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Ci è stato tramandato che gli antichi Greci avevano un anello a quel dito della mano sinistra che si trova più vicino al mignolo. Dicono che anche gli uomini Romani fossero soliti utilizzare (usitor: frequentativo di utor) per lo più in questo modo gli anelli. Arpione, nei libri "Sugli Egiziani" dice che la ragione di questa cosa è questa, il fatto che, sezionando i corpi umani, fu scoperto che un nervo sottilissimo giungeva al cuore dell'uomo unicamente da quel dito del quale abbiamo parlato.
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Se codesta legge, che noi seguiamo, come crediamo, ci è stata data da Dio, non dobbiamo essere accusati di seguirla, ma piuttosto dobbiamo essere ricompensati in virtù dell'obbedienza; coloro che invece la tengono in spregio, sbagliano fortemente e devono essere corretti. Poiché, se noi non possiamo convincere voi che ci è stata data da Dio, neppure voi riuscite a smentirlo. Come anche tu stesso hai imparato, molte generazione si sono succedute da quando il nostro popolo conservò obbedendo questo Testamento che sostiene che gli è stato consegnato da Dio, e tutti insegnarono nello stesso modo circa l'osservanza dello stesso, tanto con le parole quanto con gli esempi, e quasi il mondo intero ora riconosce che questa legge ci è stata data da Dio. Riguardo alla qual cosa, se non possiamo convincere alcuni increduli, tuttavia non c'è nessuno che possa confutare con una qualche teoria questo che noi crediamo.
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Flavia è una matrona Romana ed ha molte ancelle. Le ancelle obbediscono alla padrona e svolgono varie attività: alcune si occupano di cucina, lavano ciotole ed anfore, preparano la cena per la padrona ed ornano la tavola con rose e viole, altre quotidianamente ripuliscono l'aia e danno il cibo alle galline, alle agnelle ed alle capre, altre aiutano i contadini con abilità ed operosità; altre lavano e trattano la lana e la tingono con la porpora; altre curano con diligenza la piccola figlia di Flavia. Quintilla, figlia di Flavia, spesso piange e vuole giocare: allora Marzia, ancella diligente, dà a Quintilla la palla e canta delle canzoncine. Flavia osserva attentamente l'attività delle ancelle: vengono lodate le diligenti, ammonite e punite le pigre e lente. Le ancelle amano la buona e giusta padrona e a lei obbediscono con piacere, temono (la padrona) severa. Dopo cena la padrona e le ancelle siedono presso il focolare e con grande gioia cantano e ascoltano leggende raccontate dalla nonna. Le padrone onorano la dea Vesta, protettrice delle matrone; le ancelle la dea Libera, protettrice delle serve. La statua di Vesta è ornata dalle matrone con corone di rose. Le ancelle ornano la statua di Libera con corone di spighe.
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Ottaviano Augusto per quarantaquattro anni fu da solo a capo dello stato, in precedenza ne era stato a capo per dodici anni insieme ad Antonio e Lepido. Dunque dall'inizio del suo principato fino alla fine trascorsero cinquantasei anni. Nessun capo di stato potrà mai essere più fortunato in guerra né più benevolo in pace di Augusto. Per così tanti anni giovò grandemente allo stato, aggiunse molte regioni all'impero Romano. Condusse parecchie guerre da presente e molte ne gestì pur non essendo presente per il tramite di Druso e Tiberio, suoi figliastri. Gli Scizi e gli Indi, ai quali in precedenza il nome dei Romani era sconosciuto, gli inviarono doni e ambasciatori, anche la Galazia fu provincia Romana, sebbe prima fosse stata un regno. Augusto lasciò uno stato felicissimo a Tiberio, figlio adottivo.
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Grande fu in Filippo, re dei Macedoni, la capacità di sopportare le offese, notevole strumento per la difesa del regno e degno di grandi lodi. Un giorno, tra gli altri ambasciatori degli Ateniesi, era venuto da lui l'Ateniese Democare. Dopo aver benevolmente ascoltato la delegazione, Filippo disse: "Dite cosa io possa fare che sia gradito agli Ateniesi". Gli rispose Democare: "Impiccarti!". Ad una risposta tanto maleducata si scatenò la riprovazione dei presenti. Filippo ordinò loro di ammutolirsi, e congedò sano e salvo l'uomo sfrontato. "Ma tutti voi altri ambasciatori, " disse "riferite agli Ateniesi che sono molto più arroganti coloro che dicono cose simili che coloro che le sentono dire senza reagire". In un'altra occasione, dopo che una certa donna ebbe perorato una causa di fronte al re sonnecchiante per aver bevuto troppo, e fu ingiustamente condannata, quella stessa donna esclamò che si appellava contro il suo giudizio". "A chi?", chiese il re irritato. Allora quella rispose: "(Mi appello) contro il Filippo completamente ubriaco e intontito al Filippo sobrio e sveglio". Questa così franca risposta della piccola donna rimosse dal re sia la sbornia sia il sonno: egli esaminò più diligentemente la sua causa ed emise una sentenza più giusta.