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Cesare doveva fare tutte le cose nello stesso momento: bisognava issare il vessillo; bisognava richiamare i soldati dal lavoro (di fortificazione); bisognava schierare l'esercito; bisognava incitare i soldati; bisognava dare il segnale con la tromba. La scarsità di tempo e l'incalzare dei nemici impediva la gran parte di queste cose. A fronte di queste difficoltà, due cose erano d'aiuto: la perizia e l'esperienza dei soldati. Costoro, per via della vicinanza e della velocità dei nemici, ormai non aspettavano nessun ordine di Cesare, ma disponevano da sé quello che sembrava opportuno fare.
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Un fanciullo, che era solito ogni giorno passeggiare sul litorale di Baia, attirò un delfino per mezzo di pezzi di pane; il delfino, memore di un favore tanto grande, ebbe una riconoscenza particolare. Chiamato dal fanciullo, nuotava sempre dal fondo del mare alla costa, offriva al proprio amico il dorso, e portava in giro il fanciullo come se fosse seduto su un cavallo. Spesso portò il fanciullo anche alla scuola elementare a Pozzuoli, poi lo riportò a Baia in maniera simile. Già per due o tre anni aveva fornito tali servizi, quando il ragazzo cominciò ad ammalarsi gravemente e dopo pochi giorni morì. Il delfino, inconsapevole della morte dell'amico, si recò ogni giorno al luogo abituale, ma presto, quasi come se capisse la situazione, andò incontro ad una morte volontaria per la nostalgia del fanciullo. Gli abitanti di Baia, dopo aver trovato sulla spiaggia il corpo privo di vita del delfino, lo seppellirono nella tomba del fanciullo.
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Successivamente Cesare combatté per molti anni contro Pompeo, un generale più pacato, ma anche più vile, e, presso Farsàlo, egli sconfisse e mise in fuga il rivale. Da Farsàlo, con marce quanto più veloci possibile, si diresse in Egitto, dove Pompeo aveva chiesto aiuto a Tolomeo, il re dell'Egitto; ma il re, più incline all'opportunismo che all'amicizia, uccise Pompeo con un agguato, tramite il prefetto regio Achilla, un uomo di singolare temerarietà, e tramite L. Settimio, un generale dei soldati, e mandò la testa di lui a Cesare, insieme all'anello. Cesare, quando vide la testa di un uomo tanto grande, pianse. Dopo la morte di Pompeo, Cesare, attraverso l'Egitto, si affrettò con una velocissima marcia in Africa e in Spagna, dove sconfisse numerosissimi avversari.
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Mentre si combatte la guerra in Spagna contro Sertorio, sessantaquattro schiavi fuggirono da una scuola gladiatori, sotto la guida di Spartaco, e rubarono delle spade dalla città di Capua; all'inizio si diressero verso il monte Vesuvio, poi, crescendo di giorni in giorno la moltitudine, afflissero l'Italia con accidenti gravi e vari. E il loro numero crebbe così tanto, che novantamila uomini si opposero all'esercito Romano. M. Crasso ebbe il merito della vittoria, ed egli stesso, presto, con il consenso di tutti fu eletto capo dello Stato.
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Gli Etruschi venivano dall'Asia; essi, già prima della fondazione di Roma, abitavano le terre tra l'Appennino e le coste Tirreniche. Qui ci sono terreni ricchi, e producono grano; gli ulivi verdeggiano, crescono fecondi vigneti, e c'è una grande abbondanza di metalli. Gli abitanti, dunque avevano la ricchezza (divitias) del suolo; d'altra parte gli Etruschi erano anche marinai e praticavano i commerci. Inoltre gli Etruschi costruivano illustri città, abbellite da begli edifici; realizzavano magnifiche tombe: ancora oggi vediamo dipinti nelle tombe banchetti, sacrifici e spettacoli. Gli Etruschi erano in una posizione di grande potenza: dominavano (regere imperio = dominare) molti popoli; erano anche ben organizzati ed eruditi. Nell'antichità gli Etruschi trasmettevano ai Romani molti riti e alcune istituzioni.
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