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Solone, il più saggio di tutti i Greci, essendo pervenuto a Sardi, fu ospite del re Creso. Nella reggia ebbe la possibilità di constatare quanto fosse immensa la ricchezza di beni materiali, quanto il lusso, quanta la sontuosità. Dopo aver mostrato tutto ciò a Solone, Creso gli chiese se avesse mai visto qualcuno più felice di lui (pensava infatti di essere il più beato tra tutti). Ma il filosofo rispose: " Ho visto più felice di te l'ateniese Tello". Il re indotto da grande stupore domandò chi mai fosse quel famoso Tello che considerava tanto felice. E a lui Solone: "Per considerare la vita veramente felice, non sono sufficienti le ricchezze, delle quali noto che tu certamente sei ben provvisto. Ritengo che Tello fu più felice di te, dato che fu soddisfatto fino alla fine della sua vita; in effetti, avendo figli prestanti fisicamente e moralmente integri, una moglie avvenente e virtuosa, un patrimonio di modesta entità, ma tale da essere sufficiente al sostentamento, giunse alla fine della sua esistenza senza gravi calamità. Ma quale sarà la tua vita? Quali eventi saranno a te destinati? Solo quando sarai giunto al termine della tua esistenza, in quel momento sarai in grado di giudicare quale sia stato il tuo grado di felicità".
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Ma tu vivi in modo da non affidare a te niente che tu non possa affidare anche a un tuo nemico; ma poiché intervengono certe cose che l’abitudine rende segrete, con l’amico unisci tutte le tue preoccupazioni, tutti i tuoi pensieri. Se l’avrai reputato fedele, lo farai fedele; infatti taluni insegnarono a ingannare mentre temono di essere ingannati, e quelli dettero il diritto di peccare sospettando. erché dovrei trattenere qualche parola davanti al mio amico? Perché davanti a lui non dovrei ritenermi da solo? Alcuni raccontano a chiunque ciò che deve essere confidato solo agli amici e riversano in qualunque orecchio qualunque cosa li opprimi; alcuni invece temono anche la conoscenza dei più cari, e, se possono, soffocano ogni segreto più internamente, per non confidarlo neppure a se stesso. Non bisogna fare nessuna delle due cose; infatti sono entrambi vizi, fidarsi di tutti e di nessuno, ma oserei dire la prima più nobile, la seconda più sicura. .
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Flos rosae veneri, amoris pulchritudinisque deae, sacer est. Namque ut venusvenustate et forma ceteras deas superat, sic rosa specia et fragrantiae suavitate ceteros flores antecedit. Rosa, ut fama fert, olim candida fuit, sed purpurea facta est ex sanguine veneris. dea enim, dum in horto cum nymphis deambulat et flores colligit, forte roseti spina puncta erat eiusque sanguis omnes rosas madefecerat. Apud poetas rosa iuventutem significat: nam, ut iuveniles anni irreparabiles fugiunt, sic rosa brevi tempore floret, celeriter languescit. Una died rosam aperit, conficit una dies, ut ait ausonius, larus romanorum poeta. Ita rosa flos iuventutis appellatur.
Il fiore della rosa è sacro a Venere, dea dell'amore e della bellezza. E infatti, come Venere supera in grazia e bellezza le altre dee, così la rosa supera gli altri fiori in aspetto e dolcezza del profumo. La rosa, come narra il mito, un tempo fu candida, ma divenne rossa a causa del sangue di Venere. La dea infatti, mentre passeggiava in un giardino con le ninfe e raccoglieva fiori, era stata punta accidentalmente dalla spina di un roseto e il suo sangue aveva impregnato tutte le rose. Presso i poeti la rosa simboleggia la giovinezza: infatti, come gli anni giovanili fuggono irreparabili, così la rosa fiorisce in poco tempo, appassisce velocemente. Un solo giorno apre la rosa, un solo giorno la consuma, come dice Ausonio, celebre poeta dei Romani. Così la rosa è chiamata fiore della giovinezza.
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Inizio: Si quis vestrum, iudices, aut eorum qui adsunt, forte miratur me fine: ut suarum fortunarum omnium causam defensionemque susciperem.
Se qualcuno di voi, o giudici, o del pubblico qui presente, per caso si meraviglia che io, mentre da tanti anni mi sono occupato di questioni civili e penali difendendo molti e non accettando nessuno, ora, ll'improvviso, cambiato sistema, mi metto ad accusare, se considererà le profonde ragioni della mia decisione, approverà il mio agire e penserà che, senza dubbio, in questo processo, nessuno deve essere a me anteposto in qualità di pubblico accusatore. Io fui in Sicilia come questore e ripartii da quells provincia lasciando in tutti i siciliani un caro, indelebile ricordo della mia questura e del mio nome. Essi pensavano che il più valido appoggio per i loro interessi lo avevano, si, in molti protettori di vecchia data, ma, un pò, anche nella mia persona. Ora essi, spogliati e rovinati, più di una volta son venuti ufficialmente da me a pregarmi di voler accettare il patrocinio dei loro interessi.
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Le rane, abituate a girare liberamente nei loro stagni, con gran chiasso domandarono a Giove un re che con la forza reprimesse la maniera sregolata di vivere. Il padre degli dei rise e diede loro un piccolo travicello che, appena gettato, atterrì con il suo tonfo e con il movimento improvviso dell'acqua la pavida genia. Le rane rimasero immerse nel pantano per un bel po' di tempo; quand'ecco che una, senza fare rumore, tira su la testa dallo stagno e dopo avere esaminato il re, chiama fuori tutte le altre. Quelle, lasciato ogni timore, a gara si precipitano nuotando e in massa, sfacciatamente, saltano sopra il pezzo di legno. Dopo averlo insozzato con ogni tipo di oltraggio, inviarono un'ambasceria a Giove per avere un altro re, perché quello che era stato dato era una nullità. Allora Giove mandò loro un serpente che con i suoi denti aguzzi cominciò ad afferrarle a una a una. Incapaci di difendersi, le rane cercano invano di sfuggire alla morte; la paura toglie loro la voce. Infine, di nascosto, affidano a Mercurio l'incarico di pregare Giove che le soccorra nella calamità. Ma il dio risponde: «Poiché non avete voluto sopportare il vostro bene, rassegnatevi a sopportare questo male».
Le rane chiedono un re libro COTIDIE LEGERE
Ranae mores paludis incolarum vi coercere cupiebant, ideoque magnos clamores usque ad sidera ...
Le rane desideravano contenere con la forza, i costumi degli abitanti della palude,e pertanto innalzarono grandi urla sino alle stelle e chiesero tramite i messaggeri, un re a Giove. Il re degli dei e degli uomini sorrise, e calò una nave nello stagno. La timorosa colonia assai atterrita dal fragore e dall'agitazione delle acque,cercò un riparo negli abissi della palude. Ma quando constatarono l'immobilità della nave nel fango, le rane tacitamente alzarono il capo dallo stagno:scrutarono cautamente il primo re (venuto)da lontano; in seguito misero da parte il timore,nuotarono verso (di lui)a gara, (gli)saltarono su con aggressività e (lo) disonorarono con oltraggi e bassezze. Alla fine,giudicarono il re,un inetto, poiché inviarono di nuovo dei messaggeri a Giove e chiesero un altro re. Allora Giove,assai irato,colò nello stagno un serpente. Le rane atterrite fuggirono inutilmente: infatti, afferrate una ad una, dal doloroso dente, persero la vita miseramente.
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