatur putarentne (se credevano) se reperturos regem sibi similem. Tacentibus cunctis, vaticinari se ac paene oculis videre dixit quantum sanguinis fusura esset Macedonia, quantis caedibus, quo cruore sibi mortuo parentatura. Cum deficere eum viderent, quaerunt quem imperii faciat heredem. Respondit: dignissimum. Tanta illi magnitudo fuit ut, cum (benché) filium et fratrem relinqueret, oblitus necessitudinum, dignissimum nuncuparit heredem, prorsus quasi nefas esset viro forti alium quam virum fortem succedere. Sexta die, praeclusa voce, exemptum ex digito anulum Perdiccae tradidit. Decessit mensem unum, annos tres et triginta natus, vir supra humanam potentiam magnitudine animi praeditus.
Il quarto giorno Alessandro, sentendosi prossimo a sicura morte, calmò i soldati agitati e cha sospettavano il morire dello stesso re per agguati e ammise tutti loro al suo cospetto e a coloro che piangevano allungò la mano destra da baciare. Mandati i soldati. domandò agli amici che lo attorniavano se credevano che avrebbero trovato un re simile a lui. dato che tutti tacevano, affermò di predire da se e di vedere quasi con gli occhi quanto sangue sarebbe stato versato in macedonia, con quanti massacri, per vendicare lui morto. Poichè lo videro mancare, chiesero chi avrebbe eletto erede dell impero. Rispose: il piu degno. Quello ebbe tanta potenza che, benchè lasciasse il fratello e il figlio, dimenticandosi dei parenti, proclamò un erede molto degno, proprio come se fosse un'empietà per un uomo coraggioso che gli succeda uno diverso da un uomo coraggioso. Al sesto giorno, essendosi bloccata la voce, consegnò l anello a Perdicca dopo averlo estratto dal dito. Mori un mese dopo, a 33 anni, uomo dotato di grandezza d animo oltre la forza umana.
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Versione 1 pag. 76 tratta da ET (esperienze di traduzione)
Graves deinde avide hausto hQuindi) appesantiti per il liquido ingoiato avidamente non riuscivano a tenere le armi non potevano proseguire e sembravano più fortunati quelli a cui l’acqua era venuta a mancare perché loro erano costretti a vomitare quela smodatamente ingoiata. Gli amici attorn al re preoccupato per tanta difficoltàlo pregavano di ricordare che per la grandezza del suo animo (lui) era l’unico rimedio per l’esercito esausto. Quando si fecero incontro 2 di quelli che erano andati in avanscoperta per stabilire il posto per accamparsi portando acqua in otri per soccorrere i propri figli, che loro sapevano che erano nella stessa schiera e pativano fortemente la sete. Quando si imbatterono nel re uno di loro, strappato l’otre riempì la ciotola al re. Egli l’accetto chiese a chi portassero l’acqua e venne a sapere che la portavano ai loro figli. Allora dopo aver loro restituito la ciotola piena come gli era stata offerta disse: “Non posso pemettere di bere io solo, ne posso spartire con tutti una quantità così esigua. Correte e date ai vostri figlio ciò che avete portato per loro”.
itim non ignorabant, occurrerent. 11Qui cum in regem incidissent, alter ex his utre resoluto vas, quod simul ferebat, inplet porrigens regi. Ille accipit. Percontatus, quibus aquam portarent, filiis ferre cognoscit. 12Tunc poculo pleno, sicut oblatum est, redito, 'Nec solus', inquit, 'bibere sustineo nec tam exiguum dividere omnibus possum. Vos currite et liberis vestris, quod propter illos attulistis, date'. (Quindi) appesantiti per il liquido ingoiato avidamente non riuscivano a tenere le armi non potevano proseguire e sembravano più fortunati quelli a cui l’acqua era venuta a mancare perché loro erano costretti a vomitare quela smodatamente ingoiata. Gli amici attorn al re preoccupato per tanta difficoltàlo pregavano di ricordare che per la grandezza del suo animo (lui) era l’unico rimedio per l’esercito esausto. Quando si fecero incontro 2 di quelli che erano andati in avanscoperta per stabilire il posto per accamparsi portando acqua in otri per soccorrere i propri figli, che loro sapevano che erano nella stessa schiera e pativano fortemente la sete. Quando si imbatterono nel re uno di loro, strappato l’otre riempì la ciotola al re. Egli l’accetto chiese a chi portassero l’acqua e venne a sapere che la portavano ai loro figli. Allora dopo aver loro restituito la ciotola piena come gli era stata offerta disse: “Non posso pemettere di bere io solo, ne posso spartire con tutti una quantità così esigua. Correte e date ai vostri figlio ciò che avete portato per loro”.