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Tullia, fanciulla figlia di Cornelia, possiede un usignolo che canta soavemente nella gabbia e dona gioia alla piccola padrona. Un giorno un altro usignolo che vola liberamente vede l'animaletto nella gabbia, si avvicina e dice: "Tu sei prigioniero e conduci una vita triste in una piccola gabbia, perché tuttavia sei felice e canti soavemente?". Risponde l'usignolo nella gabbia: "Non ho una vita triste! Infatti Tullia, la mia piccola padrona, ogni giorno mi offre abbondante avena e acqua limpida. Tu, al contrario, con grande affanno, devi cercare il cibo nella pianura e nei boschi, dove spesso molti usignoli vengono uccisi e divorati dalle aquile e dalle bestie feroci che abitano nei boschi". Risponde l'usignolo libero: "io, tuttavia, non ho una padrona e conduco una vita libera; tu, al contrario, sei prigioniera e non puoi volare né cantare liberamente nei vasti boschi".
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Sola c'è, di cui giustamente potrebbe essere accusato, la brama di denaro. Non solo infatti rimise le tasse che erano state lasciate cadere sotto Galba, ma ne aggiunse di nuove e onerose, aumentò i tributi alle province, svolse apertamente speculazioni delle quali si sarebbe dovuto vergognare anche un privato cittadino. Non indugiò a vendere le cariche ai candidati e le assoluzioni agli imputati sia innocenti che colpevoli. Si crede anche che promuovesse di proposito ciascuno dei procuratori più avidi a ruoli più importanti, al fine di condannarli presto quando fossero più ricchi. Alcuni raccontano che fu per natura bramosissimo di denaro, e ci sono al contrario alcuni che obiettano che fu spinto ai saccheggi e alle ruberie dalla necessità, per via dell'estrema povertà del tesoro e del fisco, che chiarì fin dal primo momento del principato, dichiarando che affinché lo stato potesse mantenersi, occorrevano quaranta miliardi di sesterzi, cosa che appare più simile alla verità, dal momento che impiegò in maniera ottima anche il denaro malamente ottenuto.
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I Galli avevano l'accampamento al terzo miglio, lungo la via Salaria, dopo il ponte dell'Aniene. Allora un Gallo dalla notevole grandezza del corpo avanzò sul ponte vuoto e con quanta più voce potè disse: "Ora l'uomo più forte che Roma abbia si faccia avanti per la battaglia, affinché il nostro scontro dimostri quale dei due popoli sia migliore in guerra". Tra i più nobili dei giovani Romni ci fu a lungo silenzio, allora T. Manlio, figlio di Lucio, dalla postazione si diresse verso il dittatore. Disse: "Contro il tuo comando, o imperatore, senza ordine non combatterò mai, neppure se vedessi una vittoria sicura: se tu permetti io voglio dimostrare a quella belva di essere di quella famiglia che cacciò l'esercito dei Galli dal Campidoglio". Allora il dittatore: "Vai e mantieni vittorioso il nome Romano con l'aiuto degli dei". Di lì si ritirano nella postazione; l'uno aveva un corpo notevole per grandezza, rifulgente per le armi dipinte e cesellate d'oro e per la veste multicolore, nell'altro normali erano la statura e l'aspetto nelle armi, più pratiche che belle.
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È cosa nota che nella seconda guerra Punica presso Zama Annibale fu sconfitto da Publio Cornelio Scipione, il quale per quella vittoria, fu soprannominato Africano. Narrano che dopo alcuni anni i due famosissimi comandanti, Scipione ed Annibale, siano venuti a colloquio e che abbiano fatto questa conversazione. Scipione chiese ad Annibale chi considerasse il comandante più grande di tutti i tempi; Annibale rispose di considerare il più grande dei comandanti Alessandro, re dei Macedoni, perché con poche truppe distrusse eserciti infiniti in Asia e perché vide le ultime coste della terra, oltre le quali non giunse mai nessuno. Poi, a Scipione Africano che chiedeva chi ponesse come secondo, Annibale rispose di considerare Pirro, re dell'Epiro, come secondo, perché per primo insegnò a piazzare un accampamento e a disporre le guarnigioni. Alla fine Scipione chiese ad Annibale chi considerasse come il terzo più grande comandante: Annibale rispose di essere senza dubbio lui stesso il terzo. Allora Scipione rise e disse: "Cosa avresti detto se mi avessi vinto?". Rispose Annibale: "Allora davvero mi sarei considerato anche davanti ad Alessandro e a Pirro e davanti tutti gli altri imperatori". [separatore]
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Brenno, comandante dei Galli, dopo che con la sua orda di barbari aveva attraversato le Alpi, calò in Italia e si diresse verso Roma. Quando le truppe dei Galli attraversavano città e villaggi, uccidevano gli abitanti e distruggevano tutte le cose col ferro e col fuoco. Allora gli abitanti delle città italiche, terrorizzati, chiesero l'aiuto dei Romani i quali inviarono contro Brenno i fratelli Fabii con due legioni. Ma i Galli presso il fiume Allia sconfissero le legioni dei Romani e assediarono Roma. Allora i Romani, presi dalla paura, abbandonarono la città e con i vecchi, le donne e i figli si rifugiarono a Veio. Così i Barbari senza alcun pericolo entrarono nella città e giunsero sotto le mura del Campidoglio. Ormai i Galli in silenzio salivano verso le mura della rocca, quando all'improvviso le oche, che stavano nel tempio di Giunone, con i loro starnazzi risvegliarono dal sonno Marco Manlio, custode della rocca. Allora Manlio afferrò le armi e chiamò in aiuto i soldati romani: dopo una violenta battaglia i Galli furono sconfitti dei romani e furono ricacciati dal Campidoglio. E così Roma fu slavata dagli starnazzi delle oche.