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Sacravit parentem suum Caesar non imperio, sed religione, non appellavi! eum, sed fecit deum. Revocata in forum fides, summota e foro seditio, ambitio campo, discordia curia, sepultaeque ac situ obsitae iustitia, aequitas, industria civitati redditae; accessit magistratibus auctoritas, senatui maiestas, iudiciis gravitas; compressa theatralis seditio, recte faciendi omnibus aut incussa voluntas aut imposita necessitas. Honorantur recta, prava puniuntur, suspicit potentem humilis, non timet, ante-cedit, non contemnit humiliorem potens. Quando annona mode-ratior, quando pax laetior? Diffusa in orientis occidentisque tractus et quidquid meridiano aut septemtrione finitur, pax augusta omnis terrarum orbis angulos a latrociniorum metu servai immunes. Fortuita non civium tantummodo, sed urbium damna prin-cipis munificentia vindicat. Restitutae urbes Asiae, vindicatae ab iniuriis magistratuum provinciae: honor dignis paratissimus, poena in malos sera, sed aliqua: superatur aequitate grada, ambitio vir-tute; nani facere recte civis suos princeps optimus faciendo docet, cumque sit imperio maximus, exemplo maior est.
Cesare consacrò dio il proprio genitore non per atto d'imperio, ma di religione, non lo chiamò soltanto, ma Io fece davvero dio. La lealtà ritornò nel foro e ne venne rimossa la sediziosità, l'ambizione dal Campo Marzio, la discordia dalla curia, vennero restituite alla città la giustizia, l'equità, l'attività, un tempo sepolte e ricoperte di ruggine; si accrebbe il prestigio ai magistrati, la maestà al senato, la serietà ai processi; i disordini del teatro vennero repressi, a tutti venne instillata la volontà o imposta la necessità del ben fare. Le azioni oneste vengono onorate, le disoneste punite, l'umile guarda al potente ma non lo teme, il potente precede, non disprezza l'umile. Quando il costo della vita fu più moderato, quando più serena la pace? Estesa fino all'oriente ed all'occidente ed ai tenitori limitati dal mezzodì e dal settentrione, la pace augusta mantiene immuni dal timore del brigantaggio tutti gli angoli della terra. La munificenza del principe soccorre non solo alle evenienze private dei cittadini, ma anche delle città. Furono restaurate le città dell'Asia, liberate dai soprusi dei magistrati le provincie: l'onore viene prontamente riconosciuto ai degni, tarda ma immancabile la punizione verso i cattivi : il favore sottosta alla giustizia, l'ambizione al merito; infatti agendo bene l'ottimo principe insegna ai cittadini a comportarsi rettamente, ed essendo il massimo quanto a potere, è anche maggiore quanto
all'esempio
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Decem deinde interpositis annis, qui Ti. Graccum idem Gaium fratrem eius occupavit furor, tam virtutibus eius omnibus quam huic errori similem, ingenio etiam eloquentiaque longe praestantiorem. Qui cum summa quiete animi civitatis princeps esse posset, vel vindicandae fraternae mortis gratia vel praemuniendae regalis potentiae eiusdem exempli tribunatum ingressus, longe maiora et acriora petens dabat civitatem omnibus Italicis, extendebat eam paene usque Alpis, dividebat agros, vetabat quemquam civem plus quingentis iugeribus habere, quod aliquando lege Licinia cautum erat, nova constituebat portoria, novis coloniis replebat provincias, iudicia a senatu trasferebat ad equites, frumentum plebi dari instituerat; nihil immotum, nihil tranquillum, nihil quietum, nihil denique in eodem statu relinquebat; quin alterum etiam continuavit tribunatum. unc L. Opimius consul, qui praetor Fregellas exciderat, persecutus armis unaque Fulvium Flaccum, consularem ac triumphalem virum, aeque prava cupientem, quem C. Gracchus in locum Tiberii fratris triumvirum nominaverat, eumque socium regalis adsumpserat potentiae, morte adfecit. Id unum nefarie ab Opimio proditum, quod capitis non dicam Gracchi, sed civis Romani pretium se daturum idque auro repensurum proposuit. 6 Flaccus in Aventino annatos ac pugnam ciens cum filio maiore iugulatus est; Gracchus profugiens, cum iam comprehenderetur ab iis, quos Opimius miserat, cervicem Euporo servo praebuit, qui non segnius se ipse interemit, quam domino succurrerat. Quo die singularis Pomponii equitis Romani in Gracchum fides fuit. Qui more Coclitis sustentatis in ponte hostibus eius, gladio se tranfixit. Ut Ti. Gracchi antea corpus, ita Gai mira crudelitate victorum in Tiberim deiectum est.
Trascorsi poi dieci anni, lla follia che invase Tiberio invase ugualmente anche Gaio Gracco, per ogni virtù simile a quello quanto lo era anche nell'errore, ma per ingegno ed eloquenza era lui senza dubbio ad essere il più bravo. Non appena costui, con la più salda tranquillità d'animo, ebbe l'occasione di mettersi a capo della città, quando assunse la carica di tribuno, certo più in virtù del voler vendicare la morte del fratello o di rafforzare la potenza regale di se stesso, si mise a richiedere riforme ancora più ambiziose e astiose: concedeva la cittadinanza a tutti gli Italici, la voleva estendere quasi fino alle Alpi, divideva i campi, vietava a qualsiasi cittadino di avere in proprietà più di cinquecento iugeri, limite che un tempo era stato già fissaro dalla lex Licinia, istituiva nuove tasse commerciali, riempiva le province di nuovi coloni, trasferiva le corti giudicanti dal senato ai cavalieri, istituiva la distribuzione di frumento alla plebe; nulla era più stabile, nulla era più sicuro, nulla era più calmo, perché nulla, nello stesso stato, aveva lasciato immutato, che non abbia poi continuato a turbare anche durante il secondo suo tribunato. Sicché il console L. Opimio, colui che aveva espugnato Fregellae, lo perseguì con le armi in pugno e insieme a Fulvio Flacco, uomo che aveva rivestito già il consolato ed aveva anche avuto già un trionfo, ma che allo stesso modo ambiva alle perniciose riforme e che G. Gracco avevqa nominato triumviro al posto del fratello Tiberio e lo aveva accolto come alleato della sua supremazia degna di un re, (costui L. Opimio) punì con la morte. L'abuso di Opimio aveva solo questo di nefasto, che aveva proposto di mettere una taglia sulla testa, non tanto di un Gracco, quanto di un cittadino romano e aveva proposto che fosse pagata a peso d'oro. FLacco si rifugiò sull'Aventino e poiché incitava alla resistenza fu poi sgozzato insieme a suo figlio; Gracco tentò di fuggire, ma quando poi fu accerchiato da coloro che Opimio aveva inviato dietro di lui, offrì il collo al suo schiavo Euporo, il quale non fu più lento nell'uccidersi di quanto non lo fu nell'aiutare il suo padrone a farlo. In quel giorno vi fu un gesto di profonda fedeltà del cavaliere romano Pomponio nei confronti di Gracco. Costui, alla maniera di un Coclite, oppostosi ai nemici di quello sopra ad un ponte, si uccise poi con la sua spada. Come già prima il corpo di Tiberio, anche quello di Gaio fu gettato nel Tevere, tale fu l'infierire dei suoi nemici.
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Sulla venit in Italiam non belli vindex, sed pacis auctor: multa cum quiete legiones per Calabriam Apuliamque cum singulari cura frugum, agrorum, Hominum, urbium perducit in Campaniam temptatque iustis legibus et aequis condicionibus bellum componere; sed malis et ambitiosis pax non placebat. Crescebant interim Sullae copiae quia boni et prudentes viri ad eum confluebant. Deinde felici circa Capuam proelio Silla Scipionem Norbanumque consules superat. Sulla dissimilis fuit bellator et victor: si vincebat lenis erat. Nam Scipionem consulem exarmatum Quintumque Sertorium et multos alios dimitit incolumes. Post victoriam ad montem Tifata Sulla gratias Dianae solvit : nobiles ac salubres aquas agrosque addicit deae.
Siila arrivò in Italia non come vendicatore della guerra, ma come autore di pace con molta quiete fece arrivare le legioni per la Calabria e l'apulia con singolare cura dei raccolti dei campi, degli uomini, delle città in Campania e tentò di portare pace (pacificare) con giuste leggi e con eque condizioni (lett. ma ai cattivi e agli ambiziosi la pace non era gradita) Ma i cattivi e gli ambiziosi non gradivano la pace. Tuttavia Aumentavano tra le milizie di Siila uomi buoni e prudenti. Poi in uno scontro ortunoso vicino a Capua supera Scipione e Norbano Siila era diverso guerriero era i diverso da siila vincitore. Infatti liberò il console disarmato Quinto Sertorio e molti altri liberò illesi. Dopo la vittoria presso il Monte Tifata, siila pago i debiti di riconoscenza a Diana, e le dedicò le acque e i campi salubri (Skuolasprint. it. )
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Sed Caesari futura caedes evidentibus prodigiis denuntiata est. paucos ante menses, cum in colonia Capua deducti lege Iulia coloni ad extruendas uillas uetustissima sepulcra disicerent idque eo studiosius facerent, quod aliquantum uasculorum operis antiqui scrutantes reperiebant, tabula aenea in monimento, in quo dicebatur Capys conditor Capuae sepultus, inuenta est conscripta litteris uerbisque Graecis hac sententia: quandoque ossa Capyis detecta essent, fore ut illo prognatus manu consanguineorum necaretur magnisque mox Italiae cladibus uindicaretur. cuius rei, ne quis fabulosam aut commenticiam putet, auctor est Cornelius Balbus, familiarissimus Caesaris. proximis diebus equorum greges, quos in traiciendo Rubiconi flumini consecrarat ac uagos et sine custode dimiserat, comperit pertinacissime pabulo abstinere ubertimque flere. et immolantem haruspex Spurinna monuit, caueret periculum, quod non ultra Martias Idus proferretu
Ma la morte imminente fu annunciata a Cesare da chiari prodigi. Pochi mesi prima, i coloni condotti a Capua, in virtù della legge Giulia, stavano demolendo antiche tombe per costruirvi sopra case di campagna. Lavoravano con tanto ardore che scoprirono, esplorando le tombe, una gran quantità di vasi di antica fattura e in un sepolcro trovarono una tavoletta di bronzo nella quale si diceva che vi era sepolto Capi, il fondatore di Capua. La tavola recava la scritta in lingua e caratteri greci, il cui senso era questo: «Quando saranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo morrà per mano di consanguinei e ben presto sarà vendicato da terribili disastri dell'Italia. » Di questo episodio, perché qualcuno non lo consideri fantasioso o inventato, ha reso testimonianza Cornelio Balbo, intimo amico di Cesare. Negli ultimi giorni Cesare venne a sapere che le mandrie di cavalli che aveva consacrato, quando attraversò il Rubicone, al dio del fiume, e lasciava libere di correre, senza guardiano, si rifiutavano di nutrirsi e piangevano continuamente. Per di più, mentre faceva un sacrificio, l'aruspice Spurinna lo ammonì di fare attenzione al pericolo che non si sarebbe protratto oltre le idi di marzo.
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P. Scipio Africanus Aemilianus, qui Carthaginem deleverat, post tot acceptas circa Numantiam clades, creatus iterum consul, missusque in Hispaniam, fortunae virtutique expertae in Africa respondit in Hispania, et intra annum ac tres menses, quam eo venerat, circumdatam operibus Numantiam excisamque aequavit solo. Nec quisquam ullius gentis hominum ante eum clariorum urbium excidio nomen suum perpetuae commendavit memoriae; quippe, excisa Carthagine ac Numantia, ab alterius nos metu, alterius vindicavit contumeliis. Reversus in Urbem, intra breve tempus, M'. Aquilio C. Sempronio consulibus abhinc annos CL, post duos consulatus duosque triumphos, et bis excisos terrores reipublicae, mane in lectulo repertus est mortuus, ita ut quaedam elisarum faucium in cervice reperirentur notae. De tanti viri morte nulla habita est quaestio; eiusque corpus velato capite elatum est, cuius opera super totum terrarum orbem Roma extulerat caput
P. Scipione Africano Emiliano quello che aveva distrutto Cartagine dopo tante disfatte subite a Numazia, fu fatto console per la seconda volta e inviato in Spagna in Spagna replicò il valore e la fortuna dimostrati in Africa: dopo un anno e tre mesi dal suo arrivo, rase al suolo Numanzia, dopo averla cinta con opere. Né, prima di lui, alcun uomo, di alcun popolo, ebbe affidato ad eterna memoria il proprio nome, in virtù della distruzione di città di grande rinomanza, in effetti, con l'aver distrutto Cartagine e Numazia, ci riscattò dalla paura della prima e dagli oltraggi dalla seconda.
Tornato a Roma oco tempo dopo, sotto il consolato di M. Aquilio e C. Sempronio - ovvero 150 anni or sono dopo due consolati e due trionfi e la distruzione di due (città) terrori per la Repubblica fu trovato una mattina morto nel letto: sul collo gli furono riscontrati segni di strangolamento.
Non si tennero inchieste sulla morte di cotanto eroe: il suo corpo fu traslato alla sepoltura con la testa coperta da un velo: grazie al quale Roma aveva alzato la testa al di sopra del mondo intero