- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Bellum Iugurthinum gestum est per Q. Metellum nulli secundum saeculi sui. Huius legatus fuit C. Marius, natus equestri loco, hirtus atque horridus vitaque sanctus, quantum bello optimus, tantum pace pessimus, immodicus gloriae, insatiabilis, impotens semperque inquietus. Hic per publicanos aliosque in Africa negotiantes criminatus est lenitudinem Metelli, trahentis iam in tertium annum bellum, et naturalem nobilitatis superbiam morandique in imperiis cupiditatem. Inde, cum Romam venisset, effecit ut consul crearetur et sibi committeretur summa belli, paene patrati a Metello, qui bis Iugurtham acie fuderat. Metelli tamen et triumphus fuit clarissimus et meritum ex virtute ei cognomen Numidici inditum est.
La guerra giugurtina fu combattuta per mezzo di Quinto Metello, inferiore a nessuno del suo secolo. Il legato di questo fu Gaio Mario, nato dalla cavalleria, di ordine equestre irto e rigido, onesto nella vita; Quanto ottimo in fatto di guerra tanto pessimo in fatto di pace; smodato per la nella gloria, insaziabile, impotente e sempre inquieto. Questo per mezzo dei pubblicani e di altri che negoziavano in Africa accusò l'indulgenza la blandizie di Metello che trascinava ormai la guerra nel verso il suo terzo anno, la naturale superbia della nobiltà e il desiderio di avvincere ai indugiare nei comandi militari. Quindi essendo venuto dopo essere giunto a Roma, fece in modo che fosse eletto come console e che a lui fosse affidata la totalità della guerra, quasi conclusa da Metello, che due volte aveva messo in fuga Giugurta in battaglia. Tuttavia il trionfo di Metello fu molto celebre e come merito per la virtù gli fu dato il cognome di Numidico
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Tum Sulla contracto exercitu ad urbem rediit eamque armis occupavit, duodecim auctores novarum pessimarumque rerum, inter quos Manum cum filio et P. Sulpicio, urbe exturbavit ac lege lata exules fecit. Sulpicium etiam adsecuti equites in Laurentinis paludibus iugulavere, caputque eius erectum et ostentatum pro rostris velut omen imminentis proscriptionis fuit. Marius post sextum consulatum annumque septuagesimum nudus ac limo obrutus, oculis tantummodo ac naribus eminentibus, extractus arundineto circa paludem Maricae, in quam se fugiens consectantis Sullae equites abdiderat, iniedo in collum loro in carcerem Minturnensium iussu duumviri perductus est. Ad quem interficiendum missus cum gladio servus publicus natione Germanus, qui forte ab imperatore eo bello Cimbrico captus erat, ut agnovit Marium, magno eiulatu expromens indignationem casus tanti viri abiecto gladio profugit e carcere. Tum cives, ab hoste misereri paulo ante principis viri docti, instructum eum viatico conlataque veste in navem imposuerunt. At ille adsecutus circa insulam Aenariam filium cursum in Africam direut inopemque vitam in tugurio ruinarum Carthaginiensium toleravit, cum Marius aspiciens Carthaginem, illa intuens Marium, alter alten possent esse solacio
Allora Silla, raccolto il suo esercito, tornò a Roma e l'occupò con le sue truppe, ne cacciò i dodici promotori delle pessime misure rivoluzionarie, tra i quali Mario con suo figlio e Sulpicio, poi, in forza di una legge da lui proposta, li fece bandire dalla città. In particolare, alcuni cavalieri raggiunsero Sulpicio nelle paludi di Laurento e lo sgozzarono: la sua testa alta su un palo e ben in mostra davanti ai rostri fu quasi il segno premonitore delle imminenti proscrizioni Mario aveva alle spalle (ben) 6 consolati, e 70 anni d'età, quando - nudo e ricoperto di limo: sporgevano soltanto gli occhi e il naso - fu estratto da un canneto nei pressi della palude di Marica, nella quale si era nascosto per seminare i cavalieri di Silla che gli erano alle calcagna: (da lì, ) per ordine di un duumviro, fu traslato al carcere di Minturno, con un cappio intorno al collo. Fu inviato ad ucciderlo un servo pubblico, armato di spada, Germano di nazionalità, il quale per caso era stato fatto prigioniero dal condottiero durante la guerra contro i Cimbri; (il quale servo), non appena riconobbe Mario, gettata la spada, scappò dal carcere, esprimendo, con alte imprecazioni la (propria) indignazione per una sorte ad un uomo di tal levatura. Al che i cittadini, indotti da un nemico ad aver compassione di un uomo fino a poco tempo prima (era stato) un (nobile) capo, gli fornirono delle provvigioni per il viaggio e una (nuova) veste, e lo fecero imbarcare. E quello, raggiunto suo figlio nei pressi dell'isola Enaria, fece rotta alla volta dell'Africa: sopportò una vita da miserabile in un tugurio tra le rovine di Cartagine: (come dire, ) mentre Mario osservava… e Cartagine potevanoesser di conforto l'uno all'altro.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Dum Sertorianum bellum in Hispania geritur, quattuor et sexaginta fugitivi e ludi gladiatorio, cum Capua profugerent ducutu Spartaci, postquam ex Campana urbe gladios rapuerant, primo Vesuvium montem petierunt, mox, cum cresceret in dies multitudo, gravibus variisque casibus adfecerunt Italiam. Quorum numerus in tantum adulevit, ut nonaginta milia hominum se Romano exercitui opposuerint. De eorum exercitu victoriae gloria penes M. Crassum fuit, mox rei publicae omnium consensu principem.
Mentre si portava avanti laguerra dei sartoriani in Spagna, sessantaquattro fuggiaschi fra i gladiatori, fuggendo sotto la guida di Spartaco da Capua, dopo che dalla città Campana avevano preso le spade, per prima cosa si mossero verso il Vesuvio, poi, crescendo di giorno in giorno la moltitudine, colpirono con gravi e pesanti conseguenze l'Italia. Il numero di questi aumentò così tanto che 90. 000 uomini si opposero all'esercito romano. Del loro esercito la gloria della vittoria fu nelle mani di Crasso, subito comandante con il consenso di tutti.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Longum est enumerare merita Caesaris, nec dacile eius clementiam pro merito laudare possum. Hoc tamen liceat exemplum proferire, quo dille edidit cum iam omnes adversarios bellovicerat et omni re pubblica potitus erat. Tum poterat cludeliter animadvertere in eos qui ei bello civili obstiterant, sed utilius et laudabilius putavit veniam erroris concedere omnibus adversariis memoriamque discordiarum civilium oblivione perenni delere. Quare non solum exsulibus reditum in patriam concessit, sed pristinam dignitatem restituit, neque voluti obtrectatores castigare. Quid enim honestius quam veniam adversariis victis dare? Caesaris exemplum utinam secutus esset Antonius, qui post eum re publica potius est! Nunc enim nullas haberemus proscriotorum tabulas; Cicero non necatus esset, res pubblica tranquilla pace frueretur.
Altra versione con questo stesso titolo da altro libro
Longum est omnia enumerare proelia. Quare hoc unum satis erit dictum, ex quo intellegi possit, quantus ille fuerit: quamdiu in Italia fuit, nemo ei in acie restitit, nemo adversus eum post Cannensem pugnam in campo castra posuit. Hinc invictus patriam defensum revocatus bellum gessit adversus P. Scipionem, filium eius, quem ipse primo apud Rhodanum, iterum apud Padum, tertio apud Trebiam fugarat. Cum hoc exhaustis iam patriae facultatibus cupivit impraesentiarum bellum componere, quo valentior postea congrederetur. In colloquium convenit; condiciones non convenerunt. Post id factum paucis diebus apud Zamam cum eodem conflixit: pulsus - incredibile dictu - biduo et duabus noctibus Hadrumetum pervenit, quod abest ab Zama circiter milia passuum trecenta. In hac fuga Numidae, qui simul cum eo ex acie excesserant, insidiati sunt ei; quos non solum effugit, sed etiam ipsos oppressit. Hadrumeti reliquos e fuga collegit; novis dilectibus paucis diebus multos contraxit.
Sarebbe lungo enumerare tutti i meriti di Cesare, ne posso lodare facilmente la sua clemenza adeguatamente al merito. Tuttavia ammettiamo pure che sia lecito esporre questo esempio, che quello produsse quando aveva già vinto tutti gli avversari con la guerra e quando si era impossessato di tutto lo stato. Allora avrebbe potuto castigare crudelmente quelli che si opponevano a quello con una guerra civile ma ritenne più utile e più lodevole concedere il perdono degli errori a tutti gli avversari e cancellare il ricordo delle discordie civili con l'oblio perenne. Per questa cosa non solo concesse agli esuli il ritorno in patria, ma restituì anche l'antica dignità, e non volle castigare i calunniatori. Che cosa infatti avrebbe dovuto dare di più onorevole se non il perdono agli avversari vinti? Magari Antonio avesse seguito l'esempio di Cesare, che si impadronì dello stato dopo di quello! Ora, infatti, non avremmo nessuna tavola dei proscritti; Cicerone non sarebbe stato ucciso, lo stato godrebbe di una pace tranquilla
Altra versione con questo stesso titolo:
È lungo enumerare tutte le battaglie. Perciò sarè detto solo questo, da cui si potrà capire, quanto egli sia stato grande: fin che fu in Italia, nessuno gli resistette sul campo, nessuno dopo la battaglia di Canne pose gli accampamenti contro di lui in campo aperto. Di qui, invitto, richiamato per difendere la patria fece la guerra contro Publio Scipione, figlio di quello, che lui stesso aveva messo in fuga prima presso il Rodano, poi presso il Po, la terza volta presso la Trebbia. Con costui, esaurite ormai le forze della patria, desiderò per allora chiudere la guerra, per scontrarsi in seguito più potente. Venne al colloquio; non s’accordarono sulle condizioni. Dopo tale fatto entro pochi giorni si scontrò con lo stesso presso Zama: sconfitto – incredibile a dirsi – in due giorni e tre notti giunse ad Agrumeto, che dista da Zama circa trecento migliaia di passi. In questa fuga i Numidi che insieme con lui erano scampati dallo scontro, gli tesero un agguato; e non solo li sfuggì, ma addirittura li annientò.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Velleio Patercolo
- Visite: 2
Advenit deinde maximi discriminis dies, quo Caesar Antoniusque productis classibus pro salute alter, in ruinam alter terrarum orbis dimicavere. Ubi initum certamen est, omnia in altera parte fuere, dux, remiges, milites, in altera nihil praeter milites. Prima occupat fugam Cleopatra. Antonius fugientis reginae quam pugnantis militis sui comes esse maluit, et imperator, qui in desertores saevire debuerat, desertor exercitus sui factus est. Illis etiam detracto capite in longum fortissime pugnandi duravit constantia et desperata victoria in mortem dimicabatur. Caesar, quos ferro poterat interimere, verbis mulcere cupiens clamitansque et ostendens fugisse Antonium, quaerebat, pro quo et cum quo pugnarent. At illi cum diu pro absente dimicassent duce, aegre summissis armis cessere victoriam.
Giunse poi il giorno del grande conflitto, in cui Cesare ed Antonio, mandate avanti la flotte, combatterono uno per la salvezza, l'altro per la rovina del mondo. Quando iniziò la battaglia, da una parte vi era di tutto - il condottiero, i rematori, i soldati -, dall'altra nessuno eccetto i soldati. Cleopatra per prima si affrettò a fuggire; Antonio preferì farsi compagno della regina che scappava piuttosto che dei suoi soldati che combattevano, e il generale, che avrebbe dovuto infuriarsi con i disertori, si rese disertore egli stesso del suo esercito. A costoro, anche senza il comandante, perdurò la costanza di combattere a lungo e con grandissimo valore, e lottavano fino alla morte pur disperando la vittoria. Cesare, che avrebbe potuto farli uccidere con le armi, sia blandendoli con le parole, sia gridando che dichiarando che Antonio stava fuggendo, gli chiedeva per chi e con chi stessero combattendo. Ma costoro, dopo aver a lungo combattuto per il generale assente, dopo aver abbassato a malincuore le armi, rinunciarono alla vittoria.