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L'età dell'oro era magnifica: gli esseri umani vivevano in maniera decorosa e parsimoniosa, veneravano gli dèi, praticavano la giustizia, mantenevano la parola data. Non esistevano la punizione, né la paura, non esistevano le leggi e neppure i giudici, né le mura delle città, né i confini dei campi, ma tutti erano al sicuro. Né la guerra, né i ladri, né la consapevolezza dei crimini, né il timore della morte spaventavano gli esseri umani. L'agnello dormiva insieme al lupo, la capretta dormiva insieme alla tigre. Persino il clima era sempre stabile e (sempre) mite. La terra era piena di nutrimenti, e, senza essere toccata dal rastrello e dagli aratri, forniva tutte le cose. Soddisfatti di cibi modesti, gli esseri umani raccoglievano frutti e fragole montane, ghiande e more nei roveti ispidi. Dai rami provvisti di fronde pendevano dolci frutti. C'era un'eterna primavera, e gli Zefiri tranquilli, con brezze delicate, accarezzavano i fiori.
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I Cartaginesi, dopo che ebbero concluso la guerra con i Romani, richiamarono in patria Annibale, che stava a capo dell'esercito, e lo scelsero come re; infatti, così come i Romani ogni anno eleggevano due consoli, così i Cartaginesi eleggevano re. In quella magistratura Annibale si dimostrò di grande diligenza e versò nell'erario molto denaro. Poi, l'anno dopo la pretura, dopo che i Romani ebbero inviato degli ambasciatori nella città di Cartagine, Annibale, prima che il senato dei Cartaginesi li ascoltasse, si imbarcò di nascosto su una nave e si rifugiò in Siria presso il re Antioco. I Cartaginesi, dopo che ebbero saputo queste cose, inviarono due navi a catturarlo, confiscarono i suoi beni, demolirono la sua casa dalle fondamenta e lo giudicarono esiliato.
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Allora Penelope, la moglie di Ulisse, che non aveva ormai nessuna speranza riguardo al ritorno del marito, invitò, su comando di Minerva, i Proci a una competizione. Si avvicinò al tesoro, aprì le porte di bronzo, trasse fuori l'arco e le frecce di Ulisse. Ella, mentre con il volto afflitto teneva in mano l'arco di Ulisse, tenne questo discorso: O superbi Proci, ormai siete rimasti a lungo nella mia reggia, e avete dissipato i beni di Ulisse; ora propongo a voi una gara: chi tenderà l'arco di Ulisse, e farà passare la freccia per i fori di dodici scuri, quello sarà il marito di Penelope. I Proci impiegarono inutilmente le forze, nessuno di loro riuscì a tendere l'arco. Allora Ulisse, che sedeva non lontano, sotto il falso aspetto di mendicante, si alzò in piedi, prese l'arco con le forti mani, lo tese con poco sforzo, fece passare la freccia attraverso i fori delle scuri. Quindi tolse la lacera veste del mendicante, appoggiò di nuovo una freccia alla corda dell'arco, e trafisse Antinoo, il capo dei Proci. Così, di seguito, uccise tutti i rimanenti Proci.
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Danae fu la figlia di Acrisio, re di Argo, e di Aganippe. Ad Acrisio l'oracolo predisse che il figlio di Danae avrebbe ucciso il re; Acrisio, poiché temeva ciò, la chiuse in un recinto di pietra. Ma Zeus, tramutatosi in pioggia d'oro, giacque insieme a Danae, e così nacque Perseo. E il padre, a causa dello stupro, rinchiusala in una cassa con Perseo, la gettò nel mare. Per volere di Giove quella fu trasportata nell'isola di Serifo. Avendo un pescatore trovato la cassa, vide la donna con il bambino, e li condusse al re Polidette, che prese in moglie lei ed allevò Perseo nel tempio di Minerva. Dopo che Acrisio fu venuto a sapere che la figlia ed il nipote soggiornavano presso Polidette, partì al fine di reclamarli. Quando vi giunse, Perseo promise a suo nonno Acrisio che non l'avrebbe mai ucciso. Dopo pochi giorni, Polidette morì. Mentre venivano celebrati i riti funebri in onore del re, Perseo lanciò un disco, che il vento deviò contro la testa di Acrisio, e lo uccise. Questo accadde per volontà degli dèi; quindi Perseo partì per Argo e occupò i regni del nonno.
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Timoleonte, ormai vecchio, perse la vista degli occhi senza una malattia. Sopportò questa sventura con animo sereno, e non proferì lamentele, e neppure si allontanò dalle attività private e pubbliche. Egli si recava al teatro nel quale il popolo teneva l'assemblea, trasportato in un carro, a causa della salute compromessa. E i cittadini non attribuivano questa cosa all'arroganza, perché egli non si era mai dimostrato vanaglorioso. Egli, anzi, quando ascoltava le sue lodi, dichiarava: Io rendo grazie agli dèi, perché, senza la volontà degli dèi, gli esseri umani non compiono nulla.