Leaena et lupa venationis sociae dum in silva ambulant cervam in lacunae ripa vident. Placida bestia
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Una leonessa ed una lupa, compagne di caccia, mentre camminano in un bosco, vedono una cerva sulla sponda di uno stagno. Il tranquillo animale, inconsapevole dell'agguato, bruca l'erba e beve l'acqua limpida. A quel punto, la preda risveglia l'indole sleale degli animali feroci, ed è causa di invidia e di discordia. Infatti, la leonessa esclama con grande sfacciataggine: Io rivendico la preda intera, infatti io sono la regina delle belve. Ma la lupa risponde minacciosamente: O compagna ingorda, io non temo la tua arroganza: la cerva è la mia preda. Mentre le belve, spinte dall'ira, incominciano un'aspra lotta, la cerva, con la fuga, evita il pericolo, e si salva la vita. Frattanto si avvicina un'orsa, placa la zuffa, e rimprovera le belve sciocche: O mie amiche, la vostra stupidità è grande: non soltanto la cerva ormai è salva, ma voi siete piene di ferite!
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P. Cornelio Nasica desiderava vedere il poeta Ennio. Dunque si recò presso di lui, ma trovò la porta chiusa. Allora chiamava l'amico a voce alta. Tuttavia nessuno rispondeva. Alla fine un'ancella si mostrò alla finestra, dicendo che Ennio non era in casa. Immediatamente Nasica capì che la donna aveva detto questa cosa su ordine del padrone. Tuttavia, fingendo di crederci, andò via. Dopo pochi giorni, Ennio si recò da Nasica e, stando fermo davanti alla porta, chiamava l'amico. Nasica rispose: Non sono in casa. A quello Ennio (rispose): Apri la porta, infatti riconosco la tua voce. Allora Nasica: Sei sfacciato, o amico: io infatti ho dato credito alle parole della tua ancella; e tu ti rifiuti di credere a me.
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Ancora oggi molti amano la lingua Latina, e la lingua dei Romani viene considerata dai maestri utile in maniera particolare; infatti, lo studio della lingua Latina, ricrea le voci degli autori della letteratura Latina, e rafforza in maniera straordinaria le menti degli alunni. Per giunta, le leggi dei Romani, ancora nei nostri tempi, sono il fondamento delle pubbliche istituzioni: dove vige il rispetto delle leggi, lì sono evidenti molte tracce dei Romani.
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Un capretto si dirigeva verso un ovile ubicato in un villaggio. Casualmente si imbatté in un lupo, ma lo evitò facilmente. Però anche il lupo si dirigeva al villaggio, e vide il capretto, sicuro, tra le pecore. Il predatore infaticabile aveva deciso di ucciderlo, e, senza perdere tempo, disse così: In tutti i templi l'ingiusta morte degli animali bagna la terra di sangue (cruentat: "bagna di sangue"). Se avrai trovato rifugio insieme a me, in un campo sicuro, non morirai davanti ai templi. Il capretto ascoltò le parole del lupo, ma non approvò il suo consiglio. Poi rispose: Verserò sangue per gli dèi, ma non sazierò la pancia di un lupo rabbioso. La favola insegna: se gli esseri umani saranno stati posti dinnanzi ad una duplice infausto pericolo, sceglieranno la morte gloriosa, e disdegneranno la morte disonorevole.
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Ho visto la villa costruita con dei massi quadrati, un muro circondato da un bosco, e anche le torri innalzate da una parte e dall'altra a difesa della villa, una cisterna nascosta da edifici e da piante, che basterebbe persino per i bisogni di un esercito, un bagnetto angusto, buio, secondo la consuetudine antica: infatti ai nostri antenati (il bagno) non sembrava caldo a meno che non fosse buio. Dunque mi prese un grande piacere nel confrontare i costumi di Scipione e i nostri: in questo luogo appartato quel grande "flagello di Cartagine", a cui Roma deve il fatto di essere stata conquistata soltanto una volta, lavava il corpo, stanco a causa delle fatiche dei campi. Infatti si teneva in esercizio con l'attività, e lavorava lui stesso la terra, come ebbero costume gli antenati. Quel grande stette sotto questo tetto così misero, questo pavimento così semplice sostenne quel grande.