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Cassandra, figlia del re dei Troiani, e sorella di Paride, era una profetessa di Apollo, e, per dono della divinità, vedeva in anticipo e preannunciava il futuro. Un giorno Cassandra preannuncia ai propri concittadini la disfatta della patria e la rovina definitiva, ma invano: i Greci lotteranno in numerosi scontri davanti alla città, e, alla fine, dopo molti anni, invaderanno la città non per mezzo delle armi, ma per mezzo dell'inganno. Infatti i Greci abbandonano sulla spiaggia di Troia un cavallo di legno. I Troiani lo portano all'interno della città: mentre i Troiani, felici per la vittoria, dormono, Ulisse salta giù dal cavallo, ed apre le porte della città ai propri compagni. A quel punto le parole di Cassandra risultano veritiere: i nemici incendiano la città, e la mettono a ferro e fuoco, uccidono il vecchio Priamo, e deportano in Grecia molte donne. Cassandra si rifugia nel tempio di Atena, ma Aiace, il figlio di Oileo, la trascina via supplicante dal tempio sacro, e la consegna ai compagni come bottino di guerra.
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Un agricoltore passeggia per i campi: calpesta, a terra, una vipera rigida, mezza morta a causa dei venti. Non uccide l'animale malvagio, ma, nella fattoria, lo appoggia presso il focolare, dove cura il malanno della vipera; presto la vipera recupera la vita, ma non cambia l'indole malvagia: infatti, in maniera ingiusta, uccide l'agricoltore. L'agricoltore, con grande tristezza, esclama: Non muoio senza una giusta ragione, infatti ho dato la vita ad un animale irriconoscente; poi muore (lett. : "esala l'anima").
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Grazie all'arrivo della decima legione, ci fu un rivolgimento tanto profondo che i nostri, anche coloro che si erano accasciati a causa delle ferite, ristabilirono la battaglia. A quel punto, i soldati addetti al trasporto delle vettovaglie (calones: "soldati addetti al trasporto delle vettovaglie") videro i nemici che erano nel terrore, e sebbene disarmati, aggredirono gli armati. I cavalieri, invece, per cancellare per mezzo del valore il disonore della fuga, combattevano da tutte le parti, al fine di mostrarsi forti ai legionari. Tuttavia, i nemici dimostrarono un valore tanto grande che, dopo che i primi di loro furono morti, i rimanenti insistevano nel combattimento.
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Ci fu, un tempo, un uomo molto povero, il quale, stremato dalla vecchiaia e da una malattia, viveva da solo in una casa molto umile, senza moglie, né figli, indossava abiti pessimi, mangiava cibi molto comuni, e non aveva nessuna speranza di una sorte migliore. Tagliava la legna nel bosco tutto il giorno, e di sera portava alla misera capanna il fascio dei pezzi di legna. Un giorno, spossato dal cammino e dalla fatica pesantissima, appoggiò a terra il carico e sedé sui pezzi di legna. Guardò le bellissime ville dei ricchi, e si lamentò: Tutti gli altri uomini vivono una vita molto più felice; nessuna condizione è più dura della mia. Quindi invocò la morte. La morte accorse con la propria falce e disse al vecchio: O amico, che cosa desideri? A quel punto il vecchio, spaventato dall'aspetto della morte, rispose così: Offrimi aiuto: metti di nuovo sopra le mie spalle il fascio di pezzi di legna. Agli esseri umani davvero nessun bene è più caro della vita.
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Aristide, il quale, in fatto di temperanza, eccelleva al punto che lui solo, in quei tempi, venne chiamato "Il Giusto", venne accusato di tradimento con un'enfasi tanto rabbiosa, che il popolo lo condannò all'esilio. Ma dopo che era stato esiliato, Aristide vene richiamato in patria per ordine del popolo, e stette a capo degli Ateniesi nella battaglia presso Platea. Egli medesimo, da estremamente vecchio, morì in una povertà tanto profonda che non lasciò assolutamente nulla.
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