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Mentre con il massimo impegno preparava l'esercito per invadere l'Egitto, a Datame, fu improvvisamente inviata una lettera dal re, affinché attaccasse Aspi, che occupava la Cataonia, una regione che si estende al di sopra della Cilicia. Infatti Aspi, che abitava una regione boscosa e fortificata con delle fortezze, non solo non obbediva al potere del re, ma per giunta tormentava le regioni confinanti. Datame, dopo aver convocato gli amici, disse: "Vorrei portare avanti le cose iniziate, ma bisogna obbedire alla volontà del re!" e con pochi ma valorosi uomini si imbarcò su una nave, ritenendo che avrebbe facilmente abbattuto lo sconsiderato Aspi. Sbarcato in Cilicia, marciando di giorno e di notte, attraversò il Tauro e giunse lì dove aveva pianificato di arrivare. Chiese in quali luoghi si trovasse Aspi; venne a sapere che egli era andato non lontano per cacciare. Quando Aspi fu informato dell'arrivo di Datame cominciò procurarsi truppe per opporre resistenza. Quando Datame udì ciò, prese le armi e ordinò ai suoi di seguirlo, e di persona, spronato il cavallo, attaccò il nemico. Aspi, vedendolo da lontano fare un assalto contro di sé, ebbe paura di non potergli opporre resistenza e si arrese. Datame consegnò costui incatenato a Mitridate affinché lo conducesse dal re.
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Dopo la disfatta di Canne, che per i Romani fu pesantissima, perché in essa erano morti entrambi i consoli e la maggior parte dei soldati e pochi erano sopravvissuti, il senato affidò il sommo potere a P. Cornelio Scipione, ancora giovane, affinché provvedesse alla salvezza dello stato. Un giorno a lui, che stava a capo dell'assemblea del senato, fu annunciato che alcuni giovani nobili Romani, disperando della salvezza dello stato, avevano stabilito di abbandonare Roma e di trasferirsi in Asia. Allora Scipione, dopo aver sciolto l'assemblea, immediatamente si recò a casa di quello che era l'artefice della cospirazione e dopo che ebbe trovato lì una riunione dei giovani dei quali si è parlato sopra, con la spada stretta sopra le loro teste esclamò: "Così come io nelle circostnze difficili non ho abbandonato né mai abbandonerò lo stato romano, allo stesso modo non permetterò che esso sia abbandonato da voi. Giurate quindi con me che non abbandonerete mai la vostra patria". Quelli giurarono e furono sempre fedeli a Roma e a Scipione.
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Gli Aduatuci inviarono a Cesare degli ambasciatori per trattare la pace. Egli rispose che più che per merito loro, per sua abitudine avrebbe risparmiato la città se, dopo aver consegnato le armi, si fossero arresi. Gli ambasciatori, riferita la cosa ai loro, dissero che avrebbero eseguito le cose che fossero ordinate. Dopo aver gettato dal muro una grande quantità di armi nel fossato che stava davanti alla città, e tuttavia averne nascosto e mantenuto in città circa un terzo, come si scoprì in seguito, spalancate le porte, quel giorno si valsero della pace. Verso sera Cesare ordinò che le porte fossero chiuse e che i soldati uscissero dalla città, per evitare che durante la notte i cittadini ricevessero torti dai soldati. Ma gli Aduatuci, una parte con queste armi che mantennero e nascosero, una parte con degli scudi fatti di corteccia o intrecciati di vimini, che in fretta, come richiedeva la scarsità di tempo, avevano ricoperto di pelli, fecero immediatamente una sortita dalla città con tutte le truppe. Fatta velocemente una segnalazione con i fuochi, come Cesare aveva ordinato, dai fortini più vicini accorsero lì i nostri e si combatté molto aspramente. Uccisi quattromila uomini, i rimanenti furono ricacciati all'interno della città. Il giorno successivo a quel giorno, forzate le porte e fatti entrare i nostri soldati, Cesare vendette all'asta l'intera popolazione di quella città.
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Qualunque cosa viene al mondo, di qualsiasi genere sia, ha origine dalla natura. Quando perciò una cosa appare straordinaria e stupefacente, investigane la causa, se potrai, confidando nella ragione. Se non troverai nessuna causa, ritieni comunque certo ciò: che nulla può accadere senza una causa naturale. Scaccia dunque il timore che ti procura un evento straordinario, abbi il coraggio di avvalerti sempre della ragione come la migliore delle guide e di avere sempre fiducia nelle parole degli uomini saggi. Il saggio infatti afferma che gli avvenimenti che appaiono portentosi non sono mai avvenuti per caso, poiché considera cosa certa che nulla possa accadere senza una causa. Pertanto non esistono i prodigi. Spesso diciamo che è un prodigio ciò che accade raramente oppure che nella pratica della vita quotidiana non è solito accadere, ma, se dobbiamo considerare un prodigio ciò che accade raramente, è un prodigio essere saggio, poiché in maniera estremamente difficoltosa si può trovare un uomo veramente saggio: ritengo infatti, come recita un antico proverbio, è più facile che una mula partorisca che esita un saggio.
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Questo è infatti il vincolo di questa dignità della quale godiamo nello stato, questo è il fondamento della libertà, questa è la fonte della giustizia; la mente e l'anima, il senno e la saggezza dello stato sono riposti nelle leggi. Come i nostri corpi senza la mente, così la società senza legge non può utilizzare le sue parti, alla stregua di nervi, sangue e membra. I magistrati sono gli amministratori delle leggi, i giudici sono gli interpreti delle leggi; noi tutti infine dobbiamo essere servi delle leggi affinché possiamo essere liberi.
Colui che ritiene il diritto civile sia da disprezzare, egli rompe i vincoli non soltanto dei processi, ma anche del benessere e della vita di tutti; colui che invece biasima gli interpreti delle leggi, qualora dica che sono inesperti di legge, allora muove critiche non riguardo al diritto civile, ma riguardo agli uomini, se invece ritiene che non si debba obbedire agli esperti, allora non offende gli uomini, ma fa vacillare le leggi e i diritti. Per cui è necessario che vi entri nella testa che nulla in una città deve essere conservato tanto diligentemente quanto il diritto civile.