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Un cervo scacciava un cavallo dai prati comuni, finché il cavallo, inferiore nella lotta, supplicò gli aiuti dell'uomo e ricevette la briglia; ma, dopo che, come superbo vincitore, si allontanò dal nemico, non rimosse il cavaliere dalla groppa, né la briglia dalla bocca. Così l'uomo povero, temendo la povertà, abbandona la libertà, ma poi trasporterà un padrone e sarà per sempre schiavo, perché non saprà servirsi di poco.
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Dato che su Roma si era abbattuta una terribile epidemia, il senato inviò a Epidauro degli ambasciatori affinché convocassero Esculapio, il dio della medicina. I Romani desideravano far venire costui in città poiché era stato il più preparato tra tutti i medici, ma gli abitanti di Epidauro non volevano farlo allontanare dalla propria città. Di notte, però, Esculapio si introdusse nella camera da letto degli ambasciatori Romani; tenendo nella mano il bastone col serpente disse: Verrò a soccorrervi, e a breve mi vedrete nella vostra nave. L'indomani il popolo di Epidauro si recò al tempio di Esculapio, per conoscere il volere del dio. Però, dopo che ebbero aspettato inutilmente, improvvisamente un magnifico serpente fu visto uscire dal tempio. Questo raggiunse il porto, e s'imbarcò sulla nave degli ambasciatori. In quell'istante tutti compresero che il dio avrebbe navigato verso Roma con gli ambasciatori.
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Nettuno diede a Ulisse un difficile ritorno. Così, dopo varie peregrinazioni e fatiche, alla fine quel grande eroe arrivò ad Itaca. Lì gli uomini nobili, che occupavano la dimora regale, nel corso dei giorni e delle notti trascorrevano la vita in maniera oziosa e con grande dispendio, ed incalzavano sgradevolmente Penelope, la moglie di Ulisse, al fine di nuove nozze. Quando Ulisse giunse sulla spiaggia di Itaca, Minerva cambiò il suo aspetto nella figura di un mendicante, così i nemici non potevano riconoscerlo, ed egli entrò in casa sua. A casa sopportò pazientemente i torti dei Proci, e preparò contro di loro un castigo atroce.
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Gli agricoltori arano i campi, e procurano il cibo ai padroni. Il fattore vive nella fattoria, e dirige gli schiavi e i servitori. Gli agricoltori offrono uva e donano capretti al figlio del padrone. Gli agricoltori, infatti, lavorano diligentemente nei campi. La concordia degli agricoltori e dei fattori allieta sempre il padrone. Di tanto in tanto, il lavoro degli agricoltori cessa: gli agricoltori e i padroni sostano presso il focolare, ed alleviano le preoccupazioni della vita. La concordia rende sempre accetto l'animo dei padroni agli schiavi e ai servitori.
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Ti amo, ti apprezzo, sarò sempre vicino a te con l'anima e con la mente: tu infatti, o cara, mi hai ridestato da un torpore mortale, tu mi hai dato la speranza, la fiducia, la salvezza dell'anima, tu non hai rifiutato di dividere con me gli interessi, i pericoli, la povertà, tu sei la mia vita. Ora tutti vogliono per noi ogni bene; tutti desiderano conoscerci, stare sempre in mezzo a noi, chiedere aiuto a noi, amarci: grazie a te noi ora siamo conosciuti, grazie a te noi siamo una cosa amabile, desiderabile, fortunata. Posso dire a te nuovamente: sei la mia vita e ti ringrazio.