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Tito Aurelio Antonino fu appassionato di filosofia al punto da frequentare in maniera assidua la casa del maestro Apollonio, al fine di imparare fino in fondo la filosofia e la letteratura. Rispettava con una devozione così grande i propri maestri, che teneva delle loro raffigurazioni in oro nel Larario, ed onorava le loro tombe per mezzo di vittime e fiori. Quando scoprì di essere stato adottato dall'imperatore Adriano, non fu solamente felice, ma anche spaventato; e poiché gli schiavi gli domandavano perché passasse triste all'adozione imperiale, parlò dei mali del potere. Una massima del filosofo Platone fu costantemente sulla bocca di lui: Le comunità prosperano o quando comandano i filosofi, oppure quando gli imperatori si dedicano alla filosofia. Dunque esercitò il potere nell'amore di tutti, e veniva chiamato ora fratello, ora figlio, ora padre. Nel giorno del regio funerale, risplendé un amore verso di lui tanto grande che tutti dichiaravano che egli era ritornato presso gli dèi.
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Dopo che il re Artaserse, il quale aveva maturato un odio implacabile contro Datame, ebbe tentato di ucciderlo con degli agguati che quello aveva evitato, alcuni avversari rivelarono a Datame un agguato di coloro che erano nella cerchia degli amici. Ma Datame, un uomo astuto e pieno di senno, in un primo momento non credette a quella cosa, tuttavia escogitò questo: scelse un amico, suo somigliante in fatto di corporatura e statura, e gli diede il proprio abito. Quello doveva arrivare là dove Datame stesso si recava. Egli (Datame), invece, camminava senza alcun timore tra le guardie del corpo, con abito ed equipaggiamento militare. I congiurati, allora, quando la colonna giunse in quel luogo, si scagliarono contro l'amico di Datame. Da Datame, precedentemente, era stato detto ai compagni di fare la medesima cosa che egli stesso faceva. E Datame, quando vide i congiurati, scagliò frecce contro di loro; tutte le guardie del corpo fecero la medesima cosa, cosicché uccisero tutti gli attentatori.
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All'epoca i senatori, vale a dire gli anziani, stavano nei campi. Fu forse triste, allora, la vecchiaia di costoro che si ricreavano con la coltivazione della terra? Di certo, secondo la mia opinione, non so se nessuna vecchiaia possa essere più felice, e non solamente per via dell'occupazione, poiché la coltivazione dei campi è salutare per il genere umano, ma anche per la piacevolezza, la ricchezza e l'abbondanza di tutti i prodotti che concernono il sostentamento degli uomini.
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Aulo Gellio, un illustre scrittore dei Romani, narra una favola straordinaria. Androclo, un uomo Dacio, schiavo di un ex console, fuggiva dalla prigionìa e vagabondava attraverso luoghi disabitati, quando, stanco a causa del lungo cammino, vede una grotta e, poiché lo tormentavano la febbre e la tosse, entra e riposa. Poco dopo, entrava nella grotta un leone, notevole quanto a grandezza del corpo, e, con la lingua, leccava il proprio piede. Infatti, nel piede dell'animale c'era un spina. Androclo si accorge del dolore della bestia, afferra il piede del leone e toglie la spina. Il leone restituisce il favore e risparmia l'uomo.
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Anticamente i Romani vivevano in maniera casta ed incorrotta. All'epoca non c'era molta ricchezza, ma era grande la concordia e la laboriosità del popolo. Infatti i Romani non desideravano il guadagno, ma la gloria, praticavano l'agricoltura, e, contemporaneamente, svolgevano la guerra. Nelle battaglie combattevano per lo più per mezzo di giavellotti e di spade, talvolta per mezzo di fionde e frecce. Le dimore dove abitavano erano piccole e modeste. Al contrario, per gli dèi e per le dèe, costruivano templi splendidi e magnifici. Venerare gli dèi e le dèe, infatti, presso i Romani, era un dovere. Sul Campidoglio c'era il tempio del dio Capitolino. Le donne Romane invocavano soprattutto Vesta, la dea del focolare. Sull'altare della dea ardeva sempre una fiamma. Le famiglie erano legate da vincoli di amicizia. Il padre di famiglia deteneva un potere severo verso i figli. E così regnava ovunque la concordia.