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Quest'anno ha portato una grande fioritura di poeti. Per tutto il mese di aprile non c'è stato quasi giorno in cui qualcuno non abbia tenuto una pubblica lettura. Sono contento che gli studi siano in auge, che portino avanti e esibiscano i talenti degli uomini, sebbene si vada con pigrizia ad ascoltare. I più infatti si seggono nei locali pubblici e sprecano in chiacchiere il tempo dell'ascolto, e ordinano continuamente di riferire loro se il lettore è già entrato, se ha pronunciato l'introduzione, se ha già sfogliato la maggior parte del libro; solo allora finalmente arrivano, e anche allora (lo fanno) lentamente ed indugiando; e per giunta non rimangono, ma prima della fine si tirano in disparte e se ne vanno, alcuni senza farsi accorgere e furtivamente, altri schiettamente e senza vergogna.
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Un bel pavone sopportava malvolentieri la sua voce stonata e invidiava l'usignolo per la sua soave voce. Spesso infatti, mentre l'usignolo cantava nel bosco, il pavone ascoltava il suo canto di nascosto e desiderava imitare la meravigliosa soavità della sua voce. Ma quando il bel pavone cantava davanti agli altri uccelli, la sua voce risuonava sempre stonata e sgradevole, e quindi quello veniva deriso da tutti. Allora il pavone, dopo che aveva sopportato le frequenti offese, andò da Giunone e si lamentò della sua sorte ingiusta: "Quando canta l'usignolo – disse – tutti gli animali sono affascinati dalla dolcezza della sua voce, io al contrario, quando canto, suscito il riso di tutti". La regina degli dei, poiché voleva offrire conforto all'animale infelice, elogiò molto la sua bellezza, ma il pavone rispose alla dea: "Non posso rallegrarmi della mia bellezza muta, poiché vengo deriso da tutti per il suono della mia voce!". Allora Giunone disse: "La natura ha dato agli animali qualità differenti: a te la bellezza, al leone la forza, alla volpe l'astuzia, al cane la fedeltà, all'usignolo la soavità della voce. Tutti gli altri animali sono soddisfatti delle loro qualità: la tua lamentela dunque è inutile e sciocca"; infine aggiunse minacciosamente: "Ora vattene, se non vuoi perdere anche la tua bellezza!".
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Marco aspira al tribunato, per questo, vestito di una veste bianca, va nel foro, sale sulla tribuna e si rivolge al popolo in questo modo: "O cittadini, se sarò eletto tribuno della plebe e darete a me la vostra fiducia, io difenderò sempre i vostri diritti contro l'arroganza dei patrizi: voi vivrete sicuri e tranquilli sotto la mia protezione. Se amate i figli, le mogli, i genitori, se rispettate gli dei e le dee di Roma, se amate la libertà, la pace e la concordia, se onorate giustizia e onestà, se volete conservare i vostri beni quando porrete nell'urna il vostro voto ricordatevi soltanto questo: io sarò sempre con voi, vi aiuterò e rimuoverò le difficoltà dal vostro cammino. Infatti dovere del tribuno è e sarà sempre difendere i diritti della plebe. A Roma tra patrizie plebei alla fine ci sarà concordia". Voi cosa dite? Se Marco sarà eletto tribuno manterrà le sue promesse?
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Druso durante la questura e la pretura guidò la guerra Retica e poi quella Germanica; primo tra i comandanti Romani navigò l'Oceano settentrionale e al di là del Reno fece fare, con dei lavori straordinari ed enormi, dei canali che ancora oggi vengono chiamati Drusini. Inoltre inseguì il nemico più volte sconfitto e respinto in profondità nelle regioni deserte più interne. In ragione di queste imprese ricevette il diritto dell'ovazione e le insegne trionfali. Poi, entrato immediatamente dopo la pretura al consolato, e ripresa la spedizione, morì di malattia nell'accampamento estivo, che per questa ragione fu chiamato "Scellerato". Il suo cadavere fu trasportato verso Roma dai principali esponenti dei municipi e delle colonie e fu sepolto nel Campo Marzio. L'esercito innalzò per lui un tumulo onorario, il senato tra moltissime altre cose decretò per lui un arco di marmo con i trofei sulla via Appia e per lui e per i suoi discendenti il cognome di Germanico. Si crede che sia stato di carattere devoto allo stato non meno che assetato di gloria: infatti al nemico, oltre alle vittorie, strappò anche le spoglie opime, e molto spesso con grandissimo rischio, inseguì i comandanti dei Germani per tutto il campo di battaglia, e non nascose mai di avere intenzione di ridare allo stato l'ordinamento passato.
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Guarda questa folla, alla quale a malapena sono sufficienti le case di una città immensa: una grandissima parte di codesta moltitudine manca di una patria. Affluirono dai municipi e dalle colonie, e infine da tutto il mondo. Alcuni li portò l'ambizione, altri l'obbligo di un incarico politico, altri ancora l'affidamento di un'ambasceria, altri il lusso, altri il desiderio di studi umanistici, altri ancora gli spettacoli; certi furono trascinati dall'amicizia, certi dalla laboriosità, che aveva trovato una grande occasione di esibire capacità, certi portarono eloquenza da vendere. Non ci fu genere di uomini che non accorse in questa città, che offriva grandi ricompense sia per i vizi che per le virtù. Chiedi a tutti costoro di quale patria sia ciascuno: vedrai che la parte maggiore è quella che, dopo aver abbandonato le sue sedi, giunse in una città senza dubbio immensa, ma tuttavia non sua. Per lo più costoro a Roma sono viaggiatori piuttosto che cittadini.