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Vetus est opinio insulam Siciliam totam esse Cereri et Liberae consecratam. Nam et natas esse has deas in iis locis et fruges in ea terra primum repertas esse arbitrantur et raptam esse Liberam, quam eandem Proserpĭnam vocant, ex Hennensium nemŏre, qui locus, quod in media insula est situs, umbilĭcus Siciliae nominatur. Quam cum investigare et conquirĕre Ceres vellet, dicitur inflamasse taedas iis ignibus qui ex Aetnae vertice erumpunt. Henna autem est loco perexcelso atque edĭto, quo in summo est aequata agri planities et aequae perennes: tota vero ab omni aditu circumcisa atque directa est. Quam circa lacus lucique sunt plurimi atque laetissimi flores omni tempore anni.
È opinione antica che l'isola di Sicilia è totalmente consacrata a Cerere ed a Libera. Infatti si ritiene che queste dee siano nate in questi luoghi e che in questa terra sia stata introdotta per la prima volta la coltivazione dei cereali, e che Libera, che essi chiamano anche Proserpina, fosse stata rapita dal bosco di Enna. Questo luogo, poiché si trova in mezzo all'isola, è chiamato ombelico della Sicilia. Si dice che Cerere, volendo mettersi sulle tracce della giovane Proserpina, avesse acceso delle fiaccole con le fiamme che erompono dalla sommità dell'Etna. Enna poi è collocata molto in alto; sulla sommità di questo luogo è stata spianata una grande pianura di campi e ci sono acque perenni, ma è da tutti i lati scoscesa ed a picco, senza possibilità di accesso. Intorno ad essa ci sono moltissimi laghi e boschi e rigogliosissimi fiori in ogni stagione dell' anno.
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Cum bello acri et diutino Veientes, a Romanis intra moenia compulsi, capi non possent, ea mora non minus obsidentibus quam obsessis intolerabilis videbatur. Tum vero mirum prodigium factum est, quo di immortales iter ad victoriam ostendere visi sunt. Subito enim Albus lacus, neque caelestibus aucuts imbribus neque inundatione ullius amnis aditus, solitum stagni modum excessit. Cuis rei explorandae gratia Romanis visum est legatos ad Delphicum oraculum mittere, qui rettulerunt praecipi sortibus ut aquam eius lacus emissam per agros diffunderent: sic enim Veios venturos in potestatem populi Romani. At priusquam legati id renuntiarent, aruspex Veientium, a milite nostro raptus et in castra perlatus, eadem praedixerat. Ergo senatus, duplici praedictione monitus, eodem paene tempore et religioni paruit et hostium urbe potitus est
Poichè i Veienti, costretti dai Romani all'interno delle loro mura, non potevano essere catturati pur con aspra e lunga guerra, quello stillicidio iniziò a sembrare insopportabile agli assediati non meno che agli assedianti. Ed ecco apparire uno straordinario prodigio, col quale sembrò che gli dèi immortali stessero mostrando il cammino verso la vittoria. D'un tratto infatti il lago Albano, senza essere ingrossato dalle piogge né accresciuto dalla piena di alcun fiume, oltrepassò il consueto livello delle acque. Per cercare di scoprire la causa di questo evento, i Romani pensarono bene di inviare ambasciatori a interrogare l'oracolo di Delfi; essi riferirono di aver avuto indicazione, dalle sorti, di far fuoriuscire l'acqua di quel lago e dispederla per i campi: giacché in questo modo Veio sarebbe caduta sotto il dominio del popolo romano. Addirittura, prima che gli ambasciatori riferissero l'oracolo, un indovino di Veio, che era stato rapito da un nostro soldato e trascinato nell'accampamento, aveva fatto la medesima predizione. Perciò il Senato, fatto accorto dalla duplice profezia, ascoltò il segno divino e quasi nello stesso istante riuscì ad impadronirsi della città nemica.
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Siqueminterroges: «Hodiequidegisti?», respondeat: «Officio Toga Sevirilis interfui, sponsalia aut nuptias frequentavi, ille me ad signandum testamentum, ille in advocationem, ille in consilium rogavit». Haec quo die fecĕris necessaria (videntur), eadem, si cotidie fecisse te reputes (pensi), inania videntur, multo magis cum secessĕris. Tunc enim subit recordatio: «Quot dies quam frigidis rebus absumpsi!». Quod evĕnit mihi, postquam in Laurentino meo aut lego aliquid aut scribo aut etiam corpori vaco, cuius fulturis animus sustinetur. Nihil audio quod audisse, nihil dico quod dixisse paeniteat; nemo apud me quemquam sinistris sermonibus carpit, neminem ipse reprehendo nisi me, cum parum commode scribo; nulla spe, nullo timore sollicitor, nullis rumoribus inquietor: mecum tantum et cum libellis loquor. O rectam sinceramque vitam, o dulce otium honestumque ac paene omni negotio pulchrius! O mare, o litus, verum secretumque museion (sacrario delle Muse), quam multa invenitis, quam multa dictatis! Proinde tu quoque strepitum istum inanemque discursum et multum ineptos labores, ut primum (non appena) fuerit occasio, relinque teque studiis vel otio trade! Satius est enim otiosum esse quam nihil agere. Vale.
Se tu chiedessi a qualcuno: “Oggi cosa hai fatto?”, risponderebbe: “Ho partecipato ad una cerimonia per l’assunzione della toga virile oppure ho preso parte a dei fidanzamenti o a delle nozze, uno mi ha richiesto per firmare un testamento, uno mi ha richiesto per una consultazione difensiva, uno mi ha richiesto per un’assemblea”: Queste cose, nel giorno in cui le hai fatte, sembrano necessarie, le stesse cose, quando pensi che le hai fatte ogni giorno, sembrano vane, e molto di più se te ne sei allontanato. Allora infatti si impone la riflessione “Quanti giorni ho sprecato in cose tanto vane!”. E’ ciò che capita a me da quando sto nella mia villa di Laurento. Non ascolto nulla che mi penta di aver ascoltato, non dico nulla che mi penta di aver detto. Nessuno presso di me denigra qualcuno con discorsi malevoli, non rimprovero nessuno se non me stesso, quando scrivo poco bene; non sono tenuto in ansia da nessuna aspettativa e da nessun timore, non sono reso inquieto da nessuna diceria: parlo solo con me stesso e con i miei libri. O vita retta e sincera! O tempo libero dolce e nobile e più bello quasi di qualsiasi attività! O mare, oh spiaggia, vero e segreto sacrario delle Muse! Perciò anche tu, abbandona codesto strepito e (codesto) inutile discorrere e le fatiche del tutto inutili e dedicati agli studi e al tempo libero
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Insegnamenti di Pitagora alle donne versione latino Giustino traduzione dal libro Maiorum lingua c e dal libro lingua latina
Pythagoras, Sami natus, Aegyptum primum, mox Babyloniam ad perdiscendos siderum motus originemque mundi spectandam profectus, summam scientiam. .
Pitagora, nativo di Samo, recatosi in un primo momento in Egitto, quindi in Babilonia per approfondire la ricerca sui moti stellari e sull’origine dell’universo – aveva conseguito un sommo grado di conoscenza. Tornato di lì, s’era recato a Creta e a Sparta per studiare le costituzioni, famose a quel tempo, di Minosse e Licurgo. Imbevutosi di tutte queste dottrine, giunse a Crotone e, facendo valere la propria autorevolezza, richiamò il popolo – (nel frattempo) caduto in lussuria – all’esercizio della temperanza. (Pitagora) ora insegnava alle donne la morigeratezza e l’obbedienza nei confronti dei propri mariti, ora insegnava a questi ultimi la disciplina e l’amore per la cultura. Così facendo, cercava di instillare in tutti (i cittadini) la temperanza, (che è, ) per così dire, la madre di (tutte le) virtù; e, a furia di discorrerne, era riuscito ad ottenere che le donne deponessero le vesti trapuntate d’oro e gli altri orpelli della propria bellezza – (che sono) per così dire i fregi della lussuria –, portassero tutti questi (ornamenti) nel tempio di Giunone e li consacrassero alla stessa dea, mostrando che la vera prerogativa delle donne è la pudicizia, non già l’abbigliamento.
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1 Legati Pathos in Syriam transisse Crasso nuntiaverunt. 2 Te illinc abisse constabat. 3 Me vos derisisse putabatis. 4 Dolebam rem publicam brevi tempore perituram esse. 5 Caput arsisse Servio Tullio dormienti historia tradit. 6 Pansa consul aut morte aut victoria se satisfacturum esse rei publicae spopondit. 7 Tradunt Caesarem in somnio admonitum esse ut Idus Martias vitaret. 8 Cum Pompeius Dyrrachium pervenisset, Labienus iuravit se numquam Caesarem deserturum esse. 9 Democritus dicit innumerabiles esse mundos. 10 Notum est Periclis aetate artes litterasque Athenis floruisse. 11 Sperat adulescens diu se victurum (esse). 12 Dico te priore nocte venisse in M. Laecae domum. 13 Omnes sperabant barbaros ab Italie finibus repulsos iri. 14 Caesar dixit magnam se habere spem Ariovistum finem iniuriis facturum esse. 15 Magna laetitia affectus sum, cum audivi consulem te factum esse.
1 Legati Pathos in Syriam transisse Crasso nuntiaverunt.
I legati annunziarono a Crasso che I Pati si erano recati in Siria
2 Te illinc abisse constabat.
Si sapeva che tu ti eri allontanato da li
3 Me vos derisisse putabatis.
Voi pensavate che io vi avessi deriso.
4 Dolebam rem publicam brevi tempore perituram esse.
Mi addoloravo che lo stato sarebbe andato in rovina in breve tempo.
5 Caput arsisse Servio Tullio dormienti historia tradit.
La storia tramanda che a Servio Tullio, mentre dormiva, la testa prese fuoco
6 Pansa consul aut morte aut victoria se satisfacturum esse rei publicae spopondit.
Il console Pansa garantì che lui ( era sul punto di accontentare) avrebbe accontentato (avrebbe dato soddisfazione allo) lo stato o con la morte o con la vittoria