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Un ladro della notte lanciò a un cane un pezzo di pane, sperando che l'animale avrebbe preso il cibo gettatogli davanti. Il ladro si augurava che il cane non abbaiasse. Ascolta – disse il cane – tu vuoi bloccare la mia lingua, affinché io non abbai in difesa del patrimonio del padrone? Ti sbagli di grosso. Infatti, codesta gentilezza, improvvisa e inattesa, mi impone di stare in guardia, affinché tu non realizzi un guadagno per colpa mia.
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Tra gli ambasciatori che erano andati da Pirro, il re degli Epiroti, per la liberazione dei prigionieri, uno fu Caio Fabrizio. Pirro, dopo aver appreso che il nome di costui era insigne tra i Romani, come d'un uomo giusto e capace in guerra, ma estremamente povero, lo trattò più affettuosamente di tutti gli altri, e a lui offrì regali ed oro. Fabrizio rifiutò tutto. Il giorno dopo, dal momento che Pirro voleva spaventarlo con la visione improvvisa di un elefante, diede ai suoi il segnale di condurre l'animale dietro una tenda, mentre Fabrizio parlava con lui. Quando ciò fu stato fatto, dato il segnale, e scansata improvvisamente la tenda, l'animale emise un verso spaventoso, e sollevò la proboscide sopra la testa di Fabrizio. Ma quello, calmo, sorrise e disse a Pirro: Il tuo animale, oggi, non mi turba più di quanto mi abbia sedotto ieri il tuo oro.
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Pirro, il re dell'Epiro, dopo che aveva trasportato le truppe in Italia, sconfisse i Romani presso Eraclea ed Ascoli, tuttavia, nelle battaglie, perse innumerevoli soldati. I Romani, però, poiché desideravano la libertà e rifiutavano la servitù, non cedettero alla disperazione, ma si procurarono nuove truppe ed erano pronti ad opporre resistenza. Allora Pirro, tramite il portavoce Cinea, un uomo di spedita eloquenza e di grande furbizia, propose ai senatori Romani la pace. Ormai i senatori propendevano verso la pace, ed erano pronti ad accogliere le condizioni di Pirro, quando nella curia arrivò il censore Appio Claudio, vecchio e cieco. Il censore era trasportato con la lettiga dagli schiavi. Egli, con la propria autorità e con un severo discorso, sconsigliò la pace. E così i senatori furono convinti dalle parole di Appio, respinsero le condizioni del re, e stabilirono di ricominciare la guerra. Allora Pirro trasferì le proprie truppe in Sicilia, portò aiuto alle città Greche contro i Cartaginesi, là, in parecchie battaglie, sbaragliò i nemici, e ritornò nuovamente in Italia con un grande bottino. I Romani mandarono contro il re il console Curio Dentato con le nuove truppe. Quello, presso la città di Malevento, sbaragliò le truppe dei nemici e cacciò Pirro via dall'Italia.
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(Augusto, soggetto sottinteso) Era di modesto appetito e di gusti semplici (complementi di qualità; lett. : "Egli era di pochissimo cibo e piuttosto ordinario"). Gradiva soprattutto pane raffermo, piccoli pesci, formaggio di mucca pressato a mano e fichi acerbi. Sono parole di lui stesso, dalle lettere: Abbiamo mangiato pane e datteri sul carro. E ancora: Mentre dal palazzo ritornavo a casa con la lettiga, mangiai un'oncia di pane insieme a pochi acini di uva duracina. E ancora: Neppure un giudeo osserva così rigorosamente il digiuno del sabato come l'ho rispettato io oggi, che alla fine, dopo l'ora prima della notte, ho mangiato due bocconi nelle terme.
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Gli Atenesi, come raccontano gli storici, su decisione di Alcibiade, allestivano delle navi, ed intraprendevano una guerra contro Siracusa. Dunque in Sicilia, le flotte dei Siracusani e degli Ateniesi si scontravano aspramente in una battaglia navale. Alla fine, sconfiggeva gli Ateniesi non soltanto il valore dei nemici, ma la stanchezza: una parte perdeva la vita, una parte compiva uno sbarco dalle navi sulla terraferma, e prendeva la fuga. Ma i Siracusani li accerchiavano rapidamente e li catturavano facilmente. I Siracusani conducevano i prigionieri alla città, e li gettavano nelle Latomie. In lingua Greca, chiamiamo Latomie un luogo scoperto, dal quale i Siracusani cavavano le pietre. Lì i prigionieri Ateniesi restavano per molti mesi tra fatiche di ogni genere. Alla fine i Siracusani vendevano all'asta i sopravvissuti come schiavi.
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