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Gli Elvezi, poiché pensavano di possedere un territorio ristretto e volevano conquistare nuove sedi, decisero di uscire dal proprio territorio. Perciò, promisero grandi ricompense ed ottennero dalle popolazioni confinanti che fosse loro permesso di marciare attraverso il territorio di esse. Però Cesare, quando seppe che gli Elvezi, avversari del popolo Romano, provavano a compiere quel percorso e che la loro partenza poteva danneggiare la provincia Romana, stabilì di togliere l'accampamento e partire contro di loro. Gli Elvezi, che si gloriavano di essere forti, si sforzarono di sottomettere i Romani; ma, dopo numerose disfatte, supplicarono l'indulgenza di Cesare, che li accettò in resa.
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Poiché ritenevo, una volta cambiato stile di eloquenza, di poter parlare dosando meglio le tonalità, per quella ragione partii per l'Asia. Giunto ad Atene, trascorsi sei mesi con un notissimo ed espertissimo filosofo della vecchia Accademia, Antioco, e dietro sollecitazione di quest'uomo insigne, e sotto la sua guida, ripresi lo studio della filosofia, mai interrotto e coltivato sin dalla prima giovinezza e sempre approfondito. Nel medesimo arco di tempo, tuttavia, ad Atene solevo esercitarmi con passione alla scuola di Demetrio Siro, un vecchio maestro di eloquenza tutt'altro che spregevole. In seguito, l'intera Asia fu da me visitata con dei retori davvero eccellenti, insieme con i quali mi esercitavo con loro piena soddisfazione; il primo tra questi era Menippo di Stratonicea, a mio parere il più eloquente nell'Asia intera a quei tempi.
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Da questo momento ebbero inizio i consoli: due al posto di un solo re. E parve opportuno che i consoli non detenessero un comando più lungo di un solo anno, affinché, attraverso un lungo periodo di potere, non fossero resi troppo arroganti: infatti i consoli dopo il consolato erano destinati ad essere dei privati cittadini. Dunque, nel primo anno, furono consoli L. Giunio Bruto, che si era enormemente adoperato affinché il re Tarquinio fosse cacciato, e Tarquinio Collatino, il marito di Lucrezia.
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Vulcano, quando scoprì che la moglie Venere giaceva segretamente con Marte, dimostrò il suo odio: realizzò una catena di metallo durissimo e la collocò intorno al letto, al fine di catturare Marte con l'astuzia. Dopo che quello si fu recato all'appuntamento, cadde insieme a Venere nella trappola, in maniera tale che non riuscì a divincolarsi. Dopo che il Sole ebbe riferito ciò a Vulcano, egli li vide che giacevano nudi; perciò egli (Vulcano) convocò tutti gli dèi, i quali, quando (li) videro, risero.
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I Galli, dopo una rapida vittoria, si affrettano verso Roma, e sconfiggono e mettono in fuga i cittadini. Da lì stringono d'assedio il Campidoglio, la rocca di Roma. Il Campidoglio viene mantenuto con insigne coraggio da pochi cittadini dei Romani. Nella notte, mentre la guarnigione difensiva dei Romani, calma, si dà al riposo, presto un soldato Gallo si avvicina, grazie a delle scale, alla scoscesa rupe del Campidoglio, ma le oche veglianti, sacre alla dea Giunone, con un forte starnazzare, e con lo scuotimento delle ali, risvegliano dal sonno M. Manlio, il guardiano del Campidoglio. L'eroe Romano respinge i nemici, e li butta giù dalla rupe. E così, le sacre dimore degli dèi dei Romani vengono salvate dagli uccelli di Giunone. Successivamente, la cittadinanza Romana colloca sul Campidoglio un'oca d'argento, e assegna a M. Manlio il soprannome di "Capitolino".
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