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Prometheus, ingeniosus ac callidus Iapeti filius, primus viros ex luto fingit. Postaa Vulcanus, deorum faber, ...sed membra cotidie iterum crescunt. Post multos annos Hercules aquilam occidit et Prometheum liberat.
Prometeo, l'ingegnoso e furbo figlio di Giapeto, per primo modella gli uomini dal fango. Dopo Vulcano, il fabbro degli dei, sotto comando di Giove, crea dal fango l'immagine della prima donna, a cui Minerva dà l'anima, Venere le da un'aspetto meraviglioso, le Muse l'armonia degli occhi e del sorriso, Mercurio le da un pronto ingegno e parole ingannevoli e il resto degli dei le danno molti altri doni. Per questo motivo la donna viene chiamata dagli dei Pandora poiché ha tutti i doni; poi viene data in matrimonio ad Epimeteo. Dopo Prometeo, per la benevolenza e gratitudine verso gli abitanti della terra sceglie di dare agli uomini (in) dono la fiamma. Pertanto sottrae con l'inganno la fiamma dal fuoco degli déi e la porta sulla terra dentro una ferula. Allora gli dei puniscono Prometeo: lo legano sul Caucaso, ad una roccia, con catene ferree : qui l'aquila (gli) lacera ogni giorno le (sue) membra; ma ogni giorno le membra crescono di nuovo. Dopo molti anni Ercole uccide l'aquila e libera Prometeo.
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Scythae et Indi, quibus antea Romanorum nomen incognitum fuerat, ....... qui privignus ei, mox gener, postremo adoptione filius fuerat.
Gli Sciti e gli Indi, ai quali in precedenza era stato sconosciuto il nome dei Romani, gli (ad Augusto) inviarono dei doni e degli ambasciatori.Anche la Galazia diventò sotto questi anche provincia poichè era stata dapprima un regno, e Marco Lollio la amministrò per primo come pretore .Di tanto affetto poi godette anche presso i barbari, che i sovrani amici del popolo romano fondarono città in suo onore, ora è una famosissima città. Arrivarono poi molti sovrani dai propri regni, per rendergli omaggio e vestiti secondo la moda romana accorsero verso il suo carro o il suo cavallo. Lasciò uno stato molto fiorente al successore Tiberio, il quale gli era stato dapprima figliastro, poi genero; infine figlio per adozione.
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Herodes Atticus, vir eximia facundia praeditus, accersebat saepe in villas Athenis ...... non ab Epictetus in quosdam alios sed ab Herode in eum ipsum dicta essent.
Uomo dotato di notevole eloquenza, Erode attico chiamava spesso nelle sue ville vicine ad Atene (ablativo locativo) sia me che molti altri concittadini, che erano partiti da Roma verso la Grecia per coltivare la loro cultura. E una volta, mentre eravamo con lui in una villa che si chiama Cefisia, si trovava con noi in quel luogo un giovane seguace della filosofia stoica, ma assai chiacchierone e presuntuoso. Costui, durante le conversazioni che generalmente è abituale tenere dopo cena tra i convitati, dissertava in modo prolisso e smodato su argomentazioni filosofiche a sproposito ed incautamente ed asseriva che a paragone di lui solo, i restanti principi dell'oratoria greca e tutti i Romani erano ignoranti e rozzi. Allora Erode, parlando in greco disse: "Oh grandissimo tra i filosofi, poiché noi, che tu definisci profani, non siamo in grado di replicare al tuo discorso, consentimi di leggere da un libro di Epitteto, il più grande degli Stoici, cosa costui pensava e diceva a proposito di questo tuo genere di magniloquenza", e ordinò che gli fosse portato quel libro. Vennero quindi lette le parole con le quali Epitteto severamente e al contempo in modo ironico ha distinto dall'autentico e genuino Stoico quell'altra gentaglia di buoni a nulla, che si definiscono Stoici, e gettando negli occhi degli ascoltatori la nera fuliggine delle loro chiacchiere ed arguzie, denigrano il nome della santissima disciplina. Ascoltate questo parole, l'arrogantissimo giovane restò in silenzio, come se tutti quei concetti non fossero stati pronunciati da Epitteto contro qualcun'altro, ma da Erode proprio contro di lui.
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Caesari cum id nuntiatum esset, eos per provinciam nostram iter facere conari, .... legatis respondit diem ad deliberandum sumpturum esse
Essendo stato riferito a Cesare, che gli Elvezi si accingevano a fare una spedizione attraverso la nostra provincia, decise di partire dalla città e marciò a ritmo forzato in Gallia transalpina e giunse a Ginevra. Ordina che tutta la Provincia fornisca il maggior numero possibile di soldati (in Gallia transalpina si trovava una legione sola e unica): dà disposizione di distruggere il ponte che sorgeva nei pressi di Ginevra. Gli Elvezi, saputo del suo arrivo, gli inviano come ambasciatori i più nobili della città, per dirgli che avevano in animo di attraversare la provincia senza arrecare nessun guasto, perché non avevano nessuna altra strada; essi chiedevano che questo fosso loro permesso di fare con il suo consenso. Cesare, ricordandosi che il console L. Cassio era stato ucciso, il suo esercito battuto e mandato sotto il giogo dagli Elvezi, non riteneva di doverlo concedere, e neppure giudicava che uomini di animo ostile, una volta che fosse stata loro concessa la facoltà di passare per la provincia, si sarebbero astenuti dall'oltraggio e dal danno. Tuttavia, affinché potesse trascorrere un certo spazio di tempo, fino a che non arrivassero i soldati che aveva comandato, rispose agli ambasciatori che si sarebbe preso un giorno per decidere.
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Ex Macedonum gente duo reges multo ceteros antecesserunt rerum ..... cum ex tribus uxoribus liberos procreavisset multique ei nati essent nepotes.
Fra la gente macedone due re furono di gran lunga superiori agli altri nella gloria delle imprese: Filippo, figlio di Aminta, ed Alessandro Magno. Il secondo di questi fu divorato da una malattia a Babilonia: Filippo fu ucciso da Pausania ad Egea, nei pressi del teatro, mentre si recava ad assistere a degli spettacoli. Ve ne fu uno solo degli Epiroti, Pirro, che combatté con il popolo romano. Costui, mentre dava l'assalto alla città di Argo nel Peloponneso, morì colpito da un sasso. Ugualmente, uno solo fu Siculo, Dionigi il Vecchio. Infatti fu valoroso ed esperto di arte militare e, cosa che in un tiranno non si rinviene facilmente, per niente dissoluto, né amante del lusso, né avido, e di nessuna cosa, infine, desideroso, se non di un potere perpetuo, e per tale motivo crudele. Infatti, desideroso di rafforzare il suo comando, non risparmiò la vita di nessuno, se lo riteneva capace di insidiare il suo dominio. Avendo dunque, con valore, creato una tirannide per sé, la mantenne con grande successo. Infatti morì a 60 anni, con lo stato florido. E in tanti anni non vide il funerale di nessuno della sua stirpe, sebbene avesse generato figli con tre mogli e avesse molti nipoti.