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Ricordate, oh fanciulli: "l'istruzione è il fondamento della vita". Infatti, come la luna, regina delle stelle, illumina le vie del mondo e dissipa le tenebre della terra, allo stesso modo gli studi, fonte dell'istruzione, dissipano le tenebre dell'ignoranza e illuminano la mente. Lo studio, infatti, accresce il desiderio di conoscere, e la conoscenza cambia la vita umana, poiché apporta agli uomini e ai popoli grandi vantaggi. Inoltre, l'uomo erudito procura gloria non solo a se stesso, ma anche alla sua patria. Per questo da parte dei fanciulli devono essere amati anche gli studi e non solo il gioco. L'istruzione è sempre un'amica fidata: infatti, quando la sorte è favorevole, insegna la modestia, quando è avversa allevia le preoccupazioni degli animi e offre conforto.
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Diana e Minerva sono illustri dee sia dell'Italia che della Grecia. Diana, figlia di Latona è la dea delle strade e dei boschi e regina degli animali selvatici. Porta sempre la faretra e le frecce, vaga nei boschi, uccide gli animali selvatici con le frecce. Talvolta la dea Diana, presa dall'ira è violenta, ragion per cui gli abitanti dell'Italia e della Grecia placano con molte vittime la collera della dea. Minerva, figlia di Giove, è la dea della sapienza, ragion per cui è venerata con grande deferenza dagli abitanti di Atene. Atene infatti è la patria della letteratura e della filosofia. Ad Atene anche le muse, dee delle arti e protettrici dei poeti, sono in particolar modo venerate. Ma Minerva è anche la dea della guerra: infatti ama le battaglie snguinose, porta l'elmo e la corazza e combatte con la lancia. [separatore]
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Ulpio Traiano fu tanto giusto e buono da essere annoverato fra gli dèi. Un tempo, infatti, essendo l'imperatore in procinto di lasciare Roma, per sostenere la guerra contro i Daci, ed essendo già montato a cavallo per passare in rassegna l'esercito, si gettò ai suoi piedi una certa vedova sfinita dagli anni e dalle sofferenze, e piangendo lo pregò di vendicare la morte del figlio ucciso ingiustamente. Traiano allora, avendo fretta di allontanarsi da Roma, rispose: " Quando sarò tornato dalla guerra ti renderò giustizia". Ma la vedova, girando attorno al cavallo dell'imperatore: " E se non sarai ritornato chi mi renderà giustizia?". Traiano in risposta: "Se sarò morto in guerra il mio successore ti darà soddisfazione". E quella: "Se qualcun'altro mi avrà reso giustizia quale merito avrai? Tu sei l'imperatore, e mi sei debitore, la giustizia altrui non ti libererà. Non partirai prima di avermi reso giustizia!". Commosso dalle parole della vedova Traiano scese da cavallo e, sebbene tutti lo esortassero a proseguire il cammino, ascoltò la umile vedova e, conosciute le circostanze, le rese giustizia.
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I Galli erano così bellicosi che, sotto la guida di Brenno, penetrarono nella pianura del Po e distrussero ogni cosa col ferro e col fuoco. Poiché Brenno desiderava conquistare Roma, passò attraverso l'Etruria incendiando campi e città e, dopo aver sbaragliato e messo in fuga due eserciti dei Romani, si avvicinò a Roma e pose l'accampamento presso il Tevere. In seguito i Galli assalirono Roma con una furia così grande che invasero una grandissima parte della città, eccetto la rocca del Campidoglio. Allora i Romani, con i figli e le mogli, dopo aver lasciato la città, si rifugiarono sui monti vicini alla città. Solamente i senatori rimasero a Roma e furono di animo così coraggioso che aspettarono l'arrivo dei nemici nella Curia, dove i più furono massacrati. Una notte accadde che, dopo che i Galli avevano già scalato le mura della rocca ed erano sul punto di conquistare il Campidoglio, le oche, sacre a Giunone, starnazzarono con uno schiamazzo così intenso da risvegliare dal sonno Manlio, custode della rocca, che immediatamente chiamò alle armi i commilitoni. Tutti accorsero in suo aiuto e combatterono con un così grande coraggio che i Galli furono messi in fuga e il Campidoglio fu salvato. In seguito, dopo che era sopraggiunto anche Camillo con l'esercito, i barbari furono sconfitti.
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Quel giorno mi ero separato da Marcello: io andavo in Beozia, quello era in procinto di imbracarsi per l'Italia. Il giorno successivo, circa all'ora decima, P. Postumio venne da me e mi annunciò che M. Marcello, collega e amico nostro, dopo l'ora di cena era stato colpito di pugnale da P. Magio Chilone e aveva ricevuto due ferite, l'una al ventre, l'altra alla testa. Il medico tuttavia sperava che sarebbe sopravvissuto. Quando fece giorno mi recai da Marcello. Non lontano dal Pireo mi venne incontro uno schiavo con una tavoletta dove era stato scritto che Marcello era morto poco prima dell'alba. Io ciononostante raggiunsi casa sua. Trovai due liberti e pochi servi. Fui costretto a riportarlo a Roma con la medesima stessa lettiga con la quale ero stato trasportato io stesso e lì mi curai che gli si facesse un funerale sufficientemente ricco.