- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Lydus et Tyrrhenus fratres cum regnarent in Lydia, sterilitate frugum compulsi sortiti sunt, uter cum parte multitudinis patria decederet. Sors Tyrrhenum contigit. Pervectus in Italiam et loco et incolis et mari nobile ac perpetuum a se nomen dedit. Post Orestis interitum filii eius Penthilus et Tisamenus regnavere triennio. Tum fere anno octogesimo post Troiam captam, centesimo et vicesimo quam Hercules ad deos excesserat, Pelopis progenies, quae omni hoc tempore pulsis Heraclidis Peloponnesi imperium obtinuerat, ab Herculis progenie expellitur. Duces recuperandi impeii fuere Temenus, Cresphontes, Aristodemus, quorum abavus fuerat. Eodem fere tempore Athenae sub regibus esse desierunt, quarum ultimus rex fuit Codrus, Melanthi filius, vir non praetereundus. Quippe cum Lacedaemonii gravi bello Atticos premerent respondissetque Pythius, quorum dux ab hoste esset occisus, eos futuros superiores, deposita veste regia pastoralem cultum induit, immixtusque castris hostium, de industria rixam ciens, imprudenter interemptus est. Codrum cum morte aeterna gloria, Atheniensis secuta victoria est. Quis eum non miretur, qui iis artibus mortem quaesierit, quibus ab ignavis vita quaeri solet? Huius filius Medon primus archon Athenis fuit. Ab hoc posten apud Atticos dicti Medontidae, sed hic insequentesque archontes usque ad Charopem, dum viverent, eum honorem usurpabant, Peloponnesii digredientes finibus Atticis Megara, mediam Corintho Athenisque urbem, condidere. Ea tempestate et Tyria classis, plurimum pollens mari, in ultimo Hispaniae tractu, in extremo nostri orbis termino, in insula circumfusa Oceano, perexiguo a continenti divisa freto, Gadis condidit. Ab iisdem post paucos annos in Africa Utica condita est.
I fratelli Lido e Tirreno, durante il loro regno in Lidia, costretti da una carestia di grano, decisero mediante sorteggio quale dei due doveva andar via dalla patria con una parte del popolo. La sorte stabilì (che fosse) Tirreno. (Il quale Tirreno, ) giunto in Italia, dette il suo nome, nobile e duraturo, alla regione, agli abitanti e al mare. Dopo la morte di Oreste, i suoi figli Pentilo e Tisameno regnarono per tre anni. A quel tempo - 80 anni circa dopo la presa di Troia e 120 dopo che Ercole era asceso agli dèi - la progenie di Pelope - che, per tutto questo tempo, espulsi gli Eraclidi, aveva regnato sul Peloponneso - viene scacciata dalla progenie di Ercole. I condottieri della riconquista del regno furono Temeno, Cresfonte, Aristodemo, dei quali (Ercole) era stato trisavolo. Praticamente negli stessi anni, Atene cessò d'essere una monarchia, il cui ultimo rappresentate fu Codro, figlio di Melanto, uomo da tenere in considerazione.
Dato che gli Spartani mettevano a dura prova bellica gli Attici, e Apollo aveva emesso il responso che avrebbero vinto coloro il cui comandante fosse stato ucciso dal nemico, spogliatosi della veste regale, ne vestì una da pastore, e infiltratosinell'accampamento nemico, fomentò di proposito una rissa, e venne ucciso senza essere riconosciuto. Con quella morte, codro andò incontro alla gloria, gli Ateniesi alla vittoria. Chi non lo ammirerebbe, lui che aveva cercato la morte con quegli espedienti coi quali gl'infingardi cercano, generalmente, di scamparsela? Medonte, figlio di Codro, fu il primo arconte di Atene. Da questo, i successori furono chiamati Medontidi dagli Attici; ma egli e gli arconti che vennero in seguito, fino a Carope, ricoprivano questa carica a vita. Gli abitanti del Peloponneso nell'allontanarsi dal territorio attico, fondarono Megara, città a mezzo tra Corinto e Atene. A quel tempo, anche la flotta tiria, "signora" del mare, fondò Cadice, nel tratto più lontano della Spagna, all'estremo confine del mondo allora conosciuto, in un'isola circondata dall'Oceano, divisa dal continente da una sottile striscia. Gli stessi Tirii fondarono, pochi anni dopo, Utica, in Africa.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Converterat Cn. Pompei persona totum in se terrarum orbem et per omnia maior civi habebatur. Qui cum consul perquam laudabiliter iurasset se in nullam provinciam ex eo magistratu iturum idque servasset, post biennium A. Gabinius tribunus legem tulit, ut cum belli more, non latrociniorum, orbem classibus iam, non furtivis expeditionibus piratae terrerent quasdamque etiam Italiae urbes diripuissent, Cn. Pompeius ad eos opprimendos mitteretur essetque ei imperium aequum in omnibus provinciis cum proconsulibus usque ad quinquagesimum miliarium a mari. Quo scito paene totius terrarum orbis imperium uni viro deferebatur; sed tamen idem hoc ante septennium in M. Antonii praetura decretum erat. Sed interdum persona ut exemplo nocet, ita invidiam auget aut levat: in Antonio homines aequo animo passi erant; raro enim invidetur eorum honoribus, quorum vis non timetur: contra in iis homines extraordinaria reformidant, qui ea suo arbitrio aut deposituri aut retenturi videntur et modum in voluntate habent. Dissuadebant optimates, sed consilia impetu victa sunt.
La figura di Gneo Pompeo aveva attirato su di sé l’attenzione di tutto il mondo e era considerato dovunque al di sopra di un qualsiasi cittadino comune. Dopo due anni che egli da console aveva assicurato in maniera assolutamente lodevole che dopo quella carica non avrebbe assunto il governo di nessuna provincia e che aveva mantenuto questa promessa, il tribuno Aulo Gabinio fece una proposta di legge secondo cui, dal momento che proprio come si fa in guerra e non semplicemente in azioni di ruberia, i pirati terrorizzavano il mondo ormai con le loro navi e non più con attacchi furtivi e avevano saccheggiato persino alcune città d’Italia, venisse inviato Gneo Pompeo a sopraffarli e che lui avesse nelle sue mani un potere analogo a quello dei proconsoli in tutte le province fino a cinquanta miglia da Roma. Con questo decreto del senato veniva conferito ad un unico uomo più o meno il potere su tutto il mondo e tuttavia questa stessa decisione era stata presa due anni prima durante la pretura di Marco Antonio. Ma talvolta una figura come nuoce coll’esempio così accresce o diminuisce l’invidia. Nel caso di Antonio la gente aveva reagito alla cosa di buon grado: di rado infatti si prova invidia per gli onori conferiti a coloro di cui non si teme la forza: al contrario le persone provano paura per i poteri eccezionali nel caso di quelli che danno l’impressione che rinunceranno ad essi o li manterranno a loro capriccio e che seguono come criterio la loro volontà. Gli aristocratici non erano d’accordo col decreto, ma le loro posizioni vennero sopraffatte dalla foga del momento.
Versioni correlate: Pompeo e la guerra contro i Pirati del libro Certamem
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Anno ab u. c. sescentesimo sexagesimo tertio universa Italia arma adversus Romanos cepit. Id bellum, cum ab Asculanis ortum esset, quia Romanorum praetorem eiusque legatum occiderant, deinde in omnes regiones penetravit. In hoc bello multa gloria tribuenda est Minato Magio, qui, nepos Decii Magii, Campanorum principis celeberrimi et fidelissimi viri, tantam fidem Romanis praestitit, ut cum legione quam ipse in Hirpinis conscripserat, Herculaneum caperet, Pompeios cum L. Sulla oppugnaret, Compsam occuparet. De eius virtutibus multi rerum scriptores in libris suis dilucide scripserunt. Eius pietati populus Romanus plenam gratiam rettulit ipsi civitatem donando et duos filios eius praetores creando
Nell'anno 663 tutta l'italia prese le armi contro i romani. qst guerra, esendo cominciata ad ascoli, poiché avevano ucciso il pretore dei romani e i suoi ambasciatori, in seguito arrivò in tt le regioni. in qst guerra molta gloria deve essere attribuita a minato magio, che, nipote di decimo magio, sovrano dei campani, uomo famosissimo, assicurò tanta fede ai romani, che cn una legione che aveva arruolato nella stessa irpinia, prese ercolano espugnò pompei cn l silla, occupò cosenza. delle sue virtù molti scrittori riferioscono chiaramente nei loro libri. alla sua benevolenza il popolo romani mostrò piena riconoscenza da concedergli la stessa cittadinanza e da nominare i suoi due figli pretori.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Neque illi tanto viro et tam clementer omnibus victoriis suis uso plus quinque mensium principalis quies contigit. Quippe, cum mense Octobri in Urbem revertisset, idibus Martiis, coniurationis auctoribus Bruto et Cassio, quorum alterum promittendo consulatum non obligaverat, contra differendo Cassium offenderat, adiectis etiam consiliariis caedis familiarissimis omnium et fortuna partium eius in summum evectis fastigium, D. Bruto et C. Trebonio aliisque clari nominis viris, interemptus est. Cui magnam invidiam conciliarat M. Antonius, omnibus audendis paratissimus, consulatus collega, imponendo capiti eius Lupercalibus sedentis pro rostris insigne regium, quod ab eo ita repulsum erat ut non offensus videretu
Ma a questo uomo così grande e che si comportò con tale clemenza in tutte le sue vittorie non spettò (meglio spettarono) più di cinque mesi di godimento pacato del potere supremo. Perciò, quando tornò a Roma ad ottobre, essendo Bruto e Cassio i capi della cospirazione, dei quali egli non era riuscito a sottomettere il primo con la promessa del consolato, ed aveva offeso il secondo con la proroga della sua candidatura, fu ucciso alle Idi di Marzo, essendo stati coinvolti nella strage anche alcuni dei più intimi tra tutti i suoi amici, elevati al sommo onore dalla fortuna della sua fazione, cioè Decimo Bruto, Gaio Trebonio ed altri di nome illustre. Marco Antonio, il suo collega nel consolato, sempre pronto ad atti di sfida, aveva portato grande odio su quello mettendogli sulla testa, non appena sedette sui rostri durante i Lupercali, una corona reale, che fu respinta a tal punto da Cesare che non sembrava esserne dispiaciuto.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Caesar Octavianus et Antonius cum Bruto Cassioque apud urbem Philippos conflixerunt. Cornu, cui Brutus praeerat, impulsis hostibus, castra Caesaris cepit; id cornu autem, in quo Cassius erat, fugatum ac male mulcatum, in altiora se recepit loca. Tum Cassius, collegae sortem similem suae aestimans, misit militem iussitque nuntiare sibi quae esset multitudo ac vis hostium. Cum tardaret ille et in vicino esset agmen accurrentium neque pulvere facies aut signa denotari possent, existimans hostes esse qui irruerent, lacerna caput circumdedit extentamque cervicem interritus liberto praebuit ut obtruncaretur. Deciderat Cassii caput, cum miles advenit nuntians Brutum esse victorem. Qui, cum imperatorem suum humi iacentem videret: "Sequar-inquit- eum, quem mea occidit tarditas". et ita in gladium incubuit
Cesare Ottaviano e Antonio combatterono Filippo con Bruto e Cassio presso la Città (sott. di Filippi). L'ala a cui era a capo Bruto, respinti i nemici, occupò l'accampamento di Cesare; quell'ala invece, in cui c'era Cassio, messa in fuga e malconcia, si ritirò in posizioni più elevate. Allora Cassio, valutando simile alla sua la sorte del collega, mandò un soldato e ordinò che gli fosse riferito quale fosse la quantità e la forza dei nemici. Siccome quello tardava e la fila di quelli che accorrevano era nelle vicinanze e a causa della polvere non si potevano distinguere l'aspetto esteriore né le insegne, valutando che fossero i nemici coloro che facevano irruzione, avvolse la testa in un mantello e impavido mostrò il collo proteso ad un liberto perché fosse reciso. La testa di Cassio era caduta a terra, quando arrivò il soldato che annunciava che Bruto era vincitore. E questo, vedendo il suo generale che giaceva a terra, disse: "Seguirò colui che la mia lentezza ha ucciso", e così si gettò sulla spada.