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Cesare, al fine di prendere da solo la decisione su cosa sembrasse opportuno che egli dovesse fare, si imbarcò sulla nave ed ordinò che tutta la flotta lo seguisse, senza che nessun nostro soldato fosse stato imbarcato, poiché, dato che si allontanava un po' troppo, non voleva lasciare indifese le fortificazioni. E dopo che si fu avvicinato a quel luogo che si chiama Chersoneso e che ebbe fatto sbarcare i rematori per fare provvista di acqua, parecchi di quel gruppo, poiché erano avanzati troppo lontano dalle navi per fare bottino, furono catturati dai cavalieri dei nemici. Da costoro vennero a sapere che Cesare in persona era arrivato all'interno della flotta, e che non aveva nessun soldato nelle navi. Dopo aver scoperto questa cosa credettero che la sorte aveva offerto loro una grande occasione di condurre con successo l'operazione. E così equipaggiarono di fanti di marina tutte le navi che avevano tenuto pronte alla navigazione e avanzarono contro Cesare che ritornava con la flotta. Egli, per due ragioni non voleva combattere quel giorno, sia perché non aveva nessun soldato all'interno delle navi, sia perché la cosa si verificava dopo l'ora decima del giorno: la notte infatti sembrava destinata a infondere maggiore fiducia in quelli che confidavano in una maggiore conoscenza dei luoghi. Per queste ragioni Cesare ritirò le navi che poté verso la terraferma, in un luogo nel quale riteneva che quelli non lo avrebbero seguito.
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Porsenna, re degli Etruschi, accerchiava Roma con l'assedio. L'accampamento degli Etruschi era collocato sulle rive del Tevere e lì venivano tenute prigioniere alcune nobili fanciulle Romane. Tra le prigioniere c'era Clelia, fanciulla bella e coraggiosa, che desiderava la libertà e continuamente incitava le compagne alla fuga. Perciò una notte con grande coraggio evita le sentinelle e di nascosto fugge con le compagne dall'accampamento degli Etruschi; in seguito scende al fiume e tra le frecce dei nemici audacemente per prima attraversa a nuoto il Tevere. Al mattino giunge a Roma con le altre fanciulle, dove restituisce le figlie ai genitori e davanti ai senatori e a tutto il popolo racconta la sua impresa. I senatori elogiano il coraggio di Clelia ma rimandano la fanciulla al re Porsenna, poiché esisteva un patto fra Romani ed Etruschi e i Romani rispettano sempre i patti. Clelia ritorna nell'accampamento degli Etruschi, ma il re, commosso per il coraggio di lei, libera la fanciulla e (la) rimanda a Roma. In seguito i Romani posero nella via Sacra una statua della coraggiosa Clelia.
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Poiché era stato annunciato che una grande massa di barbari ormai non era distante da Roma, il senato inviò l'esercito a sconfiggere i Galli e liberare la città dalla paura, ma i soldati Romani, nei pressi del fiume Allia, come obnubilati dalla collera degli dei, spinti da un improvviso terrore e diffidando nelle proprie forze, abbandonarono le armi e si dettero alla fuga. Sconvolti dalla rapida e insperata vittoria, i Galli attesero a lungo come stupefatti, temendo un agguato dei Romani: ritenevano infatti che i Romani si fossero nascosti al fine di aggredire all'improvviso i Galli. Alla fine, dopo che non si vedeva nulla di pericoloso da nessuna parte, si misero in marcia e prima del tramonto del sole giunsero nei pressi della città di Roma. I cavalieri, che erano stati mandati avanti ad esplorare i luoghi, riferirono di non aver visto porte chiuse, né guarnigioni di soldati che vigilavano davanti alle porte, né uomini armati sulle mura. Non c'era nessuno a difendere la città, poiché la maggior parte dei soldati Romani, che presso il fiume Allia, presi dal terrore, gettarono le armi, non tornò a Roma per proteggere la città nella quale erano rimaste le donne, i vecchi e i bambini, ma con una disonorevole fuga si diresse a Veio. E così i Galli, dopo essere intrati nella città la saccheggiarono.
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Raccontano che un tempo visse il Corinzio Demerato, senza dubbio capo della sua città per onore, autorità e ricchezza; egli, non potendo sopportare il tiranno dei Corinzi Cipselo, si dice che fuggì con molto denaro e che si trasferì tra gli abitanti di Tarquinia, dove fu accolto come un cittadino. Suo figlio, preparato in tutte le dottrine Greche, dopo essere giunto a Roma, per via dell'educazione e della cultura, divenne amico del re Anco al punto da essere considerato partecipe di tutte le decisioni e quasi un compagno nel regno. In lui c'era inoltre una grandissima socievolezza e una altissima benevolenza verso tutti i cittadini; e così, una volta morto Anco Marcio, fu eletto re con i voti di tutto il popolo Lucio Tarquinio: così infatti aveva cambiato il suo nome dal nome Greco, affinché sembrasse aver imitato in ogni aspetto l'abitudine di questo popolo. Egli introdusse in questa città molte usanze e molti istituti dei Greci, e apprendiamo che egli stesso per primo fece gli spettacoli che in seguito furono chiamati "massimi" dai Romani.
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Inizialmente abitarono l'Africa i Getuli e i Libici, selvaggi e rozzi, per i quali il cibo era la carne degli animali selvatici e il foraggio della terra, come per gli animali. Essi non erano governati né da tradizioni, né da una legge, né dal potere di qualcuno; vagabondi, dispersi, occupavano quelle sedi che la notte li aveva costretti (ad occupare). Ma dopo che Ercole morì in Spagna, come credono gli Africani, il suo esercito, composto da varie popolazioni, avendo perso il comandante, nel giro di breve tempo si disperde. Da quella moltitudine i Medi, i Persiani e gli Armeni, portati in Africa con le navi, occuparono i luoghi più vicini al nostro mare. Ma i Persiani si stanziarono più vicini all'Oceano, e utilizzarono scafi di navi rovesciati come capanne, poiché nei campi non c'era legno, e non c'era la possibilità di comperarlo o di averlo in baratto dagli Ispanici: impedivano il commercio un mare vasto ed una lingua sconosciuta. Essi poco alla volta, attraverso i matrimoni, mescolarono a sé i Getuli e poiché, cercando spesso dei campi, si erano spostati in luoghi di volta in volta diversi, si dettero da soli il nome di Nomadi.