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Annibale, dopo che giunse al Trasimeno, attraverso l'Etruria, collocò l'accampamento in un luogo aperto e alto tra il lago e i monti. In seguito, volendo preparare un'imboscata ai Romani che incalzavano, fece girare dietro i monti i soldati armati alla leggera e nascose la cavalleria all'imboccatura del passo tra i monti: schierò la restante parte dell'esercito davanti all'accampamento. Quando le truppe dei Romani, con a capo il console Flaminio, giunsero al lago, Flaminio, vedendo l'accampamento dei Cartaginesi in un terreno praticabile e, senza avere alcun sospetto a riguardo all'imboscata di Annibale, avanzò con tutto l'esercito contro il nemico. Annibale, quando vide il nemico chiuso dal lago e dai monti e accerchiato dalle sue truppe, diede il segnale di battaglia: tutti i Cartaginesi si lanciarono contro i Romani simultaneamente. Intanto, una improvvisa e densa nebbia sorta dal lago, ricoprì tutte le cose e per i Romani, che erano assaliti dai nemici da davanti, dal fianco sinistro e da dietro, e dal lato destro erano bloccati dal lago non ci fu nessuna speranza di salvezza, poiché la densa nebbia impediva la vista e anche l'uso delle armi. Nel grande disordine ci fu una grande strage: anche il console Flaminio, trafitto dai colpi dei nemici, cadde combattendo coraggiosamente, una gran parte di soldati morì nell'atroce scontro, pochi sfuggirono al massacro e si rifugiarono sui monti.
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I fratelli Lido e Tirreno, mentre regnavano in Lidia, indotti dall'improduttività delle messi, tirarono a sorte chi dei due dovesse andare via dalla patria con una parte del popolo. La sorte scelse Tirreno: dopo essere stato trasportato in Italia, dette il suo nobile ed eterno nome al luogo, agli abitanti e al mare. Allora, all'incirca nell'ottantesimo anno dopo la presa di Troia, la discendenza di Pelope, che, dopo aver cacciato gli Eraclidi, per tutto questo tempo aveva detenuto il potere del Peloponneso, viene cacciata da discendenza di Ercole. All'incirca nel medesimo periodo, smise di essere dominata dai re Atene, della quale l'ultimo re fu Codro. Poiché gli Spartani tormentavano con una dura guerra gli Attici, e poiché Apollo Pizio aveva risposto che quelli dei quali fosse stato ucciso il comandante, essi sarebbero stati vincitori, (Codro) smessa la veste di re, indossò abbigliamento da pastore e dopo essersi introdotto nell'accampamento dei nemici, suscitando di proposito una rissa, fu ucciso. Medonte, figlio di costui, fu per primo Arcoonte (magistrato) ad Atene. Mentre i Peloponnesii emigravano dal territorio Attico, fondarono Megara, città a metà strada tra Corinto e Atene. All'epoca anche la flotta di Tiro, potentissima in mare, fondò Cadice, nella parte terminale dell'Ispania, all'estremo confine del nostro mondo, su un'isola circondata dall'Oceano, divisa dal continente da un piccolissimo stretto di mare. Dai medesimi (abitanti di Tiro) dopo pochi anni fu fondata Utica in Africa.
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Mentre i Romani combattevano ormai da tempo in una guerra incerta con i Sanniti, il dittatore Papirio tornò a Roma per consultare di nuovo gli auspici e raccomandò a Q. Fabio Rulliano, comandante della cavalleria di mantenere la posizione e, mentre egli era assente, di non combattere con il nemico. Q. Fabio Rulliano promise a Papirio che lo avrebbe fatto, ma dopo la sua partenza venne a sapere per il tramite degli esploratori che l'accampamento dei nemici era senza sentinelle, come se nessun Romano fosse nel Sannio. Allora quello, giudicando che dalla sorte gli fosse stata data un'occasione favorevole, al fine di fare un assalto contro gli incauti nemici e con una sola vittoria ottenere una grande lode militare spostò l'esercito ad Imbrinio (così si chiama il luogo), si scontrò con i Sanniti e li sconfisse. Infatti i cavalieri dei Romani, dopo aver tentato invano di aprirsi un varco nella schiera dei nemici, su consiglio di L. Cominio, generale dei soldati, tolsero la briglia ai cavalli e li incitarono a tal punto con gli speroni che non potevano essere trattenuti. I cavalli sfrenati, introdotti in mezzo ai nemici, fecero strage in lungo e in largo. I fanti che seguivano l'assalto dei cavalieri sgominarono i nemici scompigliati. Raccontano che in quel giorno furono uccisi ventimila nemici.
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Cesare si rese conto che i nemici si agitavano nei pressi del vallo e sia al di là che al di qua correvano impauriti in tutte le direzioni, e in un momento si ritiravano dentro le porte, in un latro uscivano confusamente e sfrenatamente. Poiché in molti si erano accorti della stessa cosa cominciarono a pregare Cesare di non dubitare a dare il segnale di battaglia: "Il nemico preoccupato e agitato" dicono "non ha alcuna speranza. Gli dei immortali a nessuno quanto a te porsero una vittoria tanto sicura". Ma Cesare, che mai fece nulla di sconsiderato, era in dubbio e opponeva resistenza alla loro volontà e al loro desiderio, quando all'improvviso il trombettiere nell'ala destra, indotto dai soldati, cominciò a suonare. Fatto ciò, da parte di tutte le coorti si cominciò a portare le insegne contro il nemico, sebbene i centurioni a forza trattenessero i soldati affinché non accorressero contro l'ordine del comandante, né avanzassero un solo passo. Dopo che Cesare comprese che i soldati non potevano in nessun modo essere trattenuti, dato il segnale e incitato il cavallo, si affrettò ad andare tra i capi, contro il nemico.
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Un ricco mercante era incorso in una grave malattia. Mentre era malato, pregava quotidianamente Giove in questo modo: "Oh Giove, dio grande e onnipotente, padrone di tutte le cose, padre degli dei e degli uomini, ti prego: restituiscimi la salute, perché devo mandare avanti i miei affari. Quando sarò guarito, ti offrirò il sacrificio di molti buoi!". Giove guarì il mercante, ma quello non mantenne quanto promesso, poiché era oltremodo avaro, e ingannò Giove: infatti offrì al dio, al posto dei veri buoi, numerose statuette di buoi (fatte) di cera. Allora Giove, sdegnato a causa dell'inganno del mercante, punì l'uomo ingrato con un'astuzia somigliante. Inviò sulla terra Mercurio, che nel sonno disse al mercante: "Domani, sulla riva del mare, ci sarà un'opportunità di grande guadagno!". Il mercante, attratto dalla speranza di guadagno, si alzò dal letto all'alba e si affrettò verso la riva del mare, dove lo catturarono i pirati, lo vendettero come schiavo e ottennero un gran guadagno. In questo modo il sacrilego mercante scontò la pena della sua astuzia.