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Poichè i Messeni si erano ribellati a Sparta, Agesilao, re degli Spartani, giunse nei loro territori con un grande esercito, per ridurli di nuovo in potere degli Spartani. Dopo aver collocato l'accampamento, mandò avanti i cavalieri affinché esplorassero tutti i luoghi e osservassero gli atteggiamenti degli abitanti. Questi (i cavalieri) riferirono ad Agesilao che non solo gli uomini avevano imbracciato le armi, ma anche le donne e gli anziani erano pronti a combattere, per conservare la loro indipendenza. In seguito gli esploratori aggiunsero che le armi erano state distribuite anche ai servi: a questi infatti, era stata promessa la libertà, qualora avessero combattuto coraggiosamente. Allora Agesialo, dopo aver conosciuto le intenzioni dei Messeni, per non mettere a repentaglio la vita dei suoi soldati inutilmente, ordinò che fosse tolto l'accampamento e se ne andò da Messene. Infatti sapeva che i Messeni, poiché avevano perso fiducia circa la salvezza e combattevano in difesa della libertà, perciò avrebbero combattuto con maggior forza.
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Latona, dopo aver partorito Apollo e Diana, figli di Giove, fu costretta a fuggire dall'isola di Delo da Giunone, moglie di Giove. Infatti la regina degli dei immortali era gelosa di lei. Latona peregrinò a lungo per l'Asia insieme ai figli piccoli; alla fine giunse in Licia, dove stanca per il lungo e difficoltoso viaggio chiedeva riposo per sè e acqua per i fanciulli, poiché essi spossati dal forte calore del sole erano tormentati dalla sete. Per caso la dea vede un luogo paludoso e degli agricoltori presso le sponde della palude. Felice accorre insieme ai figli verso la palude, ma mentre si getta a terra e raccoglie l'acqua con le mani gli agricoltori la allontanano dall'acqua e con grande schiamazzo e con parole offensive scacciano la dea e i suoi figli. Allora Latona rende manifesta la sua natura divina ed esclama incollerita: "O empi agricoltori, non avete avuto misericordia per una madre sventurata ed avete negato l'acqua ai miei figli; questa infamia sarà sempre per voi ragione di vergogna: d'ora in poi infatti vivrete nelle acque e sulle rive di questa palude!" E immediatamente, per volontà della dea, tutti gli agricoltori furono trasformai in rane.
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Annibale, nel terzo anno da quando era fuggito dalla patria, approdò con cinque navi in Africa, nel territorio dei Cirenei, sperando di poter indurre alla guerra contro i Romani i Cartaginesi, facendogli fare affidamento nella lealtà e nell'appoggio di Antioco, che egli aveva già convinto a partire alla volta dell'Italia con gli eserciti. Lì fece venire suo fratello Magone. Appena i Cartaginesi vennero a sapere di ciò, inflissero a Magone, da assente, la stessa pena che avevano inflitto al fratello. Persa la fiducia nelle possibilità, dopo essere salpato e aver spiegato le vele ai venti, Annibale giunse da Antioco. Riguardo alla morte di Magone è stata tramandata una duplice testimonianza: infatti alcuni raccontano che fu ucciso da un naufragio, altri dai suoi stessi servi. Quanto ad Antioco, se nel fare la guerra avesse voluto obbedire alle decisioni di questo, avrebbe lottato per l'egemonia sull'impero più vicino al Tevere che alle Termopili. Annibale, sebbene vedeva che quello tentava molte cose in maniera sbagliata, tuttavia non lo abbandonò in nessuna circostanza. Stette a capo di poche navi che gli era stato comandato di guidare dalla Siria in Asia, e con queste, nel Mar Panfilio, si scontrò contro la flotta dei Rodiesi. Sebbene i suoi soldati furono sconfitti dal gran numero di uomini degli avversari, egli, nel fianco in cui combatté, risultò vincente.
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Gli uomini primitivi conducevano una vita rozza ed agreste, senza leggi, senza autorità, senza dimore precise. Vagavano attraverso i boschi e attraverso i campi e spesso morivano sopraffatti o dalla violenza delle bestie feroci o dall'intensità del freddo. Placavano la fame o con carni crude – infatti non conoscevano ancora il fuoco – oppure con bacche di bosco o con le dure ghiande degli alberi; placavano la sete con le acque dei fiumi e delle sorgenti. Trovavano riparo contro le tempeste e le belve nelle buie caverne dei monti o in anguste capanne presso luoghi paludosi. Non curavano le chiome incolte e le barbe ispide e non proteggevano con una veste i corpi sudici. I loro volti truci e minacciosi mostravano gli animi feroci e crudeli.
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Lì Vercingetorige, figlio di Celtillo, Arverno, giovane di grandissima autorità, convocati i suoi accoliti li infiammò con facilità. Conosciuto il suo piano si corre alle armi. Viene ostacolato da Gobannizione, suo zio paterno, e dagli altri capi, che ritenevano che questa avventura non andasse tentata; viene cacciato dalla città di Gergovia; non desiste tuttavia e nei campi fa un reclutamento di poveri e briganti. Messa insieme questa truppa, porta sulle sue posizioni tutti coloro che arrivano dalla città. Esorta a prendere le armi per la libertà comune, e una volta radunate ingenti truppe, caccia dalla città i suoi avversari dai quali poco prima era stato espulso. Viene acclamato re dai suoi. Spedisce ambasciatori in ogni direzione; supplica che rispettino il patto. Velocemente associa a sé molti popoli; col consenso di tutti gli viene affidato il comando.