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Mercurio, il figlio di Giove e di Maia, viveva nell'Olimpo insieme agli dèi e alle dèe, e, con il suono della sua lira, allietava i banchetti degli abitanti del cielo. Egli era il messaggero degli dèi, e svolgeva senza sosta le mansioni di messaggero. (Egli = Mercurio) Era anche il dio del commercio, dell'inganno, dei sogni e dei pascoli. A lui erigevano templi ed altari soprattutto gli abitanti dell'Arcadia. Ai crocicchi delle strade c'erano sue statue. Ogni anno, per via delle concessioni del dio, gli abitanti dell'Arcadia lo abbellivano con ghirlande. Egli, inoltre, con la mano destra impugnava il caduceo, e guidava le anime verso i luoghi degli Inferi. E così, gli dèi del cielo e gli dèi dell'oltretomba lo apprezzavano nella stessa misura.
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Un'incauta pantera, un giorno, cadde in una buca. Quando degli agricoltori la videro, alcuni gettarono dei pezzi di legno contro di essa, altri la ricoprirono di sassi. Certi altri, invece, impietositi di quella, che stava per morire, lanciarono all'animale feroce del pane, affinché sostentasse il suo spirito. L'indomani ritornarono alla buca, intenzionati a sotterrare la pantera. Ma quella, quando ristorò le deboli forze, con un veloce balzo si liberò dalla buca, e si affrettò a passo svelto verso la tana. Dopo pochi giorni, la pantera si precipitò fuori, massacrò il gregge, ammazzò gli stessi pastori, tranne quelli che non avevano fatto niente di male alla fiera.
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La volpe invitò la cicogna per la cena, e mise un brodo liquido in un piatto, che la cicogna non riuscì a mangiare in alcun modo, per via del collo lungo. Quando la cicogna rinvitò la volpe a cena, le servì una bottiglia piena di cibo tritato. In questa (bottiglia) la cicogna infilò il becco e si saziò, ma afflisse la commensale con la fame. La volpe leccò invano il collo della bottiglia e si lamentò: Perché mi invitasti? L'uccello rispose in questa maniera: È stato di esempio di ciò che tu hai fatto a me, quando mi invitasti: chi arreca offese, riceve offese.
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I poeti antichi celebravano Enea, il figlio di Venere e di Anchise, con grandi elogi, per via della straordinaria devozione verso gli dèi e verso gli uomini. Quando i Greci, per mezzo del tranello del cavallo, espugnano Troia, l'illustre città, Enea fugge dalla patria portando sulle spalle il padre anziano. (Egli) vagabonda lungamente a causa della collera di Giunone, sempre ostile ai Troiani; a quel punto, dopo molte fatiche e (dopo) molti pericoli, arriva a Cartagine, dove, come raccontano i poeti, il condottiero dei Troiani è ospite presso la regina Didone (lett. : "è in ospitalità presso la regina Didone"). Poi si imbarca su una nave, e si dirige in Italia; alla fine, insieme a pochi sopravvissuti, arriva sulle coste del Lazio, dove regnava il re Latino. Per prima cosa, il re dei Latini stipula con i Troiani un patto di futura alleanza, poi concede in matrimonio al condottiero degli stranieri la (propria) figlia Lavinia. Pertanto Latino suscita la collera di Turno, il re dei Rutuli, promesso sposo di Lavinia: allora Turno viene allo scontro con Enea, e muore. E così Enea fondava una città e, dal nome della (propria) moglie, la chiamava "Lavinio".
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Giacinto era un fanciullo avvenente, che era amato intensamente da Apollo. Un giorno, mentre giocava con un disco presso il fiume Eurota, morì per essere stato colpito dal disco medesimo. Dopo la morte, dalle ceneri di lui crebbero fiori dal nome (complemento di qualità) di lui medesimo. Persino le Ninfe lo piansero, e dalle loro lacrime venne prodotta una sorgente perenne. Ai morti è stato consacrato il cipresso, perché esso, una volta che è stato tagliato, non ritorna mai verde. I Romani avevano il costume di apporre un ramo di cipresso sulla casa funestata da un lutto. In merito al cipresso, raccontano questa favola: il fanciullo Ciparisso aveva caro un cervo; senza colpa, lo uccise con una propria freccia, per cui venne consumato dal dolore. Quindi fu trasformato in un albero di cipresso da Apollo, che lo amava: in questa maniera, il ricordo di lui vivrà per sempre.
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