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Paride, figlio di Priamo, re dei Troiani, un tempo navigò dall'Asia in Grecia, da Corinto giunse a Sparta e fu accolto in ospitalità da Menelao, re degli Spartani. Ma per volontà di Venere con l'inganno rapì Elena, bella moglie di Menelao, e la portò con sé a Troia. Menelao non sopportò il torto e chiese l'aiuto degli altri re dei Greci. Da tutta la Grecia grandi eroi si radunarono in Beozia: Agamennone, fratello di Menelao, giunse da Micene, Aiace, figlio di Telamone, con il fratello Teucro giunse dall'isola di Salamina; Nestore, uomo anziano ma di grande forza sia d'animo che di corpo, giunse da Pilo; Achille con l'amico Patroclo giunse dalla Tessaglia; Ulisse giunse dall'isola di Itaca. Agamennone convocò gli eroi in assemblea e li incitò in questo modo: "Noi dobbiamo punire l'uomo troiano scellerato ed arrogante poiché violò la legge dell'ospitalità e commise una grande scelleratezza: dunque muoveremo guerra contro l'Asia e cancelleremo e distruggeremo Troia". Tutti i comandanti acconsentirono e demandarono ad Agamennone il comando della guerra contro i Troiani. Allora una flotta di molte navi fu allestita, molti soldati furono caricati nelle navi e furono trasportati in Asia.
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Perseo era il figlio di Giove e Danae, moglie bella, ma mortale. Quando Perseo era ancora nella culla, l'oracolo di Apollo, consultato da Acrisio, padre di Danae, si era pronunciato in questo modo: "Il fanciullo, quando sarà cresciuto, ucciderà suo nonno Acrisio!". Allora Acrisio, poiché temeva la profezia dell'oracolo, decise di uccidere il nipote e la figlia; dunque rinchiuse il fanciullo che dormiva e sua madre Danae in una cassa di legno e la gettò in mare da una rupe. Quando la cassa, sospinta dai flutti, arrivò in alto mare, scoppiò una feroce tempesta che portò in pericolo di vita la sventurata Danae e il piccolo Perseo, che dormiva tranquillamente nel grembo della madre. Giove, vedendo dal cielo suo figlio e la madre in pericolo, placò la tempesta, rese il mare tranquillo ed inviò un leggero vento affinché spingesse la cassa sulla terraferma. Così la cassa approdò a Serifo, piccola isola del mar Egeo, dove un pescatore la ritrovò, la aprì e salvò Danae e Perseo.
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Per placare una buona volta la guerra contro i Liguri, il Senato Romano deliberò che tutti i Liguri Apuani fossero trasferiti dai monti in luoghi pianeggianti, lontano da casa, affinché non ci fosse alcuna speranza di ritorno. Poiché il Senato in seguito, aveva deciso che i Liguri fossero trasferiti nel Sannio, furono inviati a quelli i due consoli, con un ingente esercito, affinché mettessero in atto gli ordini del Senato. I consoli ordinarono che quelli scendessero dai monti con i figli e con le coniugi e che portassero con sé tutte le loro cose. I Liguri, per non essere costretti a lasciare i Penati (dei tutelari della famiglia), la patria, le abitazioni e le tombe degli antenati, promisero ai Romani armi e ostaggi. Ma, poiché non avevano ottenuto niente, e non avevano né truppe, né mezzi per condurre la guerra, obbedirono all'editto. Furono trasferiti a spese pubbliche quarantamila uomini con le donne e i bambini.
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La morte di Eschilo, fu singolare per via della stranezza dell'accaduto. Un giorno in Sicilia l'illustre poeta, uscì dalle mura della città nella quale viveva e si trattenne in un luogo soleggiato. Volò sopra di lui un'aquila, che portava tra gli artigli una tartaruga. Poiché l'aquila voleva rompere la tartaruga per mangiarne la carne, la sbatté contro la testa di Eschilo come se fosse una pietra: infatti era stata ingannata dalla lucentezza della testa, che era priva di capelli. Cos', percosso dal forte colpo, Eschilo morì. Anche la causa della morte di Omero non fu comune. Nell'isola di Io, poiché non era in grado di risolvere una questione posta dai pescatori, morì in poco tempo, distrutto dal dolore. Euripide fu ucciso dalla crudeltà del fato. Infatti, in Macedonia, ritornando a casa da una cena del re Archelao, affrontò una morte atroce, dilaniato dai morsi dei cani. La forza di una risata sfrenata uccise Filemone. Vedendo un asinello che divorava i fichi preparati per sé, chiamò il servo a gran voce: "Allontana l'asino!". Ma il servo sopraggiunse quando ormai tutti i fichi erano stati mangiati. Allora il poeta disse: "Poiché sei stato così lento, ora dà del vino all'asinello!". E levando immediatamente grasse risate, fu ucciso dal non riuscire a respirare.
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Ormai gli amici in lacrime pregavano Alessandro che, finalmente saziato, ponesse fine al desiderio di gloria e risparmiasse la salute. Al re era gradita la devozione degli amici; e così, dopo averli abbracciati molto amichevolmente uno ad uno, ordina di sedersi. Dice: "Rendo grazie a voi, i più leali e devoti dei cittadini e degli amici, e vi sono riconoscente, non soltanto perché oggi anteponete la mia salvezza alla vostra (salvezza), ma perché dagli inizi della guerra, non avete tralasciato nessuna prova, né dimostrazione di affetto nei miei confronti. Per il resto io non misuro me stesso in durata della vita, ma della gloria. Mi sarebbe stato lecito, appagato dei mezzi paterni, attendere nell'ozio, all'interno dei confini della Macedonia, una vecchiaia oscura e priva fama, sebbene neppure i pigri si scelgano il destino, bensì, mentre credono che una lunga vita sia il solo bene, spesso una dura morte li aggredisce. Però io, che non conto i miei anni, ma le vittorie, se conto correttamente i doni della sorte, ho vissuto a lungo. Cominciando dalla Macedonia detengo il dominio della Grecia, ho sottomesso la Tracia e gli Illiri, posseggo l'Asia e ormai non sono distante dalla fine del mondo. Essere ucciso in queste imprese, se la sorte così vorrà, per me è bello; sono stato generato da una stirpe tale da dover desiderare una vita importante prima che lunga.