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Prendi dei pesci grassi per razza, come lo sono i salmoni, le anguille e le sardine. Con essi, e con erbe aromatiche, si prepara un composto di questo genere. Si predispone un contenitore robusto e della capienza di tre o quattro moggi, e si prendono tanto dall'orto, quanto dal campo, erbe secche che profumano di buono, come l'aneto, il coriandolo, il finocchio, la menta, il timo, l'origano, e con queste si realizza il primo strato in fondo al vaso. Quindi si realizza il secondo strato, con i pesci sani oppure tagliati in pezzi. Sopra a questo, si stende un terzo strato di sale. E con questi tre strati di erbe, di pesci, e di sale, si riempie il vaso fino alla sommità. Lascia stare (nel senso di: "lascia riposare") questo composto per sette giorni. Il liquido che è scolato da questo composto viene raccolto, e con esso si fa il liquamen oppure il garum.
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L'Ateniese Dracone, uomo probo, fu considerato di grande assennatezza (complemento di qualità: "fu considerato un uomo dalla grande assennatezza, dotato di grande assennatezza"), e fu esperto nel diritto divino ed umano. Questo Dracone, per primo tra tutti, diede agli Ateniesi delle leggi di cui essi si valessero. In quelle leggi egli ritenne e decretò che il ladro, di qualsiasi tipo fosse il furto, venisse punito con la pena capitale. Dunque le sue leggi, dato che erano severe, non in base a un decreto o a un'ordinanza, ma per un tacito e non scritto accordo degli Ateniesi, caddero in disuso. Successivamente (gli Ateniesi, soggetto sottinteso) si valsero di altre leggi redatte da Solone. Costui, con la propria legge giudicò che i ladri venissero puniti non con la morte, ma con il doppio del valore dell'oggetto rubato. Invece i nostri decemviri, nelle dodici tavole, ritennero che il ladro, che fosse stato colto in flagrante, venisse ucciso se, o mentre commetteva il furto era notte, o se, durante il giorno, si era opposto con un'arma mentre veniva catturato. Ma per tutti gli altri ladri, pure colti in flagrante, ordinarono che gli uomini liberi venissero fustigati, e che invece gli schiavi, colti in flagranza di furto, fossero fustigati e fossero gettati giù dalla rupe Tarpea.
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Giove, il padre degli dèi e degli uomini, è il sovrano del cielo e della Terra. Figlio di Saturno, (egli) sconfigge il padre con la forza, e si spartisce con i fratelli il regno del padre. A Giove, allora, tocca dominio del cielo, a Nettuno (tocca il dominio) del mare, a Plutone (tocca) il regno degli Inferi. Successivamente Giove combatte con successo contro Tifeo, uno spaventoso essere prodigioso, e sostiene una guerra contro la potenza dei Giganti. E presso Giove sta non soltanto il dominio delle divinità, ma anche degli elementi del cielo: infatti egli è signore e sovrano delle nubi, delle piogge e delle tempeste; da adirato, egli accende il fuoco delle folgori e brandisce i fulmini, da pacato, viceversa, offre una luce serena e tranquilla.
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Gli uomini primitivi non possedevano dimore fisse, ma abitavano in caverne oscure, dove si procuravano un sicuro rifugio dai fulmini, dalla violenza delle piogge e dai freddi dell'inverno. Nelle notti estive riposavano sotto i rami, di tanto in tanto prendevano anche sonno sui rami degli alberi. Conducevano una vita primitiva e selvatica, e non praticavano il commercio; ogni giorno, infatti, vagavano per i boschi, e placavano la fame per mezzo dei pesci, o per mezzo della carne delle belve, o per mezzo delle ghiande. Coprivano i corpi per mezzo delle pelli degli animali selvatici. Successivamente, poco alla volta, dagli esseri umani venne abbandonato uno stile di vita tanto primitivo: infatti, vennero costruite da tutti piccole capanne vicine ai fiumi. Poi, tutti impararono a coltivare i campi e a pascolare le greggi, e fondarono i primi villaggi. Così si arrivò allo sviluppo delle città.
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Tra gli Ateniesi e i Peloponnesiaci c'erano antiche rivalità. I Peloponnesiaci, a causa di una pesante carestia di raccolto, giungono nell'Attica, scacciano gli abitanti, e piazzano l'accampamento nelle vicinanze della città. A questo punto i Peloponnesiaci inviano degli ambasciatori a Delfi, e consultano gli oracoli in merito alla vittoria della guerra. L'oracolo risponde in questa maniera: Sarete i vincitori, ma non dovrete uccidere il re degli Ateniesi. Per questo motivo, i Peloponnesiaci, prima di tutte le cose, raccomandano ai loro soldati la protezione del re. All'epoca il re degli Ateniesi era Codro. Egli viene a sapere il responso del dio e le indicazioni dei nemici, sveste l'abito regale, ed entra cencioso nell'accampamento dei nemici con una falce. Lì un soldato viene ferito dalla falce di Codro, ed adirato, uccide il re con la spada. A questo punto i Peloponnesiaci riconoscono il corpo del re, e, memori della profezia, se ne vanno senza combattere (lett. : "senza battaglia"). E così, il re Codro, grazie al valore, ricerca la morte in cambio della salvezza della patria.